Più web meno stupri

La frequentazione del web riduce i casi di stupro, sostiene uno studio riportato da Slate. Il merito? Del porno. L’affermazione – che a seconda dei punti di vista può sembrare paradossale o scontata – di per sé può essere poco originale, visto che il tema è dibattuto da tempo. Ora però arrivano i dati: un 10 per cento di incremento nell’accesso alla rete produce, negli Stati Uniti, una diminuzione del 7,3 per cento di stupri riportati. Ovviamente i ricercatori si sono premurati di controllare che non incidessero una serie di variabili da cui possono dipendere le violenze sulle donne: tassi di alcolismo, di povertà e disoccupazione e altri parametri.

Insomma, sembra assodato il rapporto più internet, meno stupri. Ma come ricondurlo al porno e non, che so, al blogging o a Wikipedia? Perché degli episodi violenti solo quelli sessuali diminuiscono, mentre rimane uguale il numero di omicidi.

Sono conclusioni interessanti. Molto più in dubbio mi lascia invece il rapporto, citato nello stesso articolo, tra la visione di film violenti e azioni violente commesse da individui già ‘predisposti’… Secondo i ricercatori, nei week-end in cui nei cinema si proiettano film particolarmente duri, diminuirebbero i crimini nelle ore serali. Ma, a quanto pare, più che altro perché in quel lasso di tempo eventuali balordi o criminali sarebbero al cinema. Ciò non dimostra che quei film non contribuiscano a lungo termine ad accrescere la violenza dei soggetti ‘predisposti’…

Il dibattito continua.

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Una campagna marketing? Fare causa a Google

Google è ormai la vacca sacra che tutti cercano di mungere. C’è ad esempio chi, come KinderStart, ci prova facendole causa perché il proprio sito non risulta abbastanza in alto nella gerarchia (e quindi nella visibilità) accordata da PageRank. Una motivazione assurda e ovviamente destinata al fallimento. Il suo unico vantaggio è quello di regalare al querelante un po’ di pubblicità, che, per un sito di spam, non è poi male. Gli avvocati sono diventati più utili dei pubblicitari?

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Telegiornale senza giornalisti

Un notiziario personalizzato e recitato da un conduttore virtuale. Un telegiornale assemblato e presentato da un software. Si chiama News At Seven (ne parla oggi il Punto-Informatico, ma si trovano informazioni anche qui), ed è un sistema realizzato dall’americana Northwestern University: in modo del tutto autonomo, genera un telegiornale raccogliendo, editando e organizzando notizie dal web, aggiungendovi video e immagini (sempre tratte dalla rete) e pure commenti provenienti dalla blogosfera. Poi affida il risultato a un personaggio virtuale che, attraverso una tecnologia text-to-speech, ci parla. La voce è un po’ meccanica, ma il prodotto finale è comunque sorprendente.

E’ la fine del giornalismo (e soprattutto, dei giornalisti in carne e ossa)?

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Video e blog influenzano la politica Usa

Sebbene l’analisi di Cnet riportata nel post di ieri possa far pensare il contrario, i video online e i blog stanno diventando un soggetto sempre più forte, e influente, nella politica americana in generale, e in queste elezioni di novembre in particolare.

A dirlo è il centro di ricerca Pew Internet and American Life Project, secondo il quale lo scorso agosto ben 26 milioni di americani (al giorno) cercavano d’informarsi sulla politica, e le elezioni di medio termine, attraverso l’internet.

“Sotto molti punti di vista, i blogger si stanno comportando come dei giornalisti e le persone che realizzano video come dei veri reporter della tv” ha commentato il direttore del Pew. E’ un’affermazione importante, questa, per la politica e per l’informazione.

Ci sono infatti i siti e i blog che parlano dei candidati senza peli sulla lingua, come Daily Kos o RedState; e poi c’è YouTube, che ha raccolto una serie di clip imbarazzanti su vari candidati.

Come quella su George Allen, il senatore repubblicano che è stato colto dalla videocamera mentre dà del ‘macaca’ a un membro dello schieramento opposto… Dopo che il video è stato caricato su YouTube la popolarità di Allen è improvvisamente precipitata nei sondaggi.

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La politica tra vecchi orrori e il web 2.0

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Che la politica sia rimasta indietro rispetto all’internet è indubbio, ciò nondimeno si rimane sempre increduli di fronte alle pezze che certi rappresentanti cercano di metterci. Ecco dunque che Cnet fa le pulci ai siti e ai blog dei candidati statunitensi al Congresso, anche se certo non c’è bisogno di essere tanto pignoli: le pecche rivelate sono macroscopiche ed esilaranti.

