Archivio per la categoria ‘internet’

Blogger, dall’America con furore

Giugno 28, 2007

“In questi giorni Washington DC assomiglia alla Silicon Valley del ’98, quando erano tutti intenti a spacciare l’ultima delle novità”. Così viene descritto l’interesse della politica per la comunicazione web da Mother Jones, che dedica uno speciale all’argomento (ormai diventato un tema ricorrente della stampa). Se il modo in cui funzionano la nostra economia e i nostri media è sempre più distribuito su diversi soggetti e diversi livelli, è sempre più open source, perché non dovrebbe accadere lo stesso con il Palazzo?

Mother Jones cerca di rispondere alla domanda intervistando fior di esperti 2.0: da David Weinberger a Jimmy Wales, da Mica Sifry a Howard Dean, da Lawrence Lessig a Phil de Vellis, quest’ultimo divenuto famoso in quanto creatore dello spot pro-Obama “Hillary 1984”.

Ma l’aspetto più interessante dello speciale è probabilmente un altro interrogativo sviscerato da MJ: quanto la blogosfera, ma soprattutto i top blogger, si stanno trasformando, da distruttori dell’ordine mediatico costituito, in nuovi guardiani della legittima conversazione? Con tanto di desuete tattiche di difesa corporativa, come quelle evidenziate dal pezzo Meet the New Bosses?
“I politici corteggiano i grossi blogger. Li invitano a cena, a pranzo” commenta un giornalista citato da MJ che però, è questa è la notizia di tutto lo speciale, preferisce rimanere anonimo per timore delle ritorsioni (anzi, del furore, wrath, alla Steinbeck) dei blogger. Chissà se sarà così anche per l’Italia….

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L’armata brancaleone della politica online

Giugno 25, 2007

L’Economist scopre la politica alla YouTube e ripercorre i passaggi salienti di una campagna elettorale, quella americana, sempre più investita dall’onda d’urto del web. Difficile però giudicare, sottolinea il settimanale britannico, l’influenza effettiva che questa cascata di video, blogging, social networks e conversazioni digitali eserciterà in definitiva sull’elettorato, ovvero se sarà in grado di mobilitare le persone, di spingerle a uscire di casa e a votare per il candidato giusto. La mobilitazione non è una cosa che s’improvvisi, e lo sanno bene quei partiti nati dal nulla che con fatica e scorno si sono lanciati in manifestazioni di piazza.

Parrocchie, sezioni di partito, sindacati sono il mastice capace non solo di accorpare persone e comunità ma soprattutto di trascinarle in un sol blocco là dove devono essere, il seggio elettorale. Il web, sembra di capire dal pezzo dell’Economist, è molto più volatile. Inconsistente. Composto da un’armata brancaleone di giovani perditempo. Chi tiene famiglia e un lavoro (commentano alcuni) non sta certo a seguire l’ultimo spot in stile Sopranos di Hillary, o la parodia della pubblicità Apple pro-Obama.

Forse no. Ed è vero che riversare gli amici su MySpace o gli utenti YouTube di un candidato nel tritacarne della conta elettorale produce esiti incalcolabili. Uno, nessuno o centomila elettori? Impossibile a dirsi. Ma la storia che là, online, ci siano solo dei ragazzetti privi di un reale interesse politico e capaci soltanto di usare il mouse proprio non mi convince. Molti di questi click, a mio avviso, si tradurranno in voti. E le armate brancaleone potrebbero rivelarsi più adatte a vincere delle vecchie compatte falangi.

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I cani antipirateria convincono i malesi

Maggio 31, 2007

Finalmente ho trovato un’attività in cui il mio completamente inutile cane (che non è neppure da compagnia, in quanto sono gli umani che devono intrattenerlo e non viceversa) possa rendersi utile.

Pare infatti che Lucky e Flo, due labrador allevati in Irlanda e assoldati dall’industria cinematografica americana per combattere la pirateria, abbiano spopolato in Malesia, convincendo la polizia locale a costituire una unità canina anti-taroccamento.

La coppia di animali in questione è già famosa da qualche tempo, quando era stata presentata come l’ultimo ritrovato degli studios hollywoodiani per arginare la duplicazione abusiva di Dvd. I due labrador sarebbero infatti capaci di scovare dischi pirata (o più probabilmente dischi nascosti, visto che non credo che le copie illegali di per sé puzzino, sebbene sicuramente un giorno la Mpaa proverà a farcelo credere).

