Il blogger della caverna

Novembre 25, 2009 di karolla

Daniel Suelo da anni vive in una grotta nel deserto dello Utah: non ha una casa, né un’assicurazione sanitaria, non un conto in banca, e neppure un lavoro. Vive completamente senza soldi. Ma questo non gli impedisce di tenere un blog.

Ne parlo in un articolo su VisionPost (originariamente pubblicato su Chips&salsa del manifesto)

Internet dipendenza: fuori dal tunnel… mediatico

Novembre 19, 2009 di karolla

(Ripubblico qui un mio pezzo uscito sabato scorso sul manifesto, pagine Chips&salsa, dentro il supplemento Alias)

L’originale, per una volta, si trova in Cina. E’ lì – oltre che a Taiwan e in Corea del Sud – che sono nate le prime cliniche per «malati» di internet. Nella Repubblica popolare ci sono 300 milioni di cybernauti e 200 organizzazioni specializzate nel trattamento della web dipendenza. Il problema è che il governo di Pechino, come è spesso accaduto nella sua storia, ha affrontato il fenomeno di petto, lanciando una campagna in grande stile. Col risultato di obbligare oltre 3mila giovani a sottoporsi a terapie d’urto che comprendevano scariche di elettroshock, confinamento in cliniche-caserma e sedute psicologiche più simili all’addestramento di un marine.

Tutto ciò ha sollevato un certo clamore sui media occidentali, e ora la Cina ha cominciato a fare retromarcia: l’elettroshock per trattare la dipendenza da internet è stato messo al bando, e così pure le punizioni corporali. Ma la stampa internazionale intanto ci aveva preso gusto, e da allora il tema «drogati di internet» è rimasto in cima all’hit parade delle notizie. Anche perché negli ultimi mesi è  stato tutto un fiorire di iniziative al riguardo.

Hanno iniziato gli Stati Uniti, dove a settembre ha aperto ReSTART, un centro di recupero per i tossici del web sorto nei boschi a 30 miglia da Seattle, cioè a un passo dal quartier generale di Microsoft: un’area che registra i più alti livelli di utilizzo della Rete del Paese e dove il 45% degli adulti gioca regolarmente coi videogame.

Qui siamo davvero agli antipodi della Cina: il centro – il primo negli Usa a trattare solamente la dipendenza da internet (Internet Addiction Disorder) – è una casetta nel verde, dove per circa 15mila dollari si può trascorrere 45 giorni inseriti in una calda vita famigliare. Oltre alla terapia tradizionale, il paziente (anzi, il cliente, come è definito dagli stessi dirigenti di ReSTART) viene coinvolto in attività estremamente pratiche e analogiche: tagliare la legna, accudire animali, cucinare, fare attività fisica all’aperto.
Da Grand Theft Auto i giovani cyber-dipendenti finiscono così nella Casa nella Prateria.

Leggi il seguito di questo post »

La banda larga non può aspettare

Novembre 11, 2009 di karolla

La banda larga è una necessità, dicono le imprese di Ict.
Ma per i cittadini è molto di più: l’accesso a internet veloce è un diritto.

Eppure sono tutti a parlare di digitale terrestre, pay tv, programmi oscurati. E questa classe politica proprio non aiuta.

Della banda larga e delle richieste di aziende e consumatori ne ho scritto in questi giorni su Corriere.it. E, ispirata da Edgar Morin, su Visionpost.

Twitter, “one billion dollar baby”

Settembre 25, 2009 di karolla

Il sito di microblogging vale ora 1 miliardo di dollari. Come ha detto su Business Week un analista, “ogni 5 anni nasce un’impresa con un potenziale quasi illimitato in termini di utenti mondiali. Cinque anni fa lo era Facebook, ora Twitter sembra essere the next big thing nel social network”.

Lo sarà davvero?

Ne scrivo oggi sul Corriere della Sera.

