Archivio per gennaio 2007

Politica Usa: continua il flirt coi video

gennaio 31, 2007

Cosa c’è di più potente di un Ted Kennedy che dagli spalti del Congresso tuona contro i Repubblicani accusandoli di sabotare l’innalzamento di due dollari del minimo salariale, dopo dieci anni di stallo?

Un Ted Kennedy che tuona contro i Repubblicani in un video su YouTube. L’exploit del senatore del Massachusetts (“dove si ferma l’avidità?….Che cosa trovate di così offensivo in uomini e donne che lavorano?”) sembra uscito da un romanzo di Steinbeck, ma la ripresa video lo trasforma in una hit dell’era internet (vedete soprattutto la seconda parte del video).

E’ l’ennesima dimostrazione dell’influenza galoppante del web sulla politica americana, la quale ovviamente non si è tirata indietro e sta cercando, con alterni esiti, di cavalcare la tigre (e su VisionBog stiamo seguendo da vicino la questione).

Non sempre il binomio video e politica affronta tematiche serie, a volte serve solo per far ridere o per esorcizzare l’improbabilità di alcuni personaggi. Tra le recenti clip di successo c’è la battaglia palpebrale tra Nancy Peloso, speaker del Congresso, e Dick Cheney. O ancora, il sonnellino di John McCain, candidato repubblicano alle primarie (quest’ultimo si è già guadagnato il titolo del più bersagliato sul web).

E poi ci sono siti come U4prez.com, che invita tutti i cittadini a correre per la presidenza americana creando una propria campagna online virtuale. Ma questa mi sembra un’operazione pretestuosa, che sfrutta una trasformazione sociale reale (l’impatto del web su politica, partecipazione e trasparenza) per richiamare un po’ d’attenzione.. Un po’ come la nota copertina del Time sul personaggio del 2006.

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Hillary Clinton paladina della privacy

gennaio 29, 2007

Una nuova carta dei diritti sulla privacy, che assicuri gli interessi dei consumatori, e che dia agli americani la possibilità di sapere cosa accade delle loro informazioni personali, garantendo un livello di controllo senza precedenti su come vengono usati i dati, oggi quasi tutti digitalizzati. Lo aveva annunciato, tempo fa, Hillary Clinton, che intanto è diventata la potenziale candidata presidenziale per i democratici, e dunque quel discorso passato allora quasi inosservato assume nuova luce. Almeno per Wired, che qualche giorno fa ha presentato l’ex-first lady più famosa e chiacchierata (non per colpa sua, per altro) d’America come una paladina dei libertari e dei difensori della riservatezza. O quasi.

“La nostra economia è basata sempre più sui dati. (…) A tutti i livelli, le protezioni della privacy riguardanti i comuni cittadini sono inadeguate, vecchie o addirittura saltate del tutto”.

E ancora:
Oggi la nostra privacy entra in un conflitto ambiguo con le videocamere per la sicurezza, il data mining, gli hacker e i ladri di identità digitale. Siamo preoccupati non solo dell’azione del governo, ma anche della capacità del settore privato, fosse anche il nostro vicino, di abusare delle nostre informazioni personali, o di non proteggerle abbastanza”.

Qualche giorno fa su VisionBlog abbiamo iniziato a seguire le elezioni presidenziali americane e il loro rapporto con l’internet. Se è vero che finora tutti e tre i papabili democratici (Obama, Clinton ed Edwards) si sono dimostrati attenti alle esigenze della nuova comunicazione online, qui Clinton fa un passo ulteriore gettandosi nella mischia delle questioni di sostanza sollevate dall’era digitale: appunto, il diritto alla privacy.

E’ anche vero che la progressiva erosione della riservatezza, combinata con un sistema sanitario spudoratamente privato, può avere effetti dirompenti per una società. E forse anche di qui discende l’interesse della senatrice per un nuovo Privacy Bill of Rights.

Credo che con questa mossa Clinton superi per ora (e forse grazie ‘all’attenzione’ di Wired?) gli altri due concorrenti democratici sul terreno del digitale (inteso non solo come modalità comunicativa ma anche come un mondo di diritti, problemi e istanze).

