Archivio per dicembre 2006

Ironie da riscaldamento globale

dicembre 22, 2006

Che sia la Natura Matrigna, l’Ironia della Storia o la stupidità degli uomini, sta di fatto che il riscaldamento globale si sta ritorcendo contro alcuni dei suoi più acerrimi negazionisti.

L’Australia – l’unico Paese industrializzato, insieme agli Stati Uniti, a non aver ratificato il protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di anidiride carbonica (una delle principali cause del global warming) – sta attraversando la peggiore siccità degli ultimi 1000 (!) anni, con conseguenti danni all’agricoltura e rallentamento della crescita economica.

D’altro canto anche in Oklahoma si sono registrati i peggiori livelli di siccità degli States. Vale a dire: proprio nello Stato del senatore James Inhofe, il principale negazionista del riscaldamento globale dopo il presidente Bush. Tra le chicche di Inhofe, l’aver definito il global warming “la più grande bufala mai propinata agli americani”, e l’aver paragonato il dibattito alimentato da politici, scienziati e ambientalisti alla propaganda del Terzo Reich.

Chissà ora gli elettori dell’Oklahoma che cosa penseranno. Forse a una punizione divina. Se così fosse… non so dove abiti Michael Crichton, ma, visto l’andazzo, non vorrei essere sua vicina di casa.

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In debito con Babbo Natale

dicembre 20, 2006

L’industria finanziaria e tecnologica americana celebra il Natale con un’indigestione di regalie e feste degne dell’era dot-com. Tra tutti saltano agli occhi i bonus per i dipendenti della Goldman Sachs, del valore medio di 600 mila dollari a persona.

Pure la grande abbuffata coinvolge anche milioni di famiglie americane, prive di gratifiche aziendali ma non di spirito consumistico, che con la girandola di acquisti natalizi assestano un colpo mortale (o quasi) alle loro carte di credito, e dunque alla loro situazione debitoria. Ogni mese – ci ricorda Barbara Ehrenreich in questo post, cui segue una interessante sfilza di commenti, intenso ritratto di vita a stelle e strisce – 115 milioni di statunitensi si portano dietro un debito, e quando il fardello si fa troppo pesante arriva qualcuno ad alleggerirli della macchina o della casa.

E ciò nonostante resta l’imperativo di comprare, mentre chi si sottrae a questa logica viene dipinto come un fricchettone.

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Digg lancia la classifica dei podcast

dicembre 18, 2006

Digg getta nella mischia anche quel prodotto per sua natura soffuso di understatement che è il podcast. Il noto sito di news tecnologiche (ma non più solo tech) fondato sulla partecipazione e i voti degli utenti dedica una sezione a quelle trasmissioni radio fai-da-te, cui è possibile abbonarsi tramite un apposito programma.

La gerarchia dei podcast presentati, vuole la legge di Digg, è rigorosamente basata sulle prefererenze dei lettori, e in prima posizione svetta (indovinate un po’) Diggnation, la trasmissione dello stesso Digg. Ma a incalzare subito dopo è This Week in Tech, una sorta di tavola rotonda settimanale condotta con maestria e tanto humor da Leo Laporte: per chi non lo conoscesse lo consiglio vivamente.

Insomma, la novità introdotta da Digg – che ha appena compiuto i due anni di vita ed in occasione del Natale ha ridecorato il proprio sito con un po’ di funzionalità nuove – spinge di nuovo al centro della scena il podcasting, che dopo una prima fase di euforia sembrava essersi arenato ai margini della conversazione digitale, restando un fenomeno di nicchia.

Ma ci sarà mai un vero decollo per i podcast? O sono stati già superati?

PS: Non sarà forse il podcast un’esperienza troppo lenta per il nostro malato ritmo di vita e la nostra bulimica assimilazione di informazioni?

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Le autostrade che portano malattie

dicembre 14, 2006

Cosa è cambiato, nel rapporto tra modernità e tradizione, tecnologia e ambiente, Occidente e resto del mondo rispetto al Cinquecento?

Niente.

La costruzione di strade nelle foreste pluviali porta, insieme all’asfalto, malattie tra le popolazioni indigene. Secondo una ricerca effettuata nel nord dell’Ecuador, nei villaggi più vicini a un’autostrada aumentano gli ammalati di una grave forma di diarrea.

