Archivio per la categoria ‘ambiente’

Dopo il gendarme, si sdraia anche il cantante pop

Novembre 14, 2007

Se le cunette stradali che rallentano l’andatura delle auto sono chiamate, da alcuni, il “gendarme sdraiato” (e sul tema rimando a un bellissimo articolo di Franco Carlini), come dovremo battezzare le vie musicali inventate da alcuni ingegneri giapponesi? Vi lascio il sollucchero di creare un’apposita locuzione. Ad ogni modo l’idea è la seguente: lungo la strada sono tracciati a distanze particolari alcuni canali, o incisioni che dir si voglia, che risuonano quando vengono attraversate dai veicoli. Pare che da qualche parte in quel paese delle meraviglie che deve essere il Giappone si possa ascoltare, con questo stratagemma e stando comodamente seduti nella propria macchina, meglio se con i finestrini chiusi, una canzone pop.

Va bene incorporare la norma o il divieto (nel caso del gendarme sdraiato quello di non andare troppo veloce in prossimità di centri abitati) nel paesaggio urbano, ma è proprio il caso di inserire ora anche l’intrattenimento? Non c’è, da qualche parte, un diritto al silenzio e alla quiete?

Se conta più l’immagine del numero

Maggio 15, 2007

bottiglie.jpg

Due milioni e mezzo: è il numero di bottiglie di plastica che vengono usate ogni ora negli Stati Uniti (ritratte nella foto sopra). Un mare perfidamente colorato di diossina allo stato solido. Dove, che lo vogliamo o no, finiremo col tuffarci tutti.

Siccome però i numeri, si sa, sono aridi (o almeno lo sono per la maggior parte delle persone), Chris Jordan ha avuto la semplice quanto brillante idea di metterli in immagine.

Ecco allora i 426 mila cellulari ritirati ogni giorno; i 2,3 milioni di americani incarcerati; o i 60 mila sacchetti di plastica usati ogni 5 secondi negli Stati Uniti.

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Uno stop alla Monsanto e ai brevetti sulle piante

Marzo 6, 2007

La brevettazione di piante da oggi è un po’ più difficile. E questo per uno schiaffo dato alla Monsanto dall’ufficio americano dei marchi e brevetti che ha respinto una patent chiave del suo portfoglio Roundup Ready.

Si tratta dell’esito dell’azione promossa dal gruppo no profit Public Patent Foundation (PPF) che ha chiesto all’ufficio americano di rivedere quattro brevetti (a protezione dei tratti genetici che rendono il cotone e la soia immuni al glifosato, potente erbicida prodotto dalla Monsanto col nome di Roundup) che a suo avviso erano stati concessi senza una valida motivazione. “Pensiamo che ci siano diversi problemi – ha dichiarato il direttore della PPF, Dan Ravicher – Il primo è che i brevetti in questione non meritano di esistere perché la Monsanto non ha prodotto qualcosa di nuovo o di non ovvio”. E poi, accusano quelli della fondazione, perché la multinazionale dell’agribusiness utilizza queste patents per “portare i contadini alla bancarotta”.

Ma l’obiettivo centrale è ripristinare la nozione che i viventi (e quindi anche le piante) non possano essere brevettati. Una strada, per gli oppositori dell’agricoltura GM, ancora tutta in salita. “La stessa possibilità per un’azienda di ottenere un brevetto di utilità su una pianta è una nozione nuova e controversa” ha dichiarato Bill Frese, del Center for Food Safety, un istituto pro-biologico. Questo perché una pianta, anche se modificata geneticamente, non dovrebbe essere considerata un’invenzione.

Gli interventi umani sulla natura ci sono sempre stati, ma l’assimilazione della natura a un prodotto tecnologico è un elemento nuovo e dirompente, le cui pericolose derive pratiche e filosofiche sono state ancora poco soppesate.

Ovviamente la Monsanto potrà appellarsi contro la decisione oppure “patteggiarla”…

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I fiori del Kenya e la coscienza ecologica inglese

Febbraio 20, 2007

Anche le idee migliori possono centrare il bersaglio sbagliato. Ed in tal caso arrecano danni agli altri e a loro stesse. Come la campagna “Flower Mile” lanciata dal deputato britannico Norman Baker e appoggiata da alcune organizzazioni ambientaliste, tra cui, da quel che ho ricostruito, Friends of the Earth, nonché l’autorevole pensatoio della New Economics Foundation.