Ottusità persecutorie

Giugno 19, 2009 di karolla

Lo cacciano dalla caverna che si era scavato sul suo terreno e dove viveva da 16 anni perché mancava un’uscita di sicurezza contro gli incendi. Anni prima lo avevano accusato di vendere ortaggi senza una licenza (pare che avesse una sola cliente). E l’anno seguente era finito di nuovo nel mirino per colpa di qualche gallina. Ora il britannico 47enne Hilaire Purbrick è diventato suo malgrado un “eco-guerriero” e porterà le sue ragioni alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Dal Telegraph.

Obama mette a dieta l’America

Giugno 10, 2009 di karolla

Forse la battaglia più dura per il presidente Usa…. è che la rivoluzione nelle abitudini alimentari non può essere solo una crociata salutista, ma una messa in discussione del modello di sviluppo. Altrimenti tra il consumatore di germogli monoporzione di San Francisco e il cliente texano di McDonald la differenza sarà solo una questione di chili.

Barack Obama’s gov’t-mandated diet plan

La lezione americana e il peso delle idee

Febbraio 12, 2009 di karolla

Una crisi economica sciagurata e la vittoria presidenziale di Obama bastano per cancellare con un colpo di spugna (anzi, di mouse) decenni di politiche neoliberiste, neoconservatrici e teocon? E’ la domanda che è rimasta sospesa tra i liberals (all’americana) di fronte agli eventi tragici ma anche euforizzanti degli ultimi mesi, un periodo in cui la storia sembra avere messo il turbo allontanandosi a gran velocità dall’era Bush-Cheney e  dagli apprendisti stregoni del mercato über alles.
Tuttavia, liberarsi di certi lasciti – come dimostra il pacchetto di stimoli all’economia concordato ieri dal Congresso Usa, pesantemente segnato dai compromessi coi repubblicani – non è così facile.

Per questo la lettura di L’America in pugno, un saggio dell’economista (no-global ante-litteram) Susan George rimane, sebbene scritto prima di Obama e prima della crisi, estremamente interessante. 
La “lunga marcia” della destra nelle istituzioni e nella cultura americana, descritta minuziosamente nel libro, è infatti non solo un documento storico ma un fatto ancora gravido di conseguenze sul presente.

Negli ultimi decenni, neoliberisti e neoconservatori, seguaci di Hayek e pastori evangelici fondamentalisti hanno viaggiato assieme per le highways americane, formando un blocco sociale e politico formidabile, oltre che un caterpillar mediatico che ha schiacciato i residui del New Deal roosveltiano e della Great Society di johnsoniana memoria.

Alla fonte una rete robusta di fondazioni e di think-tank che hanno foraggiato studi, attività di lobbying, interventi sui media, pseudo-esperti. E poi la destra cristiana: psichedelico il capitolo dedicato ai fenomeni più estremi…

E’ chiaro – è la tesi della George – che mentre la sinistra europea era impegnata a sbarazzarsi dell’ingombrante fardello socialista, la destra americana s’impadroniva abilmente del concetto di egemonia culturale, permeando istituzioni, cultura ed economia. E anche se il vento sta cambiando, la sinistra e i liberals dovrebbero riflettere sugli errori commessi e tornare a combattere la guerra delle idee. Perché, come scrisse il conservatore americano Richard Weaver nel ‘48, “le idee hanno conseguenze”.

Gli schiavi dei biocarburanti

Gennaio 28, 2009 di karolla

010201411789001
I biocarburanti, specie quelli di prima generazione (ottenuti cioè da colture alimentari), più che la soluzione all’inquinamento da combustibili fossili e quindi al riscaldamento globale appaiono sempre più chiaramente come la continuazione del business con altri mezzi.

Lo sfruttamento del lavoro umano e delle popolazioni indigene per altro sembra restare immutato nei secoli.