Ci sono quelli – tantissimi – che sono finti, ovvero del tutto privi di contenuti e senso: “in costruzione”, recita a volte un avviso, come se l’elezione fosse tra sei mesi. Ci sono quelli che assomigliano a degli splog (spam blog), scritti con font giganti rossi e blu come se dovessero vendere Viagra; ci sono, a questo proposito, quelli che nei metatag (le parole-chiave con cui richiamare l’attenzione dei motori di ricerca) ci infilano termini come mp3, car rental, carta di credito e … astrologia; quelli dove sarebbe il cane del candidato a scrivere il post e a elogiare il suo padrone (scritti, come si conviene, da cani); e infine quello che associa la sua foto ad un’aquila, tanto patriottica.

Che dire, bellissimi… E tutto ciò proprio mentre Wired parla della possibilità che il web 2.0 contamini la politica e sia utilizzato per renderla più trasparente e responsabile di fronte ai cittadini, ad esempio mettendo in piazza (ovvero online) dati e informazioni, con inedite possibilità di incrocio e quindi di verifica.

Certo, viste le premesse, più che una contaminazione serve un cataclisma.

“I’d like to see entrepreneurs focused on building the next billion-dollar YouTube clone carve some time out of the day to take the cool new Web 2.0 tools for sharing and collaboration, and apply them to make publicly available data sets” (Wired).

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Contenuti e aggregazione: dove pende la bilancia

Raccogliere pubblicità attraverso il contenuto altrui è necessariamente un atto predatorio? Se pensiamo a Google si dovrebbe rispondere tutt’altro, dal momento che il servizio fornito non solo è utile per gli utenti, ma anche per gli stessi possessori dei contenuti originali. Pensiamo a Google News e alla visibilità (un vero e proprio valore aggiunto) che conferisce alle fonti citate (e linkate). 

Non tutti però la pensano in questo modo, come dimostra il caso degli editori belgi che hanno fatto causa al noto motore di ricerca. Ora la fobia verso l’aggregazione di dati altrui si sta espandendo ad altri ambiti. A scendere in campo è Jason Calacanis, fondatore di Weblogs (oggi assorbito da Aol), che tuona contro gli gli aggregatori Rss, in particolare contro quelli che piazzano pubblicità vicino ai feed del suo sito. La minaccia è di una pronta querela.

Ma se questo è il ragionamento, si chiedono allora quelli di TechDirt, non sarebbe un problema anche leggere questi feed attraverso Gmail o il browser Opera, visto che sfoggiano inserzioni pubblicitarie?

Perhaps it’s not that surprising, but it’s a bit upsetting to still see so many people having difficulty with the idea that having others increase the value of your content is a good thing.

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Repubblicani ossessionati dal sesso


Negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni di mid-term, e i repubblicani, forse un po’ nervosi per le vicende di Mark Foley, si giocano una mossa di “spin” che potrebbe essere però controproducente.

Tutto nasce quando un attuale candidato democratico, il procuratore Michael Arcuri, stato di New York, tre anni fa durante un viaggio di lavoro, fa una telefonata dalla camera del suo albergo. A una hotline. E’ la ricevuta dell’albergo a dirlo: un minuto di chiamata per un costo di 1,25 dollari.

Un solo minuto, un tempo da record nel settore. Il fatto è che subito dopo questa, Arcuri ne fa un’altra (evidenziano ancora le carte dell’albergo), al Dipartimento dei servizi di giustizia criminale, guarda caso un numero quasi identico. Sarà che forse Arcuri la prima volta si è semplicemente sbagliato?

Tutto ciò è estremanete noioso, mi rendo conto, ma il bello è che il comitato dei repubblicani al congresso ha pensato bene di marciare sull’episodio, accusando Arcuri di frequentare linee telefoniche a luci rosse a spese, per di più, dei contribuenti.

Ma non è che si tratta di una qualche battuta maligna e in malafede, magari gettata lì in un talk show.. Ci hanno fatto uno spot! (guardare, per credere, il video qui sopra).

They’ve got to know they’re in trouble when they’re scraping the bottom of barrel this hard to come up with muck to throw at Democrat

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Sapienza delle masse o dei pochi?

Ancora deve diventare un concetto di massa che la wisdom of crowds (l’intelligenza collettiva scaturita dallo sforzo cooperativo degli utenti internet) è messa in discussione da alcuni servizi web. Siti come PicksPal.com (ne parla oggi il Washington Post) cercano di creare una rete di esperti (in questo caso nel predire risultati sportivi) usando sì le folle internet, ma solo per avere un’ampia base per selezionare i migliori.