L’idea ricalca il modello delle iniziative note come Food Mile, che intendono sensibilizzare i consumatori sul fatto che gli alimenti incorporano un costo di trasporto spesso assurdo e inutile, con relativo dispendio energetico e danno ambientale: insomma, perché acquistare pomodori che arrivano da 1000 e passa km di distanza invece di comprarli dai produttori locali? In Italia e nel mondo esistono ad esempio dei gruppi di acquisto, associazioni di consumatori che si rivolgono ai contadini locali per ordinare collettivamente dei prodotti che perlopiù seguono precisi standard ambientali sociali e biologici (e per trasparenza aggiungo che anch’io faccio parte di uno di questi gruppi: in gergo, Gas…).

Il recente allarme legato agli effetti del riscaldamento globale (e quindi delle emissioni inquinanti) ha contribuito a rendere il tema più appetibile mediaticamente e politicamente: tanto che in Gran Bretagna è nata questa campagna che vuole limitare l’acquisto di fiori da Paesi lontani come il Kenya o l’India. Il discorso di per sé non farebbe una piega; in realtà solleva molte questioni.

Il Kenya, infatti, dove un milione di persone sono impiegate nella floricoltura o nel suo indotto, vede nella campagna una indiretta barriera commerciale. Anche perché, come ha dimostrato uno studio della Cranfield University, i costi energetici di coltivare fiori nelle serre (e dunque in Paesi come Olanda o la stessa Gran Bretagna) superano quelli relativi al trasporto di rose dall’Africa. Insomma, se proprio vogliamo calcolare costi ambientali ed energetici mettiamoceli tutti e non solo quelli che fanno comodo. E’ anche vero che per Andrew Sims, della New Economic Foundation, “ci sono molti fiori in Gran Bretagna che crescono in inverno senza bisogno di serre”. Come dire, usiamo il fiore di stagione.

Il punto centrale di simili questioni è che le politiche ambientali e la riforma del commercio globale dovrebbero essere sempre strettamente collegate. Altrimenti, se il discorso è davvero solo legato alle emissioni di Co2, vogliamo parlare di quante ne emette il Kenya e di quante la Gran Bretagna?

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I prestiti irresponsabili del G7

Febbraio 13, 2007

Una centrale nucleare piazzata su una faglia sismica nelle Filippine (Stati Uniti); una diga costruita tra Argentina e Paraguay malgrado i fondati sospetti che le dittature militari stessero mungendo miliardi di dollari dal progetto (Canada); l’esportazione di navi da guerra nell’Indonesia del regime di Suharto (Germania); la vendita di tre turbine idroelettriche per un impianto cui ne bastavano due, e che comunque avrebbe danneggiato ambiente e comunità locali (Italia).

I paesi tra parentesi sono tutti accomunati da due caratteristiche: fanno parte del G7 (gli Stati più industrializzati al mondo: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti) e hanno sostenuto i progetti menzionati, contribuendo all’indebitamento dei Paesi “beneficiari” anche attraverso iniziative a dir poco sconsiderate.

“Se il G7 vuole applicare seriamente i principi di lotta alla corruzione, di trasparenza e di good governance, deve prima di tutto riconoscere le responsabilità e gli errori commessi in passato” ha dichiarato Elena Gerebizza della Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), tra le autrici del rapporto di Eurodad (da cui sono tratti gli esempi iniziali) sugli scheletri nascosti negli armadi del debito internazionale.

Per questo alcuni di questi debiti (contratti anche a causa dell’irresponsabilità e negligenza dei creditori) non dovrebbero essere ripagati. Il modello positivo cui attingere, specifica il rapporto Eurodad, è quello norvegese. Nell’ottobre 2006 il Paese scandinavo ha cancellato un debito di 80 milioni di dollari contratto da cinque Stati (Ecuador, Egitto, Giamaica, Perù e Sierra Leone), poiché ha riconosciuto di essere in parte responsabile dell’origine di quella situazione, dato che in quei Paesi aveva esportato navi non necessarie (le quali invece erano servite a sostenere la traballante industria domestica).

Allora: siamo tutti norvegesi?

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Il tramonto di Washington eco-scettica

Febbraio 6, 2007

Solo il 13 per cento dei Repubblicani che siedono nel Congresso americano crede che il riscaldamento globale sia prodotto dall’uomo. Fortunatamente la percentuale sale per i Democratici al 95 per cento. Ma ciò che più sorprende è che, malgrado il crescente consenso scientifico internazionale sulla realtà e i pericoli di un global warming antropogenico, il numero di Repubblicani eco-scettici è aumentato rispetto a solo un anno fa.