Ne sono un esempio questa bell’inchiesta dello Spiegel (in inglese) sulle coltivazioni di canna da zucchero in Brasile, ormai usate anche per produrre bioetanolo in quantità. Come una volta in queste piantagioni ci lavoravano gli schiavi, tutt’ora lavoratori senza diritti si massacrano in nome del progresso e di una mistificatoria idea di sostenibilità ambientale.

Ma impressiona anche la distruzione della foresta pluviale e di contigue aree palustri che sta avvenendo in Indonesia, dove va forte la produzione di olio di palma, che oltre a essere un ingrediente del junk food viene usato come biodiesel. Anche qui, come mostra questo documentario su Joost,  i costi umani sono sostenuti dagli indigeni.

Nel tentativo di giustificare simili scempi ecologici è stato tirato fuori dal cilindro anche il concetto di ‘terra marginale‘: le piantagioni di biofuel – è la tesi – utilizzeranno terra incolta, inutilizzata, povera e in ultima analisi inutile.
Non vi ricorda forse la vecchia definizione di terra nullius?

Obama: tra le radici del cambiamento

Gennaio 20, 2009 di karolla

Da Luther King a Obama

Ancora Obama deve giurare ma nella notevole diretta della CNN integrata con Facebook due immagini mi hanno colpito soprattutto: i cartelloni preparati dai ragazzini delle scuole che accostano le foto di Martin Luther King a quelle di Obama; e l’arrivo di un sorridente Ted Kennedy nel palco dei vip malgrado la sua nota malattia.

Come dire: due dei filoni più importanti in cui si radica, almeno a livello simbolico, il cambiamento di Obama.

E poi McCain vorrebbe recuperare sull’online

Giugno 27, 2008 di karolla

John McCain non userebbe né un Mac né un Pc. Non per evitare di scontentare una delle due fazioni di elettori, ma semplicemente perché “sono un analfabeta informatico, e devo appoggiarmi su mia moglie per ricevere tutta l’assistenza che posso”.

Ottime credenziali per un aspirante Commander In Chief, no?

La minaccia fantasma

Febbraio 13, 2008 di karolla

Ieri sera ho sentito uno scampolo di Ballarò in cui Giulio Tremonti affermava che sta “emergendo un lato oscuro della globalizzazione”.

Se lo dice anche Tremonti, allora la situazione è molto più grave di quello che pensavo.

Se la memoria è 2.0

Febbraio 8, 2008 di karolla

rights.jpg

Come evitare che biblioteche e archivi finiscano seppelliti da una spessa coltre di polvere analogica mentre il resto del mondo mette il turbo del digitale? Come sfuggire all’estinzione culturale e in che modo rilegittimare queste arche del sapere alla luce delle nuove tecnologie e soprattutto dei nuovi comportamenti?
Se ne è parlato a Genova in un bel convegno intitolato Archivi e biblioteche ai tempi del web 2.0, cui anch’io ho partecipato soprattutto per la parte 2.0. E tra le chicche emerse, oltre all’esistenza di bibliotecari e archivisti molto in gamba e aggiornati sul tema, vorrei segnalare il sito-progetto Moving here.

Il sito intende raccogliere e illustrare i percorsi materiali e simbolici degli immigati in Gran Bretagna negli ultimi due secoli: si può quindi raccontare la propria storia (e alcune di quelle già presenti sono emozionanti), corredarla di immagini, aggiungervi le foto storiche dell’archivio, inviare una e-postcard o tracciare le radici della propria famiglia.

Ho l’impressione che nel campo della memoria e della narrazione storica dal basso ci sarebbe tanto da divertirsi con il 2.0 e dintorni.

Una moratoria sui monitor delle stazioni

Gennaio 22, 2008 di karolla

Treno Genova-Treviso. Ovvero Genova-Milano, Milano-Mestre, Mestre-Treviso. Insomma, sei ore di viaggio e 4 stazioni ferroviarie.