Anche in Africa la diffusione del dengue e della malaria è aumentata in connessione con la deforestazione e la costruzione di infrastrutture.

Paradossi della modernità. O forse un baco strutturale?

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Internet, Alberoni e la perdita dell’innocenza

dicembre 11, 2006

Dopo i casi di bullismo nelle scuole, filmati e finiti in Rete, dopo il binomio internet e violenza, ora è la volta del sesso. Francesco Alberoni dalla prima del Corriere si scaglia contro il Net, colpevole a suo dire di aver trasformato, involgarito o addirittura devastato l’educazione sentimentale di un’intera generazione.

Riservandomi solo qualche commento (in parentesi), lascio la parola all’autore:
“Oggi un ragazzino di 12 anni, cliccando una parola innocua (?!) come sesso, può accedere a decine di migliaia di foto o filmati di pornografia estrema: un invito all’imitazione [ma davvero è l'unica reazione che si riesce a immaginare al riguardo?]. Fino a pochi anni fa le conoscenze sessuali si sviluppavano in parallelo alle esperienze amorose [la prostituzione come si colloca in questa retrospettiva storica?], oggi vengono fornite da internet [qui non ci vorrebbe un 'anche'?] nella loro forma più arida, brutale, promiscua” [accidenti!]“.
Fine della citazione commentata.

Pare insomma che siamo passati dallo stil novo al sadomaso senza soluzione di continuità, e tutto a causa di internet. Incredbile eh?

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Giornali, una cotta per i blog

dicembre 11, 2006

Tra blog e giornali è finita l’era della diffidenza. I diari online sono ormai diventati – specie per la stampa americana – un modo economico per svecchiarsi, rilanciare la propria immagine e invischiare i lettori prima che scappino su altri lidi del web.

Questo lungo articolo dell’American Journalism Review – segnalatomi da Ubik, che ringrazio – analizza in dettaglio la sfolgorante luna di miele tra due modi della comunicazione che, a mio avviso, tendono sempre di più ad avvicinarsi e a rispecchiarsi.

A quanto pare i giornali statunitensi stanno sfornando blog come fossero varietà di ciambelle: blog su sport, politica, criminalità, via via a scendere nalla lunga coda dell’essere genitori, degli animali domestici, del bowling e via dicendo. E le modalità pratiche con cui si realizzano questi diari sono anche le più varie: scritti da giornalisti del proprio staff, da esperti o appassionati assoldati appositamente, da blogger indipendenti, da lettori che hanno proposto un progetto specifico. Ci sono editori che si buttano nella mischia senza troppi scrupoli facendo affidamento sull’informalità del mezzo e altri che si tormentano con dubbi legati alla forma, all’etica (!), ma soprattutto ai risvolti legali.

Tra i casi citati trovo molto interessante l’esperienza del Dallas Morning News, che ha dato vita a un blog scritto dalla redazione: uno squarcio sui meccanismi e i dibattiti interni dei redattori, ma anche sui loro interrogativi, sulle loro idee e idiosincrasie. Un’operazione di trasparenza che crea nei lettori anche un senso di familiarità verso i giornalisti e dunque (immagino) un conseguente attaccamento alla testata.

Di tutti i problemi sollevati – fino a che punto spingersi coi link esterni (includere solo siti ideologicamente in linea col giornale o no?); filtrare o meno i commenti; editare o no i post; come prevenire il rischio di cause legali – mi pare che quello principale sia sempre lo stesso: ovvero, per dirla con Kelly McBride (Poynter Institute), “c’è una tensione intrinseca tra il valore della velocità in un mondo online e il dovere del giornalismo di svolgere un lavoro completo e accurato”.

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Realtà virtuale e memoria fallace

dicembre 8, 2006

Hanno fatto un esperimento per capire se l’utilizzo di esperienze virtuali aiuti le persone ad apprendere più velocemente: il risultato ha superato la realtà. I partecipanti al test avevano memorizzato così bene quanto imparato che a volte si ricordavano troppo. Anche cose inesistenti.

