Archivio per la categoria ‘media’

La minaccia fantasma

Febbraio 13, 2008

Ieri sera ho sentito uno scampolo di Ballarò in cui Giulio Tremonti affermava che sta “emergendo un lato oscuro della globalizzazione”.

Se lo dice anche Tremonti, allora la situazione è molto più grave di quello che pensavo.

Se la memoria è 2.0

Febbraio 8, 2008

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Come evitare che biblioteche e archivi finiscano seppelliti da una spessa coltre di polvere analogica mentre il resto del mondo mette il turbo del digitale? Come sfuggire all’estinzione culturale e in che modo rilegittimare queste arche del sapere alla luce delle nuove tecnologie e soprattutto dei nuovi comportamenti?
Se ne è parlato a Genova in un bel convegno intitolato Archivi e biblioteche ai tempi del web 2.0, cui anch’io ho partecipato soprattutto per la parte 2.0. E tra le chicche emerse, oltre all’esistenza di bibliotecari e archivisti molto in gamba e aggiornati sul tema, vorrei segnalare il sito-progetto Moving here.

Il sito intende raccogliere e illustrare i percorsi materiali e simbolici degli immigati in Gran Bretagna negli ultimi due secoli: si può quindi raccontare la propria storia (e alcune di quelle già presenti sono emozionanti), corredarla di immagini, aggiungervi le foto storiche dell’archivio, inviare una e-postcard o tracciare le radici della propria famiglia.

Ho l’impressione che nel campo della memoria e della narrazione storica dal basso ci sarebbe tanto da divertirsi con il 2.0 e dintorni.

Una moratoria sui monitor delle stazioni

Gennaio 22, 2008

Treno Genova-Treviso. Ovvero Genova-Milano, Milano-Mestre, Mestre-Treviso. Insomma, sei ore di viaggio e 4 stazioni ferroviarie.

Ma è nella tratta tra Milano e Mestre che ho percepito qualcosa di strano: una sorta di deja-vu, di ritornello, di mantra postmoderno che mi ha inseguito lungo i binari. Mi ci è voluto qualche secondo per realizzare a cosa era dovuto: le televisioni. O forse dovrei dire i monitor. Si inizia con la stazione di Milano Centrale. Lungo le banchine dei binari, nell’attesa annoiata del proprio treno, degli schermi piatti appesi sul nulla riproducono spot pubblicitari. Parole, frammenti di canzoni. In serie ciclica, come a sgranare un rosario. Sempre gli stessi, non saranno più di dieci. Il loro suono metallico aggiunge un che di spettrale e allucinato, un tocco alla Blade Runner, a una stazione già poco allegra.

Prendo il treno per Mestre, passano i campi e le fermate. A una di queste - forse Brescia - dalle porte aperte filtrano gli stessi suoni, le stesse parole, gli stessi moncherini di canzoni. Nello stesso identico ordine.

Il treno riparte e si arriva infine a Mestre. Mentre aspetto la coincidenza per Treviso ecco di nuovo i monitor, coi medesimi insopportabili spot. E’ impossibile sfuggirgli, dato che stanno a ridosso dei binari; impossibile ignorarli, dato che ripetono ossessivamente le stesse sequenze nonsense, che s’inchiodano nel cervello e restano come un triste presagio sul futuro della nostra società.

E allora anche questo blog, FreddyBlog, ha deciso di lanciare la sua personale richiesta di moratoria: una sospensione di queste pubblicità martellanti, invasive, inutili e alienanti. Già dobbiamo sopportare treni sporchi, coincidenze fortuite, servizi scadenti. Lasciateci almeno in pace quando stiamo sulle banchine.

Insomma, spegnete quei monitor!

La multinazionale più odiata è…

Marzo 23, 2007

La vincitrice di un curioso campionato, quello organizzato da The Consumerist, per decretare la multinazionale più odiata dai consumatori è…la Riaa.
Più della Halliburton (arrivata seconda), più di Wal-Mart (piazzatasi terza), più della Exxon (solo quarta), la Recording Industry Association of America, ovvero l’associazione commerciale che rappresenta le case discografiche statunitensi, raccoglie l’odio cordiale di circa 100 mila votanti.

Ci è voluto qualche anno di intensa attività, cause legali indirizzate a dodicenni e madri squattrinate, “pubblicità progresso” terrorizzanti, ma alla fine ci è riuscita. Non male come risultato di pr.

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"We the media” ma a loro i profitti?

Febbraio 19, 2007

Quelli di KFTY-TV – una piccola stazione televisiva di Santa Rosa, California – hanno deciso che è venuto il tempo della mietitura, della “raccolta (harvesting) di contenuti locali”. Ma anche della potatura, visto che hanno licenziato quasi tutti i giornalisti. In compenso nei prossimi mesi l’emittente californiana chiederà alla comunità – produttori indipendenti di film, studenti, associazioni e simili – di fornire i materiali per la propria programmazione.

