Il patto col diavolo in salsa blogger fa proseliti. Il controverso PayPerPost - il recente servizio che mette in contatto inserzionisti e autori di blog affinché questi ultimi scrivano, dietro compenso, dei post sui prodotti delle aziende – ha raccolto un po’ di capitali di ventura. Per l’esattezza 3 milioni di dollari distribuiti tra Inflexion Partners, Village Ventures e Draper Fisher Jurvetson.
L’idea insomma di sfruttare la credibilità della blogosfera (che è una credibilità fondata sulla gratuità e l’entusiasmo dei singoli, spesso sul loro essere, appunto, singole persone con passioni e interessi, e non aziende) per fare della pubblicità a pagamento e (attenzione!) nascosta sta acquistando peso.
Il meccanismo è il seguente: le aziende fissano delle linee guida per la loro ‘inserzione’ (se è necessaria una foto; se il commento deve essere solo positivo ecc), e l’utente sceglie se aderire a questa forma di pubblicità. Scrive quindi un post (elogiativo) sul prodotto in questione, senza essere obblligato a specificare nel suo blog che riceverà un compenso per la benevola citazione; dopodiché l’azienda – che ha visionato il post PRIMA della sua pubblicazione – elargisce una bella manciata di dollari.
Personalmente continuo a dubitare che questo meccanismo possa davvero avere successo, perché lo trovo intrinsecamente in conflitto con quello che oggi sono la blogosfera e gli user-generated contents. E concordo con Marshall Kirkpatrick:
Ma se mai il fenomeno prendesse piede, sono pronta a scommettere che si diffonderebbe subito una specie di bollino anti-pubblicità, sfoggiato da tutti quei blog che non intendano vendere la propria credibilità.
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