L’ipotesi è dunque che la realtà virtuale possa produrre memorie fittizie. La prossima volta che avrete qualche esperienza di immersione in un mondo simulato pensateci. Forse quella persona che avete incontrato non era poi così affascinante… Forse quella frase che vi ricordate non l’ha mai detta….

Ma la memoria non era già abbastanza ingarbugliata di suo?
Ne parlo anche qui.

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La tecnologia è donna, mentre la violenza….

dicembre 7, 2006

Al grido di “Riprendiamoci la tecnologia” si sta per concludere la maratona online di Take Back The Tech, sedici giorni di attivismo femminista on e off line dedicati alle possibilità di empowerment e di lotta alla violenza sulle donne offerte dall’Ict.

Perché se è vero che la tecnologia può offrire inedite forme di abuso (“Sei mai stata molestata via sms?” chiede uno dei thread del forum, domandando anche come reagire nel caso), questa campagna internazionale intende sottolineare le potenzialità positive, creative e abilitanti della stessa, invitando le donne (ma anche gli uomini) a partecipare con tutti i mezzi digitali possibili: email, video, cellulari, podcast e via dicendo.

E allora avremo video-racconti di storie di violenza e di reazione alla stessa, una miriade di banner e sticker di bit e di carta, consigli per una maggior cyber-sicurezza, nonché informazioni e sinergie tra campagne e associazioni sparse per il mondo.

Il tutto sotto il segno della partecipazione, della volontà di agire e di re-agire. In alcuni casi ci sono vittime, ma senza vittimismo.

Insomma, il “nostro diritto a muoverci liberamente senza subire molestie o altre minaccie alla sicurezza va esteso anche agli spazi digitali”. E questi a loro volta possono essere usati per rivendicare la propria libertà anche nel mondo offline.

“Possono – si chiede il sito della campagna – i cellulari, le webcam, i blog e i videogame trasformare le relazioni di potere tra uomini e donne”?

Credo di sì, anche se finora non vedo grosse rivoluzioni in vista. E allora, intanto, reclamiamo la tecnologia.

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Biotech, rivediamo la valutazione del rischio

dicembre 6, 2006

Dobbiamo ripensare il modo in cui le biotecnologie arrivano sul mercato, poiché siamo ben lontani dal valutare appieno i loro rischi? Per Denise Caruso, pare proprio di sì.

E’ stato lanciato ieri negli Stati Uniti il libro Intervention: Confronting the Real Risks of Genetic Engineering and Life on a Biotech Planet (Hybrid Vigor Press, 2006) secondo il quale saremmo completamente impreparati a vivere in un mondo biotech.

La ragione di fondo è -  almeno secondo l’autrice Denise Caruso, veterana del giornalismo high-tech ed ex-firma del New York Times – che stiamo utilizzando metodi sbagliati e insufficienti per valutare il rischio dell’ingegneria genetica. Un vizio di fondo pericolosissimo che – combinato con gli interessi dell’industria e l’imperizia degli enti regolatori – porta sul mercato potenti prodotti biotech di cui non sono previsti i potenziali effetti collaterali.

Zanzare ingegnerizzate per essere reistenti alla malaria, microbi prodotti per ripulire sostanze inquinanti, pesci (come il salmone) con il gene dell’ormone della crescita sono tutte bombe ecologiche a orologeria dal momento che potrebbero facilmente diventare specie invasive minacciando altre piante, animali, insetti nonché l’equilibrio dell’ecosistema.

I temi tratttati nel libro di Caruso (oserei dire: il libro che avrei sempre voluto scrivere… mi mancano solo venti anni di carriera nel giornalismo tecnologico, cinque anni di New York Times e l’aver fondato un istituto no profit di ricerca sulle intersezioni tra scienza e società; dunque per ora mi limiterò a comprare e a leggere il suo) sono molti, ma questo interrogarsi sulla definizione del rischio è davvero importante: non basta dire che qualcosa è sicuro in base a quanto ne sappiamo, bisogna tenere in conto anche quanto ci è sconosciuto. E non c’è bisogno di essere scienziati per capire che l’ingegneria genetica presenta dei pericoli. Riappropriarsi della percezione del rischio mi sembra un primo passo nel dibattito sulle nuove tecnologie. Specie se in gioco c’è la materia base della vita.

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