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Intrappolati in una matrioska di metaversi

gennaio 25, 2007

Pare proprio che dovremo virtualizzarci o perire. Mai come in questi ultimi giorni siamo stati inondati dalla prospettiva di finire i nostri giorni in un qualche metaverso, ovvero in un mondo virtuale in 3D dove svolgere attività molto simili a quelle della vita reale. Dalla neobattezzata era della partecipazione siamo dunque rapidamente passati all’era dell’avatar, sul cui carrozzone sono saltati perfino gli organizzatori del World Economic Forum di Davos, che per l’occasione hanno anche scoperto le meraviglie del web 2.0 (vedi oggi sul Financial Times di carta).
Forse gli amministratori delegati riuniti in Svizzera sono elettrizzati al pensiero di riuscire a scaricare un giorno le famigerate esternalità negative all’interno di un mondo virtuale.

E mentre ieri anche Ibm annunciava che il lavoratore del futuro dovrà essere sempre più abile a muoversi e a socializzare nei metaversi, e la Bbc prometteva un per altro vago Second Life dei piccoli, oggi TechCrunch tira in ballo anche Google, che nell’universo del business online è ormai come il prezzemolo in cucina. Secondo il blogger e partner di Benchmark Capital Michael Eisenberg, infatti, il più popolare motore di ricerca “sta lavorando per trasformare Google Earth in un mondo virtuale alla Second Life”. Nozione su cui concorda anche un più vecchio articolo di Business 2.0.
A questo punto direi che i tempi sono maturi per costituire le prime associazioni in difesa della vita incarnata. Pro analog life.

 

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Se i polli europei volano in Africa

gennaio 24, 2007

Eccovi una storia di commercio internazionale. Ma anche di Africa, di pennuti, di diversi pesi e diverse misure. Inizia con la passione europea per i petti di pollo: magri, pratici, economici; nei Paesi dell’Unione se ne consuma in gran quantità. Il fatto è che lasciano anche un gran numero di scarti, parti meno pregiate e desiderate, come le zampe. Che fare di tutti gli avanzi? chicken.jpg

Ce lo spiega Marcello Faraggi in questo documentario (Chicken Madness) per EUx.tv: si congelano e si spediscono in Africa, ad esempio in Camerun, dove vengono venduti nei mercati  – spesso dopo essere stati più volte scongelati e nuovamente congelati – a prezzi inferiori rispetto ai polli dei piccoli allevatori locali. Con effetti disastrosi per l’economia del Paese. “La competizione dei polli d’importazione provenienti dall’Europa ha fatto perdere la principale fonte di reddito al 92 per cento dei piccoli allevatori camerunesi” spiega Bernard Njonga, presidente di ACDIC, una ong africana che si sta battendo contro questa forma di dumping.

Non sorprendentemente, l’invasione dei polli europei è iniziata in Africa dopo il 1994 e la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio, con la conseguente riduzione delle protezioni tariffarie che sostenevano i piccoli agricoltori del Sud (e senza che invece fossero smantellati i corposi sussidi destinati dall’Europa al suo agribusiness).

Ma le vie delle liberalizzazioni non sono mai finite. L’Europa sta infatti negoziando con l’Africa centrale un nuovo accordo, l’Epa (Economic Partnership Agreement), che allo stato attuale toglierebbe a Paesi come il Camerun – che negli ultimi anni ha almeno aumentato le tasse sul pollo congelato – le ultime difese contro simili importazioni.

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Come moltiplicare l’intelligenza collettiva

gennaio 22, 2007

Dove andare a pescare l’intelligenza collettiva se non in un sito che l’ha già raccolta, anche se per altri scopi? E’ quanto deve aver pensato Roddy Richards, un programmatore di Chicago, nel momento in cui ha deciso di costruire un sito di social networking attingendo alle risorse umane di una comunità già esistente, quella raccolta attorno all’ormai famoso Digg.com.