Lucky e Flo, fa sapere un funzionario malesiano, hanno stanato più di 1,3 milioni di Dvd e Cd contraffatti, per un valore di 4,43 milioni di dollari, nel corso di pochi mesi.

Se tanto mi dà tanto, e considerando che il mio cane è sputato l’immagine di Lucky e Flo, ho al guinzaglio una miniera d’oro. Potrei provare a proporlo alla polizia malese. Tanto più che, oltre alla metà labrador, la mia amichetta a quattro zampe (sì, è una femmina) è per il cinquanta per cento pastore tedesco. Alla parte investigativa (lo sniffamento dei Dvd) potrebbe unire quella repressiva. Anche il nome del mio cane promette bene: Nanà.

Lucky, Flo e Nanà, ecco a voi il trio che sconfiggerà i pirati. Stasera inizio gli allenamenti.

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Onnivori, Veterani, Mobile-Centrici e…

Maggio 8, 2007

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Che tipo di utente ICT siete? Una ricerca della Pew Internet & American Life Project, mirata al pubblico statunitense adulto (da escludere dunque l’attivo pubblico adolescenziale), distingue, all’interno delle tre categorie principali di utilizzo della tecnologia (elevato, moderato o al di sotto della media) ben dieci sottogruppi. Anche l’analisi della comunicazione high-tech ha infatti la sua coda lunga, la sua frammentazione in nicchie e scatole cinesi che secondo alcuni, oltre ad essere un tratto distintivo della rivoluzione digitale, ci farà tutti più ricchi, e non solo culturalmente.

Ad ogni modo, se appartenete alla macroarea degli utenti “forti” potreste – americanizzandovi un po’, ma la cosa non dovrebbe essere difficile ormai – ricadere nel sottogruppo degli Onnivori, di quelli che si spazzolano voracemente blog, mashups, video, instant messaging e blogging (ho in mente una collega seduta alla mia destra…); il classico fanatico del web 2.0, insomma. Oppure rientrare nel gruppo dei Connettori, che a quanto pare sono donne sulla trentina, che amano essere collegate, meglio se in WIFI, e che solitamente hanno un blog; o ancora nei Veterani Annoiati, quelli che hanno visto più cose sotto il cielo di internet di quante voi neofiti ve ne possiate immaginare, sprezzanti verso questa smania da femminucce della partecipazione, della condivisione, del web sociale, del punto zero ecc.

Infine, nel gruppone dei superutenti ci sono gli Accrescitori di Produttività, il cui nome rinvia a delle abominevoli entità a metà strada tra Terminator e quinquenni da realismo socialista, ma che invece allude a persone con un approccio pragmatico, positivo e moderato alle tecnologie di comunicazione.

Non male anche la suddivisione degli utenti medi, che possono essere Mobile-Centrici (e in America lo sono soprattutto gli afro-americani, mentre in Italia lo sono probabilmente gran parte degli italiani…) oppure Connessi Ma Seccati, quelli che “mi si nota più se sono connesso o se non lo sono?”, quelli che hanno fanno comunicano ma sempre con un senso d’insofferenza verso il sovraccarico informativo.

Infine, nella categoria degli utenti “deboli” si va da quelli Mi Basta Così (Light but satisfied), o dagli Sperimentatori Inesperti, di solito donne di una certa età, agli Indifferenti privi di banda larga per concludere con quelli Tagliati Fuori, sconnessi insomma, per lo più anziani.

Personalmente non riesco a includermi in nessuna di queste categorie, anche se penso di oscillare tra l’Onnivoro, il Connettore e talvolta il Connesso Ma Seccato… E voi?

Vorrei infine aggiungere una categoria: il Connesso Luddista, quello che la tecnologia la usa anche con disinvoltura ma non ha rinunciato al sogno di eliminarla dalla faccia della terra.. Il suo computer è sempre a rischio di essere distrutto…..