Un simile risultato rafforza il sospetto che, tra scienza e politica, qualcosa sia andato storto, almeno negli Stati Uniti. Ne parla oggi questo interessante pezzo del Los Angeles Times scritto a quattro mani: da un lato Chris Mooney, un brillante giornalista scientifico che per Mother Jones ha districato sovente le interconnessioni tra industria petrolifera, politica Usa e dibattito (pseudo)scientifico; dall’altro Alan Sokal, un professore cattivello che per prendere in giro le smanie decostruzioniste di certa accademia americana riuscì a scodellare a una rivista scientifica una parodia di critica postmoderna alla scienza in cui sosteneva che la gravità quantistica supportava la psicoanalisi lacaniana e le ultime teorie letterarie.

E’ dal 1994 – scrivono gli autori – che le due principali forze economico-sociali alla base dell’attuale amministrazione, ovvero i conservatori religiosi e le grandi corporation, hanno iniziato a occupare il territorio del dibattito scientifico, facendo pressione su alcuni scienziati, pagandone altri, e smantellando organismi indipendenti, come l’Office of Technology Assessment del Congresso.

Ora, con il riflusso democratico, è invece il momento di tornare a proteggere l’integrità dell’informazione scientifica. “Allo stesso tempo – scrivono nelle conclusioni – giornalisti e cittadini devono rinunciare al pigro approccio del tipo ‘da una parte, dall’altra’ (bipartisan diremmo noi? ndr) iniziando semmai ad analizzare criticamente la qualità di quanto attestato”.

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Creazionisti ed evoluzionisti uniti nella lotta…

Gennaio 18, 2007

Dove Darwin ha diviso, il riscaldamento globale ha unito. Tra creazionisti ed evoluzionisti, tra evangelici e scienziati, dopo anni di confronto duro sull’origine del mondo e della vita, è scoppiata la pace. O quanto meno, una tregua. Il ruolo di pacificatore l’ha incarnato, purtroppo, il crescente degrado ambientale che colpisce senza distinzioni di credo. E così ieri, a Washington DC, una conferenza stampa collettiva – che ha messo insieme, in un’insolita foto di gruppo, biologi e leader di organizzazioni evangeliche, professori di Harvard e pastori delle mega-chiese americane – ha invocato un’azione urgente per fermare il mutamento climatico, la distruzione degli habitat naturali e l’estinzione crescente delle specie.

Miracolo? Trionfo della ragione? Mutazione genetica incontrollata? A ciascuno la sua spiegazione.

“Abbiamo un profondo rispetto per la vita sulla terra. Che sia stata creata da Dio o si sia evoluta nel corso di miliardi di anni, la vita esiste, è sacra a tutti noi, ed è messa in pericolo dall’attività umana” ha dichiarato uno scienziato. E se non vi basta: “Non importa se siamo liberali o conservatori, darwinisti o creazionisti: viviamo tutti sotto la stessa atmosfera…”

E così sia. O.. come volevasi dimostrare.

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L’Europa migliora i cellulari

Gennaio 15, 2007

I cellulari stanno diventando un po’ più verdi e il merito è degli standard adottati dall’Unione europea, in particolare dalla direttiva entrata in vigore a metà 2006 - Restriction of Hazardous Substances (RoHS) - che ha bandito dalle apparecchiature elettriche ed elettroniche l’uso di materiali tossici come il piombo, il mercurio e i ritardanti di fiamma brominati, un particolare gruppo di agenti chimici contenenti il bromo. Tutte sostanze pericolose se disperse nell’ambiente, specie se iperalimentate anche dall’accumulo e la veloce sostituzione dei telefonini.

La conseguenza del bando europeo è stata che i maggiori produttori di cellulari - Nokia, Motorola, Samsung, LG, and Sony Ericsson, i quali coprono l’80 per cento del miliardo di telefonini venduti l’anno scorso – si sono dovuti adeguare perché sarebbe stato troppo complicato costruire apparecchi fatti con materiali diversi a seconda dei diversi standard. Insomma, l’Europa per una volta (e speriamo che lo faccia sempre di più) detta la linea, anche se il risultato immediato è stato di fare dell’America Latina una pattumiera high-tech più di quanto già non sia.
Ma forse sarebbe l’ora di fare uno sforzo ben superiore nel riciclo (e nel riutilizzo) di tutti questi telefonini, che – ci dicono i dati – in media gli utenti cambiano ogni 18 mesi…

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A chi (e a che) servono le colture GM?

Gennaio 10, 2007

L’agricoltura geneticamente modificata rimane, per ora, ancora limitata geograficamente. Il 70 per cento dei campi GM sono negli Stati Uniti e in Argentina, riferisce infatti un report di Friends of the Earth rilasciato ieri.