Una versione un po’ troppo aristocratica della wisdom of crowds, che anzi la snatura proprio, e giustamente Michael Arrington (TechCrunch) l’ha ribattezzata wisdom of few (intelligenza, o saggezza, dei pochi).

Insomma, il web e la partecipazione degli utenti sarebbero un’ottima risorsa per ‘distillare’ il meglio dei saperi e delle intuizioni dei singoli. Dimenticate l’idea che i piccoli pezzi di informazione e le prospettive individuali, una volta messe insieme, formino un puzzle più completo, annullando i reciproci errori. Tornano in auge le agenzie di reclutamento. Tornano i geni, setacciati come pepite nelle acque fangose del web. O no?

“If you figure out which ones
did the best and get rid of the ones who have no idea, you’d do even better. Distill it down to the people who really know,” Arrington said.

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Se i nostri dati saranno in balia dei database

C’è una vecchia canzone dei Violent Femmes che a un certo punto dice, con voce minacciosa: “I hope you know this will go down on your permanent record“. Bene, questa consapevolezza è ormai essenziale nell’era digitale, quando su Google rimangono a lungo tracce della nostra identità che non sempre vorremmo ricordare. Da questo punto di vista, la security (o meglio ancora, la privacy) by oscurity appartiene al passato.

Ma la perdita del controllo sulle informazioni che ci riguardano è ancora più grave nel caso in cui coinvolga episodi o disavventure avute con la giustizia – e del tutto saldate – che invece, una volta riemerse, potrebbero farci perdere un’occasione di lavoro o un appartamento.

Ne parla questo articolo del New York Times, che tratteggia l’inquietante compravendita di dati personali della società americana. Succede pertanto che gli archivi dei tribunali siano digitalizzati e venduti ai database commerciali, i quali però spesso non si aggiornano, dimenticandosi di cancellare persone e episodi che avrebbero diritto (e sottolineo diritto), per il lasso di tempo trascorso o per la minore gravità delle offese, di cadere nel dimenticatoio. E soprattutto di non essere accessibili a datori di lavoro o padroni di casa.

La questione di fondo, ripresa ieri da TechDirt, è dunque: di chi sono i dati? E come fare per avere un controllo su quelli che ci riguardano? Una bella patata bollente dell’era digitale prossima ventura….

“In an electronic age, people should understand that once they have been convicted or arrested that will never go away.”

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Lasciate stare quelle patate

Patate e biodiversità

Oggi può essere strano pensarlo, quando milioni di persone le conoscono soprattutto nella loro forma a fiammifero, e ben unta, ma al mondo esistono molte varietà di patate, e tutte originano dal Perù. Ovviamente, quindi, anche il vicino Cile è una terra che conosce questi tuberi da millenni, in particolare l’arcipelago di Chiloé, dove la coltivazione della patata è tramandata di generazione in generazione.

Come si fa dunque a produrre nella regione di Los Lagos, la stessa dell’arcipelago, dei semi di patata transgenica? E’ quello che si chiedono gli ambientalisti cileni, che ora vorrebbero far dichiarare le isole OGM-free, riconoscendole al contempo come luogo di nascita della patata insieme a Bolivia e Perù. La paura è che semi geneticamente modificati possano arrivare (per vie più o meno casuali) nel territorio insulare, contaminando le antiche varietà autoctone.

Onta (foolish), colorada (red), guapa (handsome), clavela blanca and azul (white or blue carnation), zapatona (big shoe), noventa días (90 days), cabeza de santo (head of a saint) and cachimba are some of the curious names of the local potato varieties. Some are used for food, while others are used as medicine, with potato-based recipes helping relieve problems related to the liver or gall bladder.

Ci sono così tanti tipi di patate, di forme, di colori, di gusti, dicono gli abitanti del luogo. Non solo il fiammifero fritto…

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La storia dei pc in uno spot

Ogni volta che lo riguardo, un ragno mi corre per la schiena. Sarà la musica, l’effetto Blade Runner, la potenza simbolica della distopia di Orwell. Resta il fatto che lo spot di Apple “1984” è davvero una pietra miliare della comunicazione. 

La storia delle pubblicità di computer è certamente affascinante. La passa in rassegna questo articolo di PC World, con un’ampia selezione di video tratti da YouTube. Dal Commodore 64 al personal computer di Ibm (notevole lo spot di quest’ultimo che si rifaceva a Chaplin) ai modelli più recenti.

Spie, terrorismo, sms e MySpace

Bisogna stare attenti con i blog. E ancora di più con i siti di social networking.

