Trasparenza e privacy nelle democrazie digitali

Perché ci interessa sapere cosa fa un governo, uno Stato? Cosa accade al suo interno? La prima risposta che ci viene in mente è per controllare che non faccia qualcosa di sbagliato, se non di moralmente riprovevole. O addirittura di illegale. Gli esempi, nella storia delle stesse democrazie, sono innumerevoli. Viene spesso citato, anche in ricerche sull’open government, l’infame “Studio Tuskegee“, l’esperimento portato avanti in Alabama fino agli anni ‘70, in cui si continuò per presunti scopi di ricerca a non curare malati di sifilide anche quando c’era a disposizione la penicillina, finché quello che oggi chiameremmo un whistleblower raccontò tutto a un giornalista….
E i casi simili sarebbero davvero tanti.

Ma il desiderio di un governo aperto va oltre la semplice volontà di smascherare delle malefatte. E’ la convinzione che sia un diritto del cittadino sapere nel dettaglio cosa fa il suo governo e come; vedere se agisce sulla base del mandato ricevuto; se adempie alle promesse. E’ l’idea che questa conoscenza renderà migliori i governi. 

L’accesso ai suoi dati e alla sua documentazione, la conoscenza di quello che avviene negli incontri e nei vertici, la protezione di chi è pronto, dall’interno, a portare alla luce malversazioni o illegalità, appunto i whistleblowers: questi sono alcuni degli elementi che misurano la trasparenza di uno Stato nei confronti dei suoi cittadini.

Questa idea della luce del sole (sunlight, appunto, come la Sunlight Foundation che si occupa di questi temi negli Usa) come il miglior disinfettante della politica viene da lontano, tanto è vero che la frase è attribuita a un giudice americano, Brandeis, vissuto all’inizio del ‘900. Idea che è stata potenziata e rivoluzionata dalla diffusione della Rete e dell’informazione digitale. I Paesi anglosassoni, come gli Stati Uniti, sono certamente alla guida di questa trasformazione, così come nell’applicazione di pratiche e direttive di open government.

Tuttavia ora siamo arrivati a un punto in cui il concetto di trasparenza si è complicato; improvvisamente lo si ritrova inserito in un quadro politico e culturale molto caldo e polarizzato. In un contesto di vere e proprie guerre digitali, passatemi il termine.  Da un lato ci sono i big data, la capacità di aziende e governi di accumulare dati, di correlarli, di creare modelli di previsione. Dall’altro c’è la richiesta di trasparenza da parte di una serie di soggetti non governativi che lo fanno in modo radicale, e in alcuni casi la trasparenza hanno provato a prendersela. E poi ancora, in contemporanea, in una specie di schizofrenia, c’è la tendenza dei governi ad andare verso società sempre più controllate in nome della sicurezza – e di farlo anche in stretta collaborazione con le aziende, già da tempo impegnate ad accumulare dati e a considerarli il nuovo petrolio dell’economia.

Quindi oggi le richieste di trasparenza si scontrano con una tendenza opposta in cui alla fine quello che conta per lo Stato sono le rinnovate, riformulate esigenze di sicurezza e segretezza ai tempi della Rete. E soprattutto le opportunità di sfruttare il giacimento di dati a disposizione costruendo un paradigma di sorveglianza liquida, di panottico personale e autogestito, come lo definiscono Bauman e Lyon in Sesto potere.

Mentre i dettagli della nostra vita quotidiana diventano trasparenti per le organizzazioni che ci sorvegliano, le loro attività sono sempre più difficili da riconoscere. Nel contesto fluido della modernità liquida il potere si sposta alla velocità dei segnali elettronici, e la trasparenza aumenta per alcuni e nello stesso tempo diminuisce per altri”.