Uniamoci e realizziamo un sito di relazioni sociali dieci volte migliore di MySpace e di Facebook, dice in sostanza Richards nel progetto provvisoriamente battezzato DuggSpace. Ci sono le competenze – perché Digg attira una discreta fauna di “smanettoni”; c’è il modello partecipativo, composto da votazioni, regole, comportamenti ormai assimilati dai frequentatori del sito; ci sono i numeri – ovvero un serbatoio di 600 mila utenti registrati.

Possibile che dalla combinazione di questi ingredienti non si riesca a produrre, con gli stessi metodi collaborativi, qualcosa di più che una semplice classifica di notizie?

Vedremo come reagirà la comunità spesso polemica e niente affatto monolitica di Digg. E’ chiaro comunque che l’idea di Richards, che ad alcuni può apparire balzana, mette in rilievo un aspetto sempre più importante dei social networks: il fatto che queste aggregazioni online, spesso incollate da interessi o da altre caratteristiche in comune, diventano di per se stesse una risorsa. Una nicchia di intelligenza collettiva. Che può essere utilizzata in modalità e per scopi ulteriori rispetto a quelli iniziali. Magari nemmeno previsti.

 

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Registrati, immortalati e archiviati

gennaio 19, 2007

“Guarda che ti mando in America!” grideranno un giorno le mamme ai propri figli adolescenti, gelosi della propria privacy, quando vorranno intimorirli. Eh sì, perché verrà il giorno in cui fare un viaggio negli Stati Uniti sarà un po’ come svendere la propria dignità, almeno in termini di diritto alla riservatezza.

Una volta imbarcati in aereo ogni nostra mossa, gesto, espressione facciale e parola verranno infatti registrati e analizzati al computer da un sistema antiterrorismo, progettato, a onor del vero, dall’Unione europea (scrive oggi il Corriere della Sera). Attivo anche quando andremo in bagno, ché, si sa, i gabinetti degli aerei sono lo spazio ideale per assemblare ordigni.

Dopo essere atterrati, invece, sarà bene che il nostro passaporto sia perfettamente in regola, perché se dovessimo essere scambiati per immigrati clandestini il nostro Dna verrebbe prelevato e archiviato dall’Fbi. Per sempre.

Infine, quando gireremo a testa in su per le strade di New York, dovremo sperare che un qualche nostro atteggiamento non venga interpretato, da un cittadino troppo zelante, come un atto criminale, perché il cittadino in questione avrebbe il diritto di fotografarci (o riprenderci con una videocamera) e di mandare direttamente il materiale alla polizia (varie fonti straniere, brillante come al solito il commento di TechDirt).

Ma in fondo si tratta solo di privacy, no? Chi la difende ormai fa la figura del luddista, o di quelli che ancora si aggrappavano al sistema tolemaico mentre scoppiava la rivoluzione copernicana.

Eppure, come dice lo slogan, “tutto gira intorno a te”. E ti fotografa…

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Creazionisti ed evoluzionisti uniti nella lotta…

gennaio 18, 2007

Dove Darwin ha diviso, il riscaldamento globale ha unito. Tra creazionisti ed evoluzionisti, tra evangelici e scienziati, dopo anni di confronto duro sull’origine del mondo e della vita, è scoppiata la pace. O quanto meno, una tregua. Il ruolo di pacificatore l’ha incarnato, purtroppo, il crescente degrado ambientale che colpisce senza distinzioni di credo. E così ieri, a Washington DC, una conferenza stampa collettiva – che ha messo insieme, in un’insolita foto di gruppo, biologi e leader di organizzazioni evangeliche, professori di Harvard e pastori delle mega-chiese americane – ha invocato un’azione urgente per fermare il mutamento climatico, la distruzione degli habitat naturali e l’estinzione crescente delle specie.

Miracolo? Trionfo della ragione? Mutazione genetica incontrollata? A ciascuno la sua spiegazione.

