Anche le idee migliori possono centrare il bersaglio sbagliato. Ed in tal caso arrecano danni agli altri e a loro stesse. Come la campagna “Flower Mile” lanciata dal deputato britannico Norman Baker e appoggiata da alcune organizzazioni ambientaliste, tra cui, da quel che ho ricostruito, Friends of the Earth, nonché l’autorevole pensatoio della New Economics Foundation.
L’idea ricalca il modello delle iniziative note come Food Mile, che intendono sensibilizzare i consumatori sul fatto che gli alimenti incorporano un costo di trasporto spesso assurdo e inutile, con relativo dispendio energetico e danno ambientale: insomma, perché acquistare pomodori che arrivano da 1000 e passa km di distanza invece di comprarli dai produttori locali? In Italia e nel mondo esistono ad esempio dei gruppi di acquisto, associazioni di consumatori che si rivolgono ai contadini locali per ordinare collettivamente dei prodotti che perlopiù seguono precisi standard ambientali sociali e biologici (e per trasparenza aggiungo che anch’io faccio parte di uno di questi gruppi: in gergo, Gas…).
Il recente allarme legato agli effetti del riscaldamento globale (e quindi delle emissioni inquinanti) ha contribuito a rendere il tema più appetibile mediaticamente e politicamente: tanto che in Gran Bretagna è nata questa campagna che vuole limitare l’acquisto di fiori da Paesi lontani come il Kenya o l’India. Il discorso di per sé non farebbe una piega; in realtà solleva molte questioni.
Il Kenya, infatti, dove un milione di persone sono impiegate nella floricoltura o nel suo indotto, vede nella campagna una indiretta barriera commerciale. Anche perché, come ha dimostrato uno studio della Cranfield University, i costi energetici di coltivare fiori nelle serre (e dunque in Paesi come Olanda o la stessa Gran Bretagna) superano quelli relativi al trasporto di rose dall’Africa. Insomma, se proprio vogliamo calcolare costi ambientali ed energetici mettiamoceli tutti e non solo quelli che fanno comodo. E’ anche vero che per Andrew Sims, della New Economic Foundation, “ci sono molti fiori in Gran Bretagna che crescono in inverno senza bisogno di serre”. Come dire, usiamo il fiore di stagione.
Il punto centrale di simili questioni è che le politiche ambientali e la riforma del commercio globale dovrebbero essere sempre strettamente collegate. Altrimenti, se il discorso è davvero solo legato alle emissioni di Co2, vogliamo parlare di quante ne emette il Kenya e di quante la Gran Bretagna?
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