Andiamo a fare un esempio concreto di questa complessità. Il governo inglese lancia proprio in questo periodo Care.data, un progetto che vuole mettere a disposizione le cartelle cliniche e i dati sanitari della popolazione britannica al servizio della ricerca scientifica, pubblica e privata. Mai prima d’ora l’intera storia medica della nazione è stata digitalizzata e conservata in un posto. Chi sostiene la creazione di questo database pensa che la condivisione dei dati aiuterà la ricerca sugli effetti collaterali delle medicine e sulle performance dei reparti.  Ma chi si occupa di privacy nota che non ci sarà modo di sapere per l’utente chi sta usando i suoi dati e come. Inoltre pur essendo dati psudoanonimizzati, questo non impedisce in linea teorica, correlandoli con altri, di individuare le identità di singoli pazienti. Aprire questi dati ad aziende senza aver pensato a un chiaro e robusto sistema di salvaguardia per chi sarebbe il titolare di quei dati, cioè il paziente/cittadino, è molto problematico, hanno notato vari esperti. Come se non bastasse, oltre alle aziende, si è fatta avanti anche la polizia, che avrà delle backdoor, delle porte di accesso privilegiate al database, senza necessità di un mandato. Il servizio sanitario nazionale ha dichiarato, dopo gli articoli del Guardian, che le procedure non cambieranno rispetto a oggi. Ma rimane il fatto che se tu crei un database e non hai delle regole chiare su come gestire quei dati e proteggere le informazioni dei cittadini, la tentazione di accedere in modo più diretto, perché tecnologicamente lo puoi fare, sarà fortissima.

Negli anni’90 c’era un movimento, legato a una mailing list, che ha gettato dei semi importanti per la cultura digitale di oggi. Era il movimento dei cypherpunks. Questo quello che dicevano:

La privacy è necessaria per una società aperta nell’era elettronica. Non possiamo aspettarci che governo, multinazionali, o altre grandi organizzazioni senza volto ci concedano la privacy. Dobbiamo difendere la nostra privacy se vogliamo averne alcuna”. Il loro modo di difenderla era scrivere del codice, in particolare della crittografia.

Da questo movimento sono usciti nomi come Jacob Applebaum, sviluppatore di Tor, attivista dei diritti digitali; John Gilmore, fondatore dell’Electronic Frontier Foundation; Philip Zimmermann, creatore del software di crittografia PGP; John Young, fondatore del sito Cryptome, antesignano di Wikileaks; e Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

Wikileaks nasce intorno al 2007 con questa dichiarazione di principio: “Crediamo che la trasparenza nelle attività dei governi porti a una riduzione della corruzione, a un miglior governo e a democrazie più forti. Molti governi possono beneficiare da un maggiore scrutinio. Questo scrutinio richiede informazioni”. Wikileaks diventerà molto di più come sappiamo: una macchina che uccide i segreti, come l’ha definita Greenberg, che si sembra sostituire in parte ai media nel ruolo di scomodo cane da guardia del potere.

Ma come tenere insieme trasparenza radicale e privacy? Assange e quel gruppo uscito dal movimento cypherpunk hanno le idee chiare al riguardo. La privacy dei cittadini e la trasparenza delle azioni dei governi non sono in contrapposizione ma sono anzi le facce della stessa medaglia della democrazia nell’era digitale. Un’idea che si ritrova anche in Cypherpunks, il libro recentemente scritto da Assange, con Applebaum e altri.

Da qui, si arriva a Edward Snowden, il whistleblower che ha svelato un lato veramente oscuro delle nostre democrazie digitali, che neanche i più paranoici fra i nerd avrebbero osato immaginare. Ed esattamente queste due facce della medaglia. Da un alto, Stati e agenzie statali così poco trasparenti da aver messo in piedi un sistema di sorveglianza globale e di massa; da aver violato e indebolito gli standard di sicurezza della rete; da aver pescato dati collegandosi direttamente ai cavi; da aver prima imposto collaborazione alle grandi aziende della Rete e poi aver tentato di hackerarne gli stessi sistemi per avere più dati ancora. Dall’altro, la privacy dei cittadini lasciata indifesa e solo protetta dal guscio della crittografia, per quei pochissimi che la sanno o vogliono usare.