Ma il più grosso limite delle coltivazioni GM è quello relativo alla loro utilità. “Nessuna coltura GM oggi presente sul mercato offre benefici ai consumatori in termini di prezzi o di qualità, né finora queste colture hanno fatto nulla per alleviare la povertà o la fame in Africa o in altre parti del mondo” ha commentato il nigeriano Nnimmo Bassey, di FoE Africa.

Le varietà GM non aumentano le rese - specifica il rapporto intitolato Who Benefits From GE Crops? - né tantomeno migliorano la qualità del cibo: l’unico vantaggio è quello di ridurre il costo del lavoro perché è più facile controllare le erbacce attraverso il potente erbicida glifosato (cui gran parte della soia e mais GM sono resistenti). Un effetto che interessa più che altro le coltivazioni su scala industriale, e che non aiuta certo i contadini poveri.

Come se non bastasse, l’utilizzo ripetuto del glifosato sta creando delle super-erbacce resistenti al prodotto chimico. Scienziati americani hanno scoperto, l’anno scorso, che alcune varietà di piante infestanti dell’Indiana e dell’Ohio sono diventate immuni al glifosato. Diventano dunque sette, negli Usa, le malerbe che hanno sviluppato resistenza al più potente erbicida del mondo.

Ciò nonostante, ampie piantagioni di mais e soia GM sono coltivate negli Stati Uniti, in Argentina e in Uruguay: e comunque gran parte di questa produzione finisce in Nordamerica e in Europa come mangime per animali.

Nel caso stiate mangiando una bistecca… buon appetito.

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La maca non è per pirati

Gennaio 8, 2007

Non sembrano intenzionati a compromessi, i contadini quechua del Perù. Non questa volta, non per la maca. Il tubero che regala energia e resistenza tanto all’escursionista quanto al latin lover è cosa loro. Loro che per primi ne hanno scoperto le proprietà, che la coltivano, che ne spremono le radici per ottenere una bevanda rinvigorente. Dono della natura, ai Quechua e al mondo.

Per questo il fatto che nel 2001 una azienda del New Jersey - la PureWorld -  ne abbia brevettato un estratto, sulla cui commercializzazione detiene l’esclusiva, li ha fatti infuriare. Casi di biopirateria - di appropriazione di piante medicinali usate da comunità indigene da parte di aziende che ne brevettano l’estrazione, spesso semplicissima, delle proprietà - sono ormai frequenti, ma il ‘furto’ della maca era troppo. Ecco perché i Quechua si stanno preparando a fronteggiare l’azienda detentrice del brevetto in tribunale, cercando di dimostrare che quella patent sulla radice peruviana non copre nulla di nuovo e di innovativo, e che in Perù esiste documentazione dell’uso della stessa (prior art, la chiamano in America).

Quelli di PureWorld (oggi parte di Naturex) stanno cercando ora un compromesso, riconoscendo non solo le conoscenze pregresse degli indigeni, ma - bontà loro - anche che questi sono liberi di coltivarla e usarla come hanno sempre fatto…

L’azienda precisa infine che il brevetto riguarderebbe solo l’estrazione e l’isolamento dell’ingrediente centrale della maca, operazione che è costata 1 milione di dollari e tre anni di ricerca. Costoso, in effetti, come frullato.

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Cina avanti tutta, anche sui social media

Gennaio 5, 2007

La lunga marcia cinese procede inarrestabile tra la old e la new economy. Oggi due notizie esemplificano bene questa irresistibile e controversa ascesa.

La prima è che il gigante asiatico, affamato di energia, ha deciso di trasformare il fiume Mekong in una trafficata rotta per l’approvvigionamento di petrolio, con tutto quello che ne consegue in termini di impatto ambientale e umano. Infatti mentre sul Mekong verranno trasportate 70 mila tonnellate di petrolio all’anno, 60 milioni di persone che vivono lungo il suo bacino, e che da questo dipendono per il loro sostentamento, dovranno sperare che il fiume, miracolosamente, non venga inquinato.

La seconda è invece un articolo di Business Week sui servizi alla YouTube e alla MySpace in salsa cinese. Un mondo dove il desiderio di partecipazione è il miglior alleato della censura, poiché induce gli stessi utenti ad autolimitarsi (e soprattutto a controllare e frenare gli altri) pur di avere la possibilità di socializzare e comunicare online. E dove un sito come WangYou impiega una squadra di persone che controllino tutti i video ricevuti (6000 al giorno) prima della loro messa online, mentre i suoi utenti sono incoraggiati a segnalare contenuti ‘non adatti’ attraverso un sistema a punti che regala suonerie o simili ricompense.

A dimostrazione che forse neppure i social media veicolano di per se stessi la democrazia. Non più di quanto la veicoli il liberismo economico. O altre esportazioni occidentali.