Benvenuti nell’ultima declinazione del citizen journalism, del giornalismo partecipativo, dell’informazione data in outsourcing alle masse (crowdsourcing), o quanto meno dei media sociali così come li vorrebbero alcune grandi aziende. Ovvero uno strumento leggiadro ed efficace con cui affrancarsi del peso di reporter professionali e retribuiti, e delegare la ricerca e la scrittura di notizie al lavoro gratuito, o quanto meno freelance, degli utenti. Dopo gli user-generated contents è il turno dell’user-generated work. Un vero affare per gli imprenditori dell’informazione.

Anche Reuters e Yahoo! hanno lanciato un’iniziativa che intende raccogliere foto e video degli utenti, ridistribuendo i contributi migliori (in questo caso pagati sì ma poco) a migliaia di pubblicazioni online, di carta o televisive. Una mossa che provoca l’indignazione di vari osservatori, come Frank Beacham: “Chi pensano di prendere in giro? Stanno sfacciatamente provando a costruire un modello di informazione basato sui contenuti gratuiti degli utenti. Per dei truffatori si tratta di un invito alla frode. Per fotografi ed operatori professionisti è un insulto e un enorme gesto di disprezzo per il loro mestiere”.

Sebbene per ora sia ancora difficile immaginare un giornalismo privo di giornalisti e completamente rimpiazzato dai contributi dei lettori (anche se non lo è affatto pensare che questo mestiere possa diventare ancora più precario), l’ambiguità del crowdsourcing (in tutte le sue applicazioni) necessita di ulteriori analisi e non di ingenui entusiasmi per le meraviglie della intelligenza collettiva e della partecipazione fine a sé stessa.

Lo stesso vale per il citizen journalism, sebbene in questo caso esistano giù alcune esperienze che cercano di unire il meglio della professione e della partecipazione. Come l’ormai noto NewAssignment, il cui blog è però più ottimista sulle possibilità del crowdsouricng.

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Digg lancia la classifica dei podcast

Dicembre 18, 2006

Digg getta nella mischia anche quel prodotto per sua natura soffuso di understatement che è il podcast. Il noto sito di news tecnologiche (ma non più solo tech) fondato sulla partecipazione e i voti degli utenti dedica una sezione a quelle trasmissioni radio fai-da-te, cui è possibile abbonarsi tramite un apposito programma.

La gerarchia dei podcast presentati, vuole la legge di Digg, è rigorosamente basata sulle prefererenze dei lettori, e in prima posizione svetta (indovinate un po’) Diggnation, la trasmissione dello stesso Digg. Ma a incalzare subito dopo è This Week in Tech, una sorta di tavola rotonda settimanale condotta con maestria e tanto humor da Leo Laporte: per chi non lo conoscesse lo consiglio vivamente.

Insomma, la novità introdotta da Digg - che ha appena compiuto i due anni di vita ed in occasione del Natale ha ridecorato il proprio sito con un po’ di funzionalità nuove - spinge di nuovo al centro della scena il podcasting, che dopo una prima fase di euforia sembrava essersi arenato ai margini della conversazione digitale, restando un fenomeno di nicchia.

Ma ci sarà mai un vero decollo per i podcast? O sono stati già superati?

PS: Non sarà forse il podcast un’esperienza troppo lenta per il nostro malato ritmo di vita e la nostra bulimica assimilazione di informazioni?

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Internet, Alberoni e la perdita dell’innocenza

Dicembre 11, 2006

Dopo i casi di bullismo nelle scuole, filmati e finiti in Rete, dopo il binomio internet e violenza, ora è la volta del sesso. Francesco Alberoni dalla prima del Corriere si scaglia contro il Net, colpevole a suo dire di aver trasformato, involgarito o addirittura devastato l’educazione sentimentale di un’intera generazione.

Riservandomi solo qualche commento (in parentesi), lascio la parola all’autore:
“Oggi un ragazzino di 12 anni, cliccando una parola innocua (?!) come sesso, può accedere a decine di migliaia di foto o filmati di pornografia estrema: un invito all’imitazione [ma davvero è l'unica reazione che si riesce a immaginare al riguardo?]. Fino a pochi anni fa le conoscenze sessuali si sviluppavano in parallelo alle esperienze amorose [la prostituzione come si colloca in questa retrospettiva storica?], oggi vengono fornite da internet [qui non ci vorrebbe un 'anche'?] nella loro forma più arida, brutale, promiscua” [accidenti!]“.
Fine della citazione commentata.

Pare insomma che siamo passati dallo stil novo al sadomaso senza soluzione di continuità, e tutto a causa di internet. Incredbile eh?

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Giornali, una cotta per i blog

Dicembre 11, 2006

Tra blog e giornali è finita l’era della diffidenza. I diari online sono ormai diventati - specie per la stampa americana - un modo economico per svecchiarsi, rilanciare la propria immagine e invischiare i lettori prima che scappino su altri lidi del web.

Questo lungo articolo dell’American Journalism Review - segnalatomi da Ubik, che ringrazio - analizza in dettaglio la sfolgorante luna di miele tra due modi della comunicazione che, a mio avviso, tendono sempre di più ad avvicinarsi e a rispecchiarsi.