“Abbiamo un profondo rispetto per la vita sulla terra. Che sia stata creata da Dio o si sia evoluta nel corso di miliardi di anni, la vita esiste, è sacra a tutti noi, ed è messa in pericolo dall’attività umana” ha dichiarato uno scienziato. E se non vi basta: “Non importa se siamo liberali o conservatori, darwinisti o creazionisti: viviamo tutti sotto la stessa atmosfera…”

E così sia. O.. come volevasi dimostrare.

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Uno, nessuno, centomila wiki

gennaio 16, 2007

Qualcuno dovrebbe suggerire agli Wikipediani e ai loro amici maggior attenzione sui nomi della galassia wiki (e sulla tempistica dei vari progetti) in modo che si eviti di generare confusione tra utenti e commentatori. Infatti, se inciampa anche uno così tanto addentro ai retroscena della Silicon Valley e dintorni come Michael Arrington (TechCrunch) allora vuol dire che il polverone è fitto.

Sta di fatto che da poche ore è online WikiSeek, un nuovo servizio per gli amanti di Wikipedia: si tratta di un motore di ricerca che indicizza solo le pagine della nota enciclopedia online, oltre ai siti che vengono linkati dalla stessa. L’obiettivo di questo progetto è duplice: da un lato offrire un motore più efficace di quello attualmente esistente sulla stessa Wikipedia; dall’altro fornire risultati di qualità alle interrogazioni degli utenti, in virtù dell’utilizzo di un ventaglio ristretto di fonti (che escludono dunque spam, siti gonfiati dalle tecniche di online marketing ecc). La ricerca può essere affinata utilizzando strumenti come la nuvola di tag (etichette), che illustra tutte le categorie di Wikipedia contenenti la parola cercata.

Insomma, uno strumento interessante, i cui proventi pubblicitari (o buona parte degli stessi) verranno girati dai suoi progettisti – ovvero da SearchMe, una start-up di Palo Alto sostenuta dalla Sequoia Capital – alla Wikimedia Foundation. Per quelli di SearchMe si tratta soprattutto di un investimento in immagine, dal momento che intendono sfornare tutta una serie di motori di ricerca di nicchia, adatti alle esigenze della “coda lunga”.

Tutto ciò non va però confuso con Wikiasari, il progetto svelato da Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, che ambisce a lanciare un motore di ricerca generale (non limitato all’enciclopedia online dunque) il quale prenda in considerazione, nella gerarchia dei suoi risultati, le scelte e i giudizi della comunità di internauti. Una sfida a Google e ai suoi algoritmi, l’hanno ribattezzata alcuni media. Restano per altro molti dubbi sui dettagli di quest’ultima creazione di Wales, a partire dallo stesso nome, Wikiasari.

Quindi, ricapitolando, nessuno di questi due progetti è realizzato da Wikipedia: l’enciclopedia online gioca, in entrambi, un ruolo marginale.

D’altra parte, fino a pochi giorni fa, WikiSeek si faceva chiamare WikiSearch. Ma forse a questo punto vi è già venuto il mal di testa…

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L’Europa migliora i cellulari

gennaio 15, 2007

I cellulari stanno diventando un po’ più verdi e il merito è degli standard adottati dall’Unione europea, in particolare dalla direttiva entrata in vigore a metà 2006 – Restriction of Hazardous Substances (RoHS) – che ha bandito dalle apparecchiature elettriche ed elettroniche l’uso di materiali tossici come il piombo, il mercurio e i ritardanti di fiamma brominati, un particolare gruppo di agenti chimici contenenti il bromo. Tutte sostanze pericolose se disperse nell’ambiente, specie se iperalimentate anche dall’accumulo e la veloce sostituzione dei telefonini.