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L’irresistibile ascesa del gossip

Aprile 12, 2007

Una volta c’era il pettegolezzo tra amiche. “Quello? C’è uscita Sonia l’anno scorso, un deficiente”. E generalmente la questione lì finiva, con una delle due donne un po’ delusa e l’altra soddisfatta di aver assolto al proprio compito di informatrice. E’ vero che a volte qualched’una, cadendo nell’insano spirito di competizione femminile, era spinta a provarci da quegli stessi avvertimenti. Ma, nel caso, tanto meglio per il maschio di turno.
D’altro canto la calunnia, come sottospecie del gossip, è un “venticello/un’auretta assai gentile” che come ben sapeva Rossini spira dolcemente diffondendosi in un battibaleno. Ma che dire del pettegolezzo potenziato dagli strumenti di comunicazione di massa?

Don’t Date Him Girl, il sito in cui donne inviperite possono riversare la loro bile (e il cielo solo sa quanta a volte ce ne sia da riversare) sugli ex, svergognandoli pubblicamente e mettendo in piazza le loro malefatte difetti o mancanze, continua la sua marcia verso il successo. Né i tribunali sembrano in grado, finora, di riuscire ad arginarlo.
Ne parlo oggi anche qui.

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Reputazione, verso la dittatura della maggioranza anonima

Marzo 13, 2007

La reputazione online è un po’ come i motori di ricerca: in molti la considerano una vena ricca d’oro, anche se gli unici che finora hanno scavato con successo sono stati quelli di eBay (e di Google per quanto riguarda i search engine).

Tra le start-up che tentano di fare della reputazione l’oggetto centrale della loro attività c’è ora anche Gorb, un servizio in cui è possibile dare un voto o scrivere un commento sulla condotta personale o professionale delle persone. Con un dettaglio quintessenziale: l’impunito anonimato garantito ai votanti. I votati invece (sotto forma di indirizzo mail) con buon viso devono incassare elogi e improperi, voti alti o bassi.

Tralasciando l’aberrazione di quantificare numericamente una reputazione personale, l’aspetto più sadico del servizio è il seguente: non è necessario iscriversi, come in qualsiasi altro servizio online, per decidere di testare la propria reputazione dandola in pasto alle folle internet; qualcun altro può farlo per noi. Basta infatti inserire l’indirizzo mail del predestinato, e votarlo.

E, ovviamente, è impossibile cancellarsi dal servizio, una volta che si è stati.. come dire…. “nominati”.

Per i fondatori di Gorb non ci sarebbe nulla da temere. Il loro servizio rispecchierebbe la vita reale… E’ vero però che nel mondo offline anche le malelingue più scatenate devono metterci la faccia, se non con il destinatario dei loro strali, almeno con chi dovrebbe stare ad ascoltarle. O vogliamo rivalutare le lettere anonime?

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Una sfida a chi convince più persone… online

Febbraio 1, 2007

La propensione al dibattito, al confronto, quando non al battibecco, ha sempre caratterizzato internet. Di solito le arene dove si fronteggiavano i gladiatori della parola virtuale erano i forum, con thread che a mano a mano si allungavano diventando sempre più incandescenti. Ma ora la salsa web 2.0 permette di condire anche questo aspetto della comunicazione online.

Ecco dunque (via TechCrunch) Convinceme.net, un sito nuovo di zecca che unisce le antiche discussioni dei forum con la democrazia un po’ populista di Digg e dintorni.
L’idea è di permettere agli utenti di partecipare a diversi tipi di dibattiti, e di guadagnare punti in base a quante persone riescono a convincere. Ci saranno quindi discussioni pubbliche, in cui si confrontano due posizioni e gli utenti possono prendere parte in un senso o nell’altro; testa a testa, dove due utenti si sfidano cercando di raccogliere un prefissato numero di consensi (ovvero di voti); e la categoria “Il migliore di…”, in cui ognuno può lanciare la candidatura di un determinato personaggio pubblico (che so, “il più grande sportivo di tutti tempi è Mohammed Alì…”) motivandola una sola volta e sperando che altri utenti si associno con il giudizio espresso. Non mancano i play-off finali e l’usuale corredo di funzionalità 2.0, come le nuvole di tag.

Che dire, idea interessante anche se la realizzazione lascia ancora a desiderare… Potrebbe essere uno spunto per modelli di e-democracy? O il medium in questo caso non si è sollevato di molto dai tempi di “A bocca aperta”?

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Politica Usa: continua il flirt coi video

Gennaio 31, 2007

Cosa c’è di più potente di un Ted Kennedy che dagli spalti del Congresso tuona contro i Repubblicani accusandoli di sabotare l’innalzamento di due dollari del minimo salariale, dopo dieci anni di stallo?