A quanto pare i giornali statunitensi stanno sfornando blog come fossero varietà di ciambelle: blog su sport, politica, criminalità, via via a scendere nalla lunga coda dell’essere genitori, degli animali domestici, del bowling e via dicendo. E le modalità pratiche con cui si realizzano questi diari sono anche le più varie: scritti da giornalisti del proprio staff, da esperti o appassionati assoldati appositamente, da blogger indipendenti, da lettori che hanno proposto un progetto specifico. Ci sono editori che si buttano nella mischia senza troppi scrupoli facendo affidamento sull’informalità del mezzo e altri che si tormentano con dubbi legati alla forma, all’etica (!), ma soprattutto ai risvolti legali.

Tra i casi citati trovo molto interessante l’esperienza del Dallas Morning News, che ha dato vita a un blog scritto dalla redazione: uno squarcio sui meccanismi e i dibattiti interni dei redattori, ma anche sui loro interrogativi, sulle loro idee e idiosincrasie. Un’operazione di trasparenza che crea nei lettori anche un senso di familiarità verso i giornalisti e dunque (immagino) un conseguente attaccamento alla testata.

Di tutti i problemi sollevati - fino a che punto spingersi coi link esterni (includere solo siti ideologicamente in linea col giornale o no?); filtrare o meno i commenti; editare o no i post; come prevenire il rischio di cause legali - mi pare che quello principale sia sempre lo stesso: ovvero, per dirla con Kelly McBride (Poynter Institute), “c’è una tensione intrinseca tra il valore della velocità in un mondo online e il dovere del giornalismo di svolgere un lavoro completo e accurato”.

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Indigeni alla ribalta

Novembre 24, 2006

I Mapuche in Cile reclamano la loro lingua, il Mapudungun, contro la Microsoft, colpevole di aver commercializzato un Windows nel loro idioma. Ne parla oggi esaurientemente il mio amico Mastro, e quindi non aggiungo altro sulla questione. Vorrei tuttavia segnalare come sia sempre più diffuso e deciso il tentativo, da parte delle popolazioni indigene, di rivendicare (e in molti casi recuperare quasi del tutto) la propria identità.

In Perù, ad esempio, gli abitanti della regione di Ayacucho, un’area pesantemente colpita dai ventennali conflitti armati che hanno insanguinato il Paese, stanno portando avanti una causa duplice: la lotta per non essere trascurati nell’assegnazione di riparazioni e benefici da parte del governo si lega alla possibilità di usare la propria lingua, il Qechua, nei documenti e nei certificati ufficiali.

In Brasile invece gli indios sono improvvisamente aumentati. Non per un boom demografico, bensì per una maggior autoconsapevolezza: sempre più persone reclamano le loro radici indigene.

Infine, una famiglia di Inuit dell’Alaska ha fatto causa al governo americano per non aver ricevuto un compenso adeguato per lo sfruttamento delle loro terre (e delle riserve di petrolio) da parte della BP.

Insomma, ci troviamo di fronte a un crescente attivismo indigeno. Ma è veramente così o è la globalizzazione (con il suo mutamento di prospettiva e di gusto) che ce lo fa apparire come tale? Voglio dire, forse questo attivismo c’è sempre stato ma nessuno se lo filava…

O forse (ipotesi peggiore) è quel nostro (occidentale) mai defunto gusto per l’esotico, oggi riconfezionato e rinvigorito dalle trasmisisoni televisive e dalle agenzie di viaggio, che aiuta gli indigeni a fare notizia?

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Propaganda awards, ancora clima e neutrality

Novembre 17, 2006

Chi sono i peggiori spin doctor del 2006? Chi ha contribuito, quest’anno, a inquinare maggiormente l’ambiente informativo globale? Il Center for Media and Democracy lancia i suoi Falsies Awards, presentando le nomination che dovranno essere votate dal pubblico internet.

Tra la lista dei papabili (un triste squarcio sulle collusioni tra giornalismo, politica e pr) vorrei segnalare la propaganda alimentata intorno alla net neutrality (a quanto pare aveva ragione la Sonoma University a rilevare come la neutralità della rete fosse uno degli argomenti più censurati sui media americani).

Ma come si neutralizza la net neutrality? Tanto per cominciare, creando dei sedicenti gruppi di opinione dai nomi evocativi: Hands off the Internet, Consumers for Cable Choice, Frontiers of Freedom, FreedomWorks. A voler limitare la libertà di internet, suggeriscono queste denominazioni, sono quelli che invocano la neutralità della rete. Noi, invece, siamo i paladini della libertà e della scelta dei consumatori.
I termini della questione sono dunque perfettamente capovolti.
Vecchia tattica, d’accordo, ma sempre efficace.

Altra nomination interessante, i think tank (ormai quando leggo questa espressione sento automaticamente puzza di bruciato) pesantemente sovvenzionati dalle corporation, i quali intervengono sui media senza che le loro connessioni vengano esposte. Ad esempio, la stessa Bbc ha spesso intervistato sul clima l’International Policy Network, senza specificare che questo istituto aveva ricevuto generosi finanziamenti dalla Exxon, veterana in tale genere di pratiche.

E se inciampa la Bbc…

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