Ma è nella tratta tra Milano e Mestre che ho percepito qualcosa di strano: una sorta di deja-vu, di ritornello, di mantra postmoderno che mi ha inseguito lungo i binari. Mi ci è voluto qualche secondo per realizzare a cosa era dovuto: le televisioni. O forse dovrei dire i monitor. Si inizia con la stazione di Milano Centrale. Lungo le banchine dei binari, nell’attesa annoiata del proprio treno, degli schermi piatti appesi sul nulla riproducono spot pubblicitari. Parole, frammenti di canzoni. In serie ciclica, come a sgranare un rosario. Sempre gli stessi, non saranno più di dieci. Il loro suono metallico aggiunge un che di spettrale e allucinato, un tocco alla Blade Runner, a una stazione già poco allegra.

Prendo il treno per Mestre, passano i campi e le fermate. A una di queste – forse Brescia – dalle porte aperte filtrano gli stessi suoni, le stesse parole, gli stessi moncherini di canzoni. Nello stesso identico ordine.

Il treno riparte e si arriva infine a Mestre. Mentre aspetto la coincidenza per Treviso ecco di nuovo i monitor, coi medesimi insopportabili spot. E’ impossibile sfuggirgli, dato che stanno a ridosso dei binari; impossibile ignorarli, dato che ripetono ossessivamente le stesse sequenze nonsense, che s’inchiodano nel cervello e restano come un triste presagio sul futuro della nostra società.

E allora anche questo blog, FreddyBlog, ha deciso di lanciare la sua personale richiesta di moratoria: una sospensione di queste pubblicità martellanti, invasive, inutili e alienanti. Già dobbiamo sopportare treni sporchi, coincidenze fortuite, servizi scadenti. Lasciateci almeno in pace quando stiamo sulle banchine.

Insomma, spegnete quei monitor!

Donne, volete far politica? Andate in Pakistan

Gennaio 14, 2008 di karolla

La partecipazione delle donne, ha scritto qualche giorno fa il Boston Globe, muove la democrazia. Dopodiché ha deciso di sottoporre ai suoi lettori un ameno seppur socialmente impegnato quiz: sapete dirmi – premetterebbe il buon Mike – quale di questi Paesi ha la percentuale più bassa di donne nei parlamenti nazionali?

tic, tac, tic, tac

Risposte:

A. Tunisia
B. Pakistan
C. Italia
D. Israele

Trovare il Bel Paese tra le opzioni suscita probabilmente un risolino amaro, e di sicuro ci deve essere lo zampino di qualche redattore del Globe che odia i Sopranos e si è visto soffiare la fidanzata dal cuginetto italoamericano.
Malgrado tali premesse, paventando il rischio che l’Italia potesse avere conquistato anche questo primato, mi sono precipitata a vedere i risultati e… sorpresa:
il Paese con meno donne (tra i 4 elencati) in parlamento è Israele (solo il 14 per cento): perfino Afganistan e Iraq hanno delle Camere più rosa.
Rivelato l’inglorioso vincitore, il Boston ci informa che per quanto riguarda invece la Tunisia e il Pakistan le percentuali sono rispettivamente del 23 e del 21.

E l’Italia? mi chiedo rileggendo le poche righe. Niente. Oltre ad averla messa nel test alla fine se la sono pure dimenticata.

Allora sono andata qui, e ho scoperto che lo Stivale si fregia del 17,3% di donne alla Camera e del 13,7% al Senato. Dunque peggio di Tunisia e Pakistan, e più precisamente in 64esima posizione nella classifica mondiale della partecipazione femminile alle assemblee legislative.
Come magra consolazione potremmo ricordare al redattore del Globe che al posto dell’Italia avrebbe potuto mettere tranquillamente il suo Paese: alla Camera dei rappresentanti a stelle e strisce le donne sono il 16 per cento.

E il parlamento mondiale più ricco di gentil sesso? Rwanda. Proprio così.