Transparent government, not transparent citizens: diceva un rapporto sulla privacy fatto per il governo inglese nel 2011. “La privacy è fondamentale per la trasparenza”, diceva. “La legittimazione dei programmi di trasparenza dipende in modo cruciale dalla capacità di avere la fiducia del pubblico. Perciò la protezione della privacy dovrebbe essere incorporata in ogni programma di trasparenza. I due aspetti sono compatibili fintantoché la privacy è protetta e considerata in ogni passaggio”.

Questo un report del governo inglese, governo che Reporters without borders ha appena definito uno dei nemici della Rete, insieme agli Usa, ovviamente a causa del Datagate. Malgrado le dichiarazioni di intenti, infatti, oggi rischiamo di trovarci nella situazione opposta di cittadini trasparenti e di Stati opachi.

In tutto questo dove sta la politica? Da che parte si vuole posizionare?

Non so se avete letto la testimonianza scritta di Snowden al Parlamento europeo. Dice molte cose interessanti. Ad esempio che nessun governo è stato in grado di dimostrare che quei programmi sono necessari alla lotta al terrorismo. Che la sorveglianza indiscriminata, condotta su “miliardi” di persone – così dice Snowden – ci rende di fatto meno sicuri, perché va a discapito di indagini più mirate e circostanziate. Che il suo effetto sarà concentrarsi più sul dissenso politico che su minacce reali. Che la NSA ha fatto pressioni sui Paesi europei perché indebolissero le difese a protezione della privacy dei loro cittadini.

La politica è in grado di affrontare un simile scenario? Vuole rendere se stessa più trasparente e difendere la privacy dei suoi cittadini? Vorrei concludere con una dichiarazione fatta dal commissario europeo all’Agenda digitale Neelie Kroes quando nel 2010 Wikileaks rilasciò il famoso Cablegate, migliaia di cablogrammi delle ambasciate Usa. Quel caso solleva la questione di come proteggere dati riservati da parte di grandi organizzazioni, nota Kroes. Ma soprattutto sottolinea la necessità per i governi di essere il più possibile aperti e trasparenti. “Penso che si tratti di un valore importante – ha detto – ma ha anche un grosso vantaggio pratico: riduce la quantità di informazioni che richiedono una protezione speciale”.

Infine una nota:

oggi sono vent’anni dall’omicidio Alpi-Hrovatin. Greenpeace ha pubblicato l’indice degli atti riservati o segreti acquisiti dalla commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti presediuta da Gaetano Pecorella – e chiede la desecretazione degli atti. Articolo21 ha lanciato una petizione al riguardo. Non si può parlare di trasparenza ignorando una questione come questa. L’apertura di quei fascicoli sarebbe davvero un segnale di cambiamento.

(questa è la traccia di  un intervento che ho fatto nell’evento organizzato dal Personal Democracy Forum, sull’open government, il 20 marzo 2014 in un’aula della Camera dei Deputati)

Fastweb, attivazione infinita

Rimango sempre allibita quando un’azienda si comporta come se non fosse interessata all’acquisizione di nuovi clienti. Mi chiedo se non sia l’ennesimo di quei tratti di italianità di cui faremmo bene a liberarci. Lo dico perché le esperienze che ho avuto all’estero di attivazione di servizi filavano lisce come l’olio.

Sta di fatto, e qui vengo al casus belli, che da oltre un mese sto cercando invano di passare da un operatore telefonico (Vodafone) a un altro (Fastweb), senza esserci riuscita. Sinceramente ancora non ho capito quale sia il problema, e soprattutto nessuno mi ha mai detto che ci potesse essere un problema: semplicemente l’attivazione veniva rimandata di dieci giorni in dieci giorni, per difficoltà sempre diverse a seconda dell’impiegato di call center con cui parlavo.

Ironia della sorte, proprio per agevolare il passaggio, inizialmente ho aperto la pratica attraverso un rivenditore di Fastweb, un commerciale in carne e ossa. Ma a quanto pare non è servito a nulla, se non a complicare la faccenda. Morale della favola: quando passate a un nuovo operatore chiedetegli subito dei tempi certi e precisi di attivazione. Se non ve li danno o non li rispettano, tanto vale provare subito con un altro.