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“La Exxon come Big Tobacco”

Gennaio 4, 2007

Tutto quello che volevate sapere sulla ExxonMobil e le sue strategie di propaganda. La più grande corporation mondiale del petrolio – acerrima nemica di chi si preoccupa del riscaldamento globale – ha messo in piedi per anni una sofisticata ed efficace campagna di disinformazione per fuorviare il pubblico in merito alla realtà del global warming. Sono cose che si sapevano, di cui ho anche già parlato. Tanto che dopo la presa di posizione della stessa Royal Society sembrerà un accanimento giornalistico.

Tuttavia, anche questa volta, la notizia è a mio avviso interessante perché l’accusa ha raccolto e messo in fila una quantità di prove schiaccianti. La Union of Concerned Scientists ha infatti appena pubblicato un rapporto massiccio e dettagliato, dal titolo significativo: “Smoke, Mirrors and HotAir: How ExxonMobil Uses Big Tobacco’s Tactics to Manufacture Uncertainty on Climate Science”, un report che mostra come, nell’arco di sette anni (dal 1998 al 2005), la multinazionale americana abbia speso ben 16 milioni di dollari per foraggiare una rete di 43 gruppi di lobbying nonché sedicenti istituti di ricerca. Un network per di più caratterizzato da tendenze autoreferenziali, in cui poltrone, posizioni e soprattutto studi scientifici si incrociano e sovrappongono, sostenendosi gli uni con gli altri per creare un effetto grancassa. Con strategie simili a quelle della famigerata industria del tabacco.

“La ExxonMobil ha prodotto incertezza sulle cause umane del riscaldamento globale proprio come le multinazionali del tabacco negavano che i loro prodotti causassero cancro ai polmoni”, ha commentato Alden Meyer, dirigente dell’UCS. “Un moderato ma efficace investimento ha permesso al gigante petrolifero di alimentare il dubbio sul global warming per rimandare l’azione del governo, così come Big Tobacco ha fatto per oltre 40 anni”.

Ma le analogie diventano delle identità nel caso di alcuni personaggi. Come per Steven Milloy, nel 1993 alla guida dell’Advancement of Sound
Science Coalition creata dalla Philip Morris per sollevare dubbi sulle
connessioni tra fumo e tumori, e nel 1998 membro del Global Climate Science Team, oltre che capo del Free Enterprise Action Institute, entrambi pesantemente alimentati dalla Exxon. E proprio in virtù di queste somiglianze il report chiede al Congresso di indagare sul comportamento della corporation petrolifera.

Mi sa che sta davvero cambiando il clima.

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Ironie da riscaldamento globale

Dicembre 22, 2006

Che sia la Natura Matrigna, l’Ironia della Storia o la stupidità degli uomini, sta di fatto che il riscaldamento globale si sta ritorcendo contro alcuni dei suoi più acerrimi negazionisti.

L’Australia - l’unico Paese industrializzato, insieme agli Stati Uniti, a non aver ratificato il protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di anidiride carbonica (una delle principali cause del global warming) - sta attraversando la peggiore siccità degli ultimi 1000 (!) anni, con conseguenti danni all’agricoltura e rallentamento della crescita economica.

D’altro canto anche in Oklahoma si sono registrati i peggiori livelli di siccità degli States. Vale a dire: proprio nello Stato del senatore James Inhofe, il principale negazionista del riscaldamento globale dopo il presidente Bush. Tra le chicche di Inhofe, l’aver definito il global warming “la più grande bufala mai propinata agli americani”, e l’aver paragonato il dibattito alimentato da politici, scienziati e ambientalisti alla propaganda del Terzo Reich.

Chissà ora gli elettori dell’Oklahoma che cosa penseranno. Forse a una punizione divina. Se così fosse… non so dove abiti Michael Crichton, ma, visto l’andazzo, non vorrei essere sua vicina di casa.

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Le autostrade che portano malattie

Dicembre 14, 2006

Cosa è cambiato, nel rapporto tra modernità e tradizione, tecnologia e ambiente, Occidente e resto del mondo rispetto al Cinquecento?

Niente.

La costruzione di strade nelle foreste pluviali porta, insieme all’asfalto, malattie tra le popolazioni indigene. Secondo una ricerca effettuata nel nord dell’Ecuador, nei villaggi più vicini a un’autostrada aumentano gli ammalati di una grave forma di diarrea.

Anche in Africa la diffusione del dengue e della malaria è aumentata in connessione con la deforestazione e la costruzione di infrastrutture.

Paradossi della modernità. O forse un baco strutturale?

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