Un Ted Kennedy che tuona contro i Repubblicani in un video su YouTube. L’exploit del senatore del Massachusetts (“dove si ferma l’avidità?….Che cosa trovate di così offensivo in uomini e donne che lavorano?”) sembra uscito da un romanzo di Steinbeck, ma la ripresa video lo trasforma in una hit dell’era internet (vedete soprattutto la seconda parte del video).

E’ l’ennesima dimostrazione dell’influenza galoppante del web sulla politica americana, la quale ovviamente non si è tirata indietro e sta cercando, con alterni esiti, di cavalcare la tigre (e su VisionBog stiamo seguendo da vicino la questione).

Non sempre il binomio video e politica affronta tematiche serie, a volte serve solo per far ridere o per esorcizzare l’improbabilità di alcuni personaggi. Tra le recenti clip di successo c’è la battaglia palpebrale tra Nancy Peloso, speaker del Congresso, e Dick Cheney. O ancora, il sonnellino di John McCain, candidato repubblicano alle primarie (quest’ultimo si è già guadagnato il titolo del più bersagliato sul web).

E poi ci sono siti come U4prez.com, che invita tutti i cittadini a correre per la presidenza americana creando una propria campagna online virtuale. Ma questa mi sembra un’operazione pretestuosa, che sfrutta una trasformazione sociale reale (l’impatto del web su politica, partecipazione e trasparenza) per richiamare un po’ d’attenzione.. Un po’ come la nota copertina del Time sul personaggio del 2006.

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Hillary Clinton paladina della privacy

Gennaio 29, 2007

Una nuova carta dei diritti sulla privacy, che assicuri gli interessi dei consumatori, e che dia agli americani la possibilità di sapere cosa accade delle loro informazioni personali, garantendo un livello di controllo senza precedenti su come vengono usati i dati, oggi quasi tutti digitalizzati. Lo aveva annunciato, tempo fa, Hillary Clinton, che intanto è diventata la potenziale candidata presidenziale per i democratici, e dunque quel discorso passato allora quasi inosservato assume nuova luce. Almeno per Wired, che qualche giorno fa ha presentato l’ex-first lady più famosa e chiacchierata (non per colpa sua, per altro) d’America come una paladina dei libertari e dei difensori della riservatezza. O quasi.

“La nostra economia è basata sempre più sui dati. (…) A tutti i livelli, le protezioni della privacy riguardanti i comuni cittadini sono inadeguate, vecchie o addirittura saltate del tutto”.

E ancora:
Oggi la nostra privacy entra in un conflitto ambiguo con le videocamere per la sicurezza, il data mining, gli hacker e i ladri di identità digitale. Siamo preoccupati non solo dell’azione del governo, ma anche della capacità del settore privato, fosse anche il nostro vicino, di abusare delle nostre informazioni personali, o di non proteggerle abbastanza”.

Qualche giorno fa su VisionBlog abbiamo iniziato a seguire le elezioni presidenziali americane e il loro rapporto con l’internet. Se è vero che finora tutti e tre i papabili democratici (Obama, Clinton ed Edwards) si sono dimostrati attenti alle esigenze della nuova comunicazione online, qui Clinton fa un passo ulteriore gettandosi nella mischia delle questioni di sostanza sollevate dall’era digitale: appunto, il diritto alla privacy.

E’ anche vero che la progressiva erosione della riservatezza, combinata con un sistema sanitario spudoratamente privato, può avere effetti dirompenti per una società. E forse anche di qui discende l’interesse della senatrice per un nuovo Privacy Bill of Rights.

Credo che con questa mossa Clinton superi per ora (e forse grazie ‘all’attenzione’ di Wired?) gli altri due concorrenti democratici sul terreno del digitale (inteso non solo come modalità comunicativa ma anche come un mondo di diritti, problemi e istanze).

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Intrappolati in una matrioska di metaversi

Gennaio 25, 2007

Pare proprio che dovremo virtualizzarci o perire. Mai come in questi ultimi giorni siamo stati inondati dalla prospettiva di finire i nostri giorni in un qualche metaverso, ovvero in un mondo virtuale in 3D dove svolgere attività molto simili a quelle della vita reale. Dalla neobattezzata era della partecipazione siamo dunque rapidamente passati all’era dell’avatar, sul cui carrozzone sono saltati perfino gli organizzatori del World Economic Forum di Davos, che per l’occasione hanno anche scoperto le meraviglie del web 2.0 (vedi oggi sul Financial Times di carta).
Forse gli amministratori delegati riuniti in Svizzera sono elettrizzati al pensiero di riuscire a scaricare un giorno le famigerate esternalità negative all’interno di un mondo virtuale.