La conseguenza del bando europeo è stata che i maggiori produttori di cellulari – Nokia, Motorola, Samsung, LG, and Sony Ericsson, i quali coprono l’80 per cento del miliardo di telefonini venduti l’anno scorso – si sono dovuti adeguare perché sarebbe stato troppo complicato costruire apparecchi fatti con materiali diversi a seconda dei diversi standard. Insomma, l’Europa per una volta (e speriamo che lo faccia sempre di più) detta la linea, anche se il risultato immediato è stato di fare dell’America Latina una pattumiera high-tech più di quanto già non sia.
Ma forse sarebbe l’ora di fare uno sforzo ben superiore nel riciclo (e nel riutilizzo) di tutti questi telefonini, che – ci dicono i dati – in media gli utenti cambiano ogni 18 mesi…

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Dove ti porta il porno

gennaio 12, 2007

Nel mondo tecnologico ci sono due correnti di pensiero: chi attribuisce al porno il ruolo di motore occulto nella commercializzazione di nuovi prodotti e chi no.

Se siete della prima scuola godetevi la seguente notizia: Digital Playground, noto produttore di film per soli adulti, avrebbe scelto l’Hd-Dvd, il formato per dischi ottici di nuova generazione sostenuto da Toshiba. La ragione? Sony, produttrice del rivale Blue-ray, sarebbe ostile all’idea di riversare contenuti a luci rosse sul suo sistema.

Vi ricorda qualcosa? (Ne parlo anche su VisionBlog).

Sempre per restare in tema di tecnologia che scotta, un’insegnante del Connecticut rischia fino a 40 anni (!) di carcere per aver mostrato in classe dei siti web per soli adulti. La difesa ha addossato la colpa di quanto accaduto a uno spyware che la donna non sarebbe stata in grado di controllare. Premesso che, se anche l’avesse fatto intenzionalmente, l’idea di condannarla a 40 anni di prigione è talmente ridicola che mi meraviglio che la stampa americana la prenda anche solo in considerazione (ovviamente deve farlo, se il rischio è reale, ma non con questi titoli…).

E tuttavia mi chiedo: se fosse stato davvero uno spyware? Anche senza sentenze khomeiniste, una vita e una reputazione rovinata.
Per un pop-up.

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Condivisi è meglio di sherati… almeno per ora

gennaio 11, 2007

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Avevo appena iniziato a guardare il video sul sito di Nova24 (Il Sole 24 Ore) in cui Lele Dainesi ripercorre gli eventi principali che hanno scandito, nell’ultimo anno, l’ascesa, appunto, dei video, quando mi è saltata agli occhi e alle orecchie una parola: sherati. I video, spiega il conduttore, possono essere inviati, commentati, sfogliati e … sherati, dove l’improbabile termine proviene (immagino) dal verbo inglese to share. Ma perché, mi sono chiesta. Non bastava ‘condivisi’?

Capisco che nella magnifica marcia dell’internet, della tecnologia, del web n.0, nella illuminata monarchia che spande i suoi benevoli effetti dal cuore della Silicon Valley, nella frenesia giornalistica di tenere il passo, dedicare un pensiero alla nostra povera lingua, oltre che essere terribilmente di retroguardia, appaia più che altro fuori tema (mi veniva da scrivere off topic…).

Ma forse uno sforzo dovremmo farlo (e mi ci metto anch’io ovviamente, che spesso e non sempre vittoriosamente combatto con la tentazione di ricorrere alla scorciatoia dell’inglese). Forse dovremmo evitare di usare la lingua di Shakespeare (ma, ed è quel che più conta, soprattutto dei computer e dell’economia) quando non strettamente necessario, quando il nostro idioma appare ancora efficace e usarlo non ci fa sembrare dei letterati dell’800 teletrasportati al MacWorld. Evitando soprattutto di inventare vocaboli italiani di derivazione anglo quando i nostri sono lì a disposizione, perfettamente funzionanti.

Condivisione, condividere, condivisi: non sono delle parole bellissime?

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A chi (e a che) servono le colture GM?

gennaio 10, 2007

L’agricoltura geneticamente modificata rimane, per ora, ancora limitata geograficamente. Il 70 per cento dei campi GM sono negli Stati Uniti e in Argentina, riferisce infatti un report di Friends of the Earth rilasciato ieri.