Se i soldati ballano Lady Gaga

Lady Gaga contro Kesha. Il conflitto israelo-palestinese ha preso una piega pop, scompigliando entrambi i fronti. Tutto ha inizio con un video diffuso su YouTube qualche giorno fa, dove si vedono sei soldati israeliani che interrompono un pattugliamento per le strade di Hebron per “improvvisare”  – si fa per dire, vista la studiata coreografia – un balletto

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Il volo? Te lo suggerische la chat

Vorrei un low-cost Milano Parigi con partenza domani e ritorno il 20 sera». Sarebbe comodo avere un’amica che lavori in un’agenzia di viaggio per ricevere l’imbeccata giusta, via chat, ogni volta che si desidera cercare un volo dell’ultimo minuto. E che in un secondo, rispondendo al nostro messaggio, selezioni una serie di opzioni adatte, dalla più economica in poi. Ebbene, ora ogni utente web ha quell’amica; sempre che si accontenti di un software. Si chiama Travel Cyborg ed è un motore di ricerca per voli in linguaggio naturale («il primo al mondo del genere», specificano i suoi creatori) che funziona via messenger. Lo lancia martedì 13 luglio (ma è attivo già da oggi) Europe Low Cost, sito di comparazione prezzi nel settore viaggi.

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Google, dottore imperfetto

Mai prendere per oro colato i risultati di un motore di ricerca. Una regola che dovrebbe essere sempre valida, soprattutto se si stanno cercando informazioni mediche. Perché quanto appare anche tra i primi link di un search engine potrebbe essere incompleto oltre che distorto da interessi commerciali.

È quanto afferma uno studio – pubblicato nell’edizione di luglio del Journal of Bone and Joint Surgery – che ha esaminato i primi dieci risultati su Google e Yahoo! per una serie di comuni problemi di medicina sportiva.

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La lezione di Firefox

Li si poteva incontrare tra i banchetti equosolidali di Terra Futura, la mostra-convegno sulla sostenibilità sociale e ambientale appena conclusasi a Firenze. O, mesi addietro, tra le banane fair-trade e il cotone biologico della fiera milanese Fa’ la cosa giusta. Solo che loro non vendono nulla. Né hanno in esposizione qualcosa di tangibile. Il loro manufatto è un software, creato da un’organizzazione “artigianale” di migliaia di volontari.

Un programma che non solo è ormai conosciuto in tutto il mondo, ma è stato in grado di incunearsi nel muro di gomma di Microsoft, che oltre ad essere un colosso commerciale era il monopolista di fatto del mercato dei browser. Quel software, l’avrete già capito, si chiama Firefox.

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I mondiali del tradimento

Se i Mondiali sudafricani hanno regalato agli italiani solo una bruciante disfatta sui campi da calcio, pare che non sia andata meglio nella penombra delle camere da letto. Almeno a giudicare dai dati rilasciati da Gleeden.com, un sito di appuntamenti online specializzato in incontri extraconiugali; sì insomma, il buon vecchio adulterio. Ancora i tifosi tricolore avevano in mente il faticoso arrancare della Nazionale davanti agli agili slovacchi, che la piattaforma di dating online comunicava di aver registrato un aumento record di nuove presenze femminili in concomitanza con i Mondiali: per la precisione, un 59 per cento in più di iscrizioni rosa. Numeri da prendere con le pinze, proprio perché comunicati dallo stesso sito, ma che forse qualche fondamento di verità ce l’hanno.

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Obama e la legge ammazza internet

L’hanno ribattezzata Internet Kill Switch, l’interruttore ammazza Internet. O anche, con mirabile miscela di concisione e ironia, Kill Bill, ovvero la proposta di legge (bill) che potrebbe fare a pezzetti l’indipendenza della Rete. In nome, beninteso, della sicurezza nazionale americana. Si tratta del provvedimento sulla Protezione del cyberspazio come risorsa nazionale (Protecting Cyberspace as a National Asset Act) appena approvato dalla Commissione per la sicurezza nazionale e gli affari governativi del Senato Usa, e quindi in pole position per incassare il sì dell’assemblea.

