Da che scienza è scienza gli scienziati si sono scritti molte lettere, che oggi sono manna per gli storici impegnati a ricostruire relazioni, motivazioni, riflessioni e percorsi mentali dei ricercatori più importanti. Una bozza scritta (e mai spedita) di Niesl Bohr ha recentemente illuminato le circostanze di un famoso e misterioso incontro avvenuto nel 1941 fra lo stesso Bohr e Werner Heisenberg (due dei fondatori della meccanica quantistica) nella Danimarca occupata dai nazisti.
Ma di che si nutriranno gli storici del futuro? Useranno come loro fonti le e-mail? Se lo chiede Robert Crease, e l’interrogativo non è retorico né frutto di un novecentesco romanticismo che si compiace di archivi bui polverosi e ingialliti. La questione è quella della durata e della conservazione dei dati digitali: quanto possiamo contare sulla posta elettronica e chi ci assicura che quanto documenta non scomparirà insieme al server che la contiene? Che longevità hanno le informazioni digitali?
“Abbiamo carta del 2000 avanti Cristo – dice uno storico dell’American Institute of Physics – ma non possiamo leggere la prima mail inviata nella storia. Abbiamo i suoi dati e il nastro magnetico, ma il formato è andato perduto”.
Il problema ha ispirato vari progetti di archiviazione dei dati elettronici, il più famoso è l’Internet Archive, mentre in campo scientifico ci sono il Persistent Archives Testbed Project e il Dibner–Sloan History of Recent Science and Technology Project (quest’ultimo incorpora anche informazioni sugli scienziati coinvolti per contestualizzare al meglio i documenti).
I fisici dunque si stanno preoccupando della preservazione dei loro scritti, anche quelli più informali. Mi chiedo cosa faranno gli storici del costume e della società, quelli che spulciano anche le corrispondenze della gente comune: dove andranno a recuperare il materiale necessario per i loro lavori?
Viviamo in un tempo paradossale, in cui da un lato rischiamo di non avere memoria delle nostre comunicazione private, dall’altro di esporre continuamente i nostri dati all’indiscrezione dei contemporanei.
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Febbraio 9, 2007 alle 9:46 pm |
credo sia partito da una concezione della comunicazione (contemporanea)errata
penso che essa (la comunicazione) oggi non possa avere lo stesso significato (e direi VALORE) di quella tra Heisenberg e Bohr… neanche se ai tempi nostri ci fossero Galileo e Heinstein contemporanemante!
Se non abbiamo memoria, come tu dici, delle comunicazioni è perchè non attribuiamo valore alla stesse.
Non voglio dilungarmi perchè, il mio, è un semplice commento che andrà perso e dimenticato da me stesso: figurarsi dagli altri….
A supporto di quello che dico porto questa mia idea: i discorsi verbali tra i due scienziati di inizio secolo non sono sicuramente stati registrati, saranno morti con loro. Lo scritto oggi, compreso il mio di questo istante, è anche un mezzo tanto frequente e informale (questi due aggettivi non puoi negarli perchè si scrivono sms, messaggi di umore, mms… si scrive più di quanto si parli) quanto privi di valore sono stati i discorsi informali all’epoca.
Alla corrispondenza mantenuta nella storia era attribuito un valore dagli stessi autori: essi la conservavano.
Quella che tu indichi è piuttosto una mania di conservare tutto, tanto, in formato elettronico, non costa niente.
Siamo noi stessi, sapiens non a caso, a riconoscere valore ad alcune determinate comunicazioni e a conservarle: sicuramente non le conserviamo in un database accessibile da internet.
Mi autopunirò se mi dimostrate, con ipotesi dimostrazioni e tesi scritte in un formato archiviabile, che sbaglio.
saluti