E mentre ieri anche Ibm annunciava che il lavoratore del futuro dovrà essere sempre più abile a muoversi e a socializzare nei metaversi, e la Bbc prometteva un per altro vago Second Life dei piccoli, oggi TechCrunch tira in ballo anche Google, che nell’universo del business online è ormai come il prezzemolo in cucina. Secondo il blogger e partner di Benchmark Capital Michael Eisenberg, infatti, il più popolare motore di ricerca “sta lavorando per trasformare Google Earth in un mondo virtuale alla Second Life”. Nozione su cui concorda anche un più vecchio articolo di Business 2.0.
A questo punto direi che i tempi sono maturi per costituire le prime associazioni in difesa della vita incarnata. Pro analog life.

 

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Uno, nessuno, centomila wiki

Gennaio 16, 2007

Qualcuno dovrebbe suggerire agli Wikipediani e ai loro amici maggior attenzione sui nomi della galassia wiki (e sulla tempistica dei vari progetti) in modo che si eviti di generare confusione tra utenti e commentatori. Infatti, se inciampa anche uno così tanto addentro ai retroscena della Silicon Valley e dintorni come Michael Arrington (TechCrunch) allora vuol dire che il polverone è fitto.

Sta di fatto che da poche ore è online WikiSeek, un nuovo servizio per gli amanti di Wikipedia: si tratta di un motore di ricerca che indicizza solo le pagine della nota enciclopedia online, oltre ai siti che vengono linkati dalla stessa. L’obiettivo di questo progetto è duplice: da un lato offrire un motore più efficace di quello attualmente esistente sulla stessa Wikipedia; dall’altro fornire risultati di qualità alle interrogazioni degli utenti, in virtù dell’utilizzo di un ventaglio ristretto di fonti (che escludono dunque spam, siti gonfiati dalle tecniche di online marketing ecc). La ricerca può essere affinata utilizzando strumenti come la nuvola di tag (etichette), che illustra tutte le categorie di Wikipedia contenenti la parola cercata.

Insomma, uno strumento interessante, i cui proventi pubblicitari (o buona parte degli stessi) verranno girati dai suoi progettisti – ovvero da SearchMe, una start-up di Palo Alto sostenuta dalla Sequoia Capital - alla Wikimedia Foundation. Per quelli di SearchMe si tratta soprattutto di un investimento in immagine, dal momento che intendono sfornare tutta una serie di motori di ricerca di nicchia, adatti alle esigenze della “coda lunga”.

Tutto ciò non va però confuso con Wikiasari, il progetto svelato da Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, che ambisce a lanciare un motore di ricerca generale (non limitato all’enciclopedia online dunque) il quale prenda in considerazione, nella gerarchia dei suoi risultati, le scelte e i giudizi della comunità di internauti. Una sfida a Google e ai suoi algoritmi, l’hanno ribattezzata alcuni media. Restano per altro molti dubbi sui dettagli di quest’ultima creazione di Wales, a partire dallo stesso nome, Wikiasari.

Quindi, ricapitolando, nessuno di questi due progetti è realizzato da Wikipedia: l’enciclopedia online gioca, in entrambi, un ruolo marginale.

D’altra parte, fino a pochi giorni fa, WikiSeek si faceva chiamare WikiSearch. Ma forse a questo punto vi è già venuto il mal di testa…

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Dove ti porta il porno

Gennaio 12, 2007

Nel mondo tecnologico ci sono due correnti di pensiero: chi attribuisce al porno il ruolo di motore occulto nella commercializzazione di nuovi prodotti e chi no.

Se siete della prima scuola godetevi la seguente notizia: Digital Playground, noto produttore di film per soli adulti, avrebbe scelto l’Hd-Dvd, il formato per dischi ottici di nuova generazione sostenuto da Toshiba. La ragione? Sony, produttrice del rivale Blue-ray, sarebbe ostile all’idea di riversare contenuti a luci rosse sul suo sistema.

Vi ricorda qualcosa? (Ne parlo anche su VisionBlog).