Ma il più grosso limite delle coltivazioni GM è quello relativo alla loro utilità. “Nessuna coltura GM oggi presente sul mercato offre benefici ai consumatori in termini di prezzi o di qualità, né finora queste colture hanno fatto nulla per alleviare la povertà o la fame in Africa o in altre parti del mondo” ha commentato il nigeriano Nnimmo Bassey, di FoE Africa.

Le varietà GM non aumentano le rese – specifica il rapporto intitolato Who Benefits From GE Crops? – né tantomeno migliorano la qualità del cibo: l’unico vantaggio è quello di ridurre il costo del lavoro perché è più facile controllare le erbacce attraverso il potente erbicida glifosato (cui gran parte della soia e mais GM sono resistenti). Un effetto che interessa più che altro le coltivazioni su scala industriale, e che non aiuta certo i contadini poveri.

Come se non bastasse, l’utilizzo ripetuto del glifosato sta creando delle super-erbacce resistenti al prodotto chimico. Scienziati americani hanno scoperto, l’anno scorso, che alcune varietà di piante infestanti dell’Indiana e dell’Ohio sono diventate immuni al glifosato. Diventano dunque sette, negli Usa, le malerbe che hanno sviluppato resistenza al più potente erbicida del mondo.

Ciò nonostante, ampie piantagioni di mais e soia GM sono coltivate negli Stati Uniti, in Argentina e in Uruguay: e comunque gran parte di questa produzione finisce in Nordamerica e in Europa come mangime per animali.

Nel caso stiate mangiando una bistecca… buon appetito.

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Non c’è un legame tra brevetti e innovazione

gennaio 9, 2007

Non c’è alcuna relazione statistica tra brevetti e profitti, tra il numero di patents accumulate da un’azienda e la sua capacità di innovare. Anzi, spesso le cose più innovative non sono brevettate.
Considerazioni che emergono dalla lettura dello studio sui budget in ricerca e sviluppo stanziati dalle maggiori corporation globali. Ne parlano sia TechDirt che Against Monopoly, un blog a più voci schierato, come s’intuisce dal nome, su posizioni ostili alla proprietà intellettuale.
Insomma, sembra azzopparsi il cavallo di battaglia dei più rigidi difensori dell’IP: che i brevetti servano a rendere un’azienda più innovativa. E allora a che servono, e perché darsi tanta pena? Non saranno mica usati per frenare la creatività dei concorrenti?

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La maca non è per pirati

gennaio 8, 2007

Non sembrano intenzionati a compromessi, i contadini quechua del Perù. Non questa volta, non per la maca. Il tubero che regala energia e resistenza tanto all’escursionista quanto al latin lover è cosa loro. Loro che per primi ne hanno scoperto le proprietà, che la coltivano, che ne spremono le radici per ottenere una bevanda rinvigorente. Dono della natura, ai Quechua e al mondo.

Per questo il fatto che nel 2001 una azienda del New Jersey – la PureWorld -  ne abbia brevettato un estratto, sulla cui commercializzazione detiene l’esclusiva, li ha fatti infuriare. Casi di biopirateria – di appropriazione di piante medicinali usate da comunità indigene da parte di aziende che ne brevettano l’estrazione, spesso semplicissima, delle proprietà – sono ormai frequenti, ma il ‘furto’ della maca era troppo. Ecco perché i Quechua si stanno preparando a fronteggiare l’azienda detentrice del brevetto in tribunale, cercando di dimostrare che quella patent sulla radice peruviana non copre nulla di nuovo e di innovativo, e che in Perù esiste documentazione dell’uso della stessa (prior art, la chiamano in America).

Quelli di PureWorld (oggi parte di Naturex) stanno cercando ora un compromesso, riconoscendo non solo le conoscenze pregresse degli indigeni, ma – bontà loro – anche che questi sono liberi di coltivarla e usarla come hanno sempre fatto…

L’azienda precisa infine che il brevetto riguarderebbe solo l’estrazione e l’isolamento dell’ingrediente centrale della maca, operazione che è costata 1 milione di dollari e tre anni di ricerca. Costoso, in effetti, come frullato.

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