Una quattordicenne della California ha infatti avuto la malaugurata idea di mettere, sulla sua pagina personale di MySpace, una foto dell’attuale presidente americano con sopra la scritta ‘Kill Bush’.  E’ vero che poi ci ha ripensato – forse scoprendo che poteva costituire un reato federale – ma i servizi segreti sono stati più veloci, e non si sono fatti sfuggire la minacciosa paginetta dell’adolescente.  La ragazza, Julia Wilson per la cronaca, ha dunque ricevuto, mentre si trovava a scuola, la visita di due agenti che l’hanno interrogata senza la presenza dei genitori,  e con modi piuttosto duri.

Ora io mi domando:  l’episodio nasce dall’ossessione americana per i nemici di Bush o da quella per il sito di Murdoch?

E soprattutto: davvero la madre, dopo aver aperto la porta di casa ai due agenti che cercavano la ragazza, in quel momento a scuola, ha mandato alla figlia un sms?
E davvero questo diceva: “Ci sono due uomini dei servizi segreti che ti vogliono parlare. Pare che tu abbia minacciato di morte il presidente Bush”?

Scusate, ma come sms è strepitoso… Gli americani non finiranno mai di stupirmi…

La svolta di YouTube

L’acquisizione di YouTube da parte di Google è stata davvero un evento economico-mediatico, per alcuni ha significato la definitiva consacrazione del web 2.0.

E se oggi i legali di una serie di media company – tra cui la News Corp di Murdoch, pretendente respinta di YouTube, e la Viacom – hanno conteggiato in 150 mila dollari le ‘penalità’ per violazione del copyright in cui potrebbe incorrere il sito di condivisione video (ma non sarà un modo per poter contrattare meglio con Google-YouTube, proponendo alla controparte ‘un’offerta che non si può rifiutare’?), ora vorrei riportare l’attenzione sulla genesi della notizia.

Eh sì, perché i primi sostanziosi rumors sono arrivati da un blog specializzato, TechChrunch, il 6 ottobre. L’autore ha parlato di una e-mail ricevuta la sera e di una conseguente telefonata, insomma, la classica gola profonda sognata da qualsiasi giornalista…
Il giorno dopo la notizia esce sul Wall Street Journal, che avrà fatto i suoi controlli ma che comunque, nel pezzo, cita proprio TechCrunch.

Il fatto che il WSJ abbia dunque ripreso un blog non è cosa da poco, tanto che in uno degli ultimi podcast di Leo Laporte (TWIT), registrato intorno all’8 ottobre mi pare, lo stesso giornalista hi-tech se ne stupiva... Non solo, ma lui e gli altri invitati mostravano una notevole dose di scetticismo…

Poi la conferma netta e il boom di commenti, fino ad arrivare oggi.

Leo Laporte è naturalmente tornato sull’argomento e nel podcast The Leo Report si chiede in sintesi: come potrà YouTube avere un software per il filtraggio di materiali protetti da copyright senza in questo modo intaccare la sua natura aperta e il fascino che gode tra i ragazzini?

Già, è vero che YouTube non sarà più come prima, ma dobbiamo per forza concludere che il mutamento sarà negativo o catastrofico? Indubbiamente, da quel 6 ottobre qualcosa è cambiato.

PS: nel video una chicca: Leo Laporte che presenta un nuovo sito dove poter condividere video. E’ il 28 ottobre 2005 e, indovinate un po’, si chiama YouTube…

Aspettando il libro che verrà

Oggi sta riscuotendo un certo successo un post di Mantellini, Fuga dalla carta, in cui l’autore semplicemente si chiede se l’uso di internet induca a far leggere meno libri (a lui almeno è capitato così). Ha avuto moltissimi commenti,  e quindi probabilmente ha centrato qualcosa, smuovendo quella nostra corda ancestrale che ci lega alle pagine di cellulosa. 

E’ curioso però che molti dei commenti lasciati rifiutino quest’idea, del più internet meno carta. Siamo forse meno severi con noi stessi di quanto non lo sia Mantellini? Per quel che mi riguarda mi autodenuncio: sono più i libri che penso di (voler) leggere di quanto non faccia realmente.

Eppure il fascino del libro resiste. Ne parlano oggi anche quelli di Techdirt, spiegando perché un e-book (inteso come reader), per quanto migliorato – come può essere l’ultimo sfornato da Sony – non possa in ogni caso reggere il confronto con la carta.

Per la maggior parte delle persone il libro è ancora la killer application della lettura. Ancora più illuminante questo articolo di Globe and the Mail.

Che dire… buona lettura!