Sempre per restare in tema di tecnologia che scotta, un’insegnante del Connecticut rischia fino a 40 anni (!) di carcere per aver mostrato in classe dei siti web per soli adulti. La difesa ha addossato la colpa di quanto accaduto a uno spyware che la donna non sarebbe stata in grado di controllare. Premesso che, se anche l’avesse fatto intenzionalmente, l’idea di condannarla a 40 anni di prigione è talmente ridicola che mi meraviglio che la stampa americana la prenda anche solo in considerazione (ovviamente deve farlo, se il rischio è reale, ma non con questi titoli…).

E tuttavia mi chiedo: se fosse stato davvero uno spyware? Anche senza sentenze khomeiniste, una vita e una reputazione rovinata.
Per un pop-up.

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Condivisi è meglio di sherati… almeno per ora

Gennaio 11, 2007

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Avevo appena iniziato a guardare il video sul sito di Nova24 (Il Sole 24 Ore) in cui Lele Dainesi ripercorre gli eventi principali che hanno scandito, nell’ultimo anno, l’ascesa, appunto, dei video, quando mi è saltata agli occhi e alle orecchie una parola: sherati. I video, spiega il conduttore, possono essere inviati, commentati, sfogliati e … sherati, dove l’improbabile termine proviene (immagino) dal verbo inglese to share. Ma perché, mi sono chiesta. Non bastava ‘condivisi’?

Capisco che nella magnifica marcia dell’internet, della tecnologia, del web n.0, nella illuminata monarchia che spande i suoi benevoli effetti dal cuore della Silicon Valley, nella frenesia giornalistica di tenere il passo, dedicare un pensiero alla nostra povera lingua, oltre che essere terribilmente di retroguardia, appaia più che altro fuori tema (mi veniva da scrivere off topic…).

Ma forse uno sforzo dovremmo farlo (e mi ci metto anch’io ovviamente, che spesso e non sempre vittoriosamente combatto con la tentazione di ricorrere alla scorciatoia dell’inglese). Forse dovremmo evitare di usare la lingua di Shakespeare (ma, ed è quel che più conta, soprattutto dei computer e dell’economia) quando non strettamente necessario, quando il nostro idioma appare ancora efficace e usarlo non ci fa sembrare dei letterati dell’800 teletrasportati al MacWorld. Evitando soprattutto di inventare vocaboli italiani di derivazione anglo quando i nostri sono lì a disposizione, perfettamente funzionanti.

Condivisione, condividere, condivisi: non sono delle parole bellissime?

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Dove ci porta la video revolution

Gennaio 2, 2007

Mentre Business Week passa in rassegna alcuni protagonisti di quella rivoluzione video che, specie nel 2006 appena concluso, ha scosso il
web (dal fenomeno di Amanda Congdon a quello di lonelygirl15, dal video blog (vlog) Alive in Baghdad agli show di Hosea “Ze” Frank che hanno preso di mira politici americani), due articoli di questi giorni ci ricordano che siamo davvero ancora agli inizi, e che le possibilità, le angolazioni, per non dire le sfumature con cui si articolerà questa rivoluzione sono ancora tutte da dispiegarsi e da capire.

Così, vale la pena ricordare che mentre YouTube, il sito più popolare di condivisione video, riga dritto sotto la direzione poderosa di Google, altri si stanno facendo avanti raccogliendo gli avanzi gettati dalla finestra: servizi come Stickam.com, per esempio, che permettono agli utenti di trasmettere dei video live di se stessi, tramite webcam, e di chattare in veri e propri faccia a faccia con altri membri, il tutto senza filtri e senza controllo da parte del sito.

D’altro canto, avvertono altri, sullo stesso YouTube hanno preso a circolare video amatoriali che spiegano e mostrano come fornire cure mediche, magari prodotti da genitori di bambini autistici che vogliono condividere la loro esperienza e aiutare altre famiglie. Oppure consigli su come effettuare test autodiagnostici.

Entrambi questi fenomeni sollevano dei problemi, e possono destare
fondate preoccupazioni. Ma la mia impressione è che prima di tutto segnalino (e nei casi migliori cerchino di soddisfare) delle esigenze vere. Un fatto che è sempre meglio tenere a mente prima di scagliarsi ciecamente contro l’internet corruttore dei costumi e del sapere costituiti.

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