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Ancora accuse per Google

Alla fine le mappe di Street View hanno portato Google in un vicolo cieco. E a uscirne in retromarcia anche il panzer di Mountain View potrebbe finire ammaccato. Dopo le polemiche senza frontiere che hanno investito il servizio di mappatura digitale del motore di ricerca, accusato di violazione della privacy per aver raccolto informazioni sulle reti Wi-Fi incontrate lungo il percorso dai veicoli che fotografano le vie, ora è il turno di Canberra.

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Social media editor cercasi

Blogger appassionati e comunicatori online di lungo corso, prendete nota: il New York Times cerca un nuovo community and social media producer da affiancare alla propria redazione. I requisiti ideali? Un giusto equilibrio tra capacità di valutazione delle notizie, conoscenze tecniche, esperienza con i mondi di Twitter e Facebook. E ovviamente, una forte propensione a lavorare in gruppo e rapidamente. Tra i compiti di questa nuova posizione rientrano la supervisione dei commenti, delle foto e dei contenuti generati dagli utenti; il coinvolgimento dei lettori attraverso idee nuove e creative; la stesura di standard efficaci per la gestione e moderazione dei contenuti dal basso; e la definizione di strumenti e strategie per l’utilizzo dei social media insieme agli informatici.

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E la legge bavaglio fa il giro del mondo

E meno male che con il governo Berlusconi “l’immagine dell’Italia all’estero è migliorata”, come continua a dire il presidente del Consiglio. Da tre giorni il nostro Paese è tornato sulle prime pagine dei quotidiani stranieri, con un nuovo prodotto “made in Italy” di cui si teme l’esportazione: la Gag Law, altrimenti detta ley mordaza, loi-bâillon o Knebel-Gesetz.

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Se le corna sono condivise online

Il web sociale e partecipativo di per sé non è sempre sinonimo di nobili sentimenti e azioni cristalline. A furia di smuovere le acque di internet, prima o poi, del torbido emerge. È il caso di CheatConfession.com, l’ultimo dei siti che sbattono in home le vicende personali e delicate dei loro utenti, pronti a confessarsi pubblicamente e senza remore grazie allo scudo dell’anonimato. In questo caso il tema centrale della piattaforma è il tradimento, vivisezionato in tutte le sue sfaccettature e considerato da diverse prospettive. In primo piano ci sono ovviamente mariti, mogli e partner infedeli, che possono confessare le proprie malefatte e togliersi un peso dalla coscienza.

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La rivolta dei geek contro Facebook

E’ stata la protesta delle tecno-star, la sollevazione dei geek, il gran rifiuto degli ‘smanettoni’. Comunque lo si chiami, è stato un fenomeno politico-sociale che non si vedeva da tempo. Numerosi esperti di tecnologia, dai fuori classe della programmazione ai guru della rete, dai giornalisti tech agli imprenditori della Silicon Valley, si sono mobilitati in modo energico, a volte eclatante, manco fossero attivisti di Greenpeace, accomunati da un solo obiettivo: attaccare Facebook. Non che mancassero le ragioni: mai come nelle ultime settimane il social network da 500 milioni di utenti si è tirato addosso tante critiche a causa della disinvoltura con cui gestisce le regole sulla privacy relative ai propri utenti. Ne hanno parlato tutti, a partire dai media, che finalmente hanno trovato la gallina dalle uova d’oro del giornalismo tecnologico, un servizio web noto ai più dove, volendo, si trova ogni giorno qualche fatto forzatamente notiziabile.

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Social network di nicchia

Sebbene siano in continua crescita, anche piattaforme come Facebook o MySpace possono venire a noia. Troppo popolari, generaliste, indifferenziate. Gli utenti di social network che siano stufi del solito trantran di amicizie, attività, aggiornamenti e poke possono dunque provare servizi online più di nicchia. Dove la teoria della coda lunga di Chris Anderson viene applicata al vivace mondo delle reti sociali. Il magazine online Networkworld ha passato in rassegna  i social network più strani o specifici

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