Archivio per la categoria ‘politics’

La minaccia fantasma

Febbraio 13, 2008

Ieri sera ho sentito uno scampolo di Ballarò in cui Giulio Tremonti affermava che sta “emergendo un lato oscuro della globalizzazione”.

Se lo dice anche Tremonti, allora la situazione è molto più grave di quello che pensavo.

Donne, volete far politica? Andate in Pakistan

Gennaio 14, 2008

La partecipazione delle donne, ha scritto qualche giorno fa il Boston Globe, muove la democrazia. Dopodiché ha deciso di sottoporre ai suoi lettori un ameno seppur socialmente impegnato quiz: sapete dirmi - premetterebbe il buon Mike - quale di questi Paesi ha la percentuale più bassa di donne nei parlamenti nazionali?

tic, tac, tic, tac

Risposte:

A. Tunisia
B. Pakistan
C. Italia
D. Israele

Trovare il Bel Paese tra le opzioni suscita probabilmente un risolino amaro, e di sicuro ci deve essere lo zampino di qualche redattore del Globe che odia i Sopranos e si è visto soffiare la fidanzata dal cuginetto italoamericano.
Malgrado tali premesse, paventando il rischio che l’Italia potesse avere conquistato anche questo primato, mi sono precipitata a vedere i risultati e… sorpresa:
il Paese con meno donne (tra i 4 elencati) in parlamento è Israele (solo il 14 per cento): perfino Afganistan e Iraq hanno delle Camere più rosa.
Rivelato l’inglorioso vincitore, il Boston ci informa che per quanto riguarda invece la Tunisia e il Pakistan le percentuali sono rispettivamente del 23 e del 21.

E l’Italia? mi chiedo rileggendo le poche righe. Niente. Oltre ad averla messa nel test alla fine se la sono pure dimenticata.

Allora sono andata qui, e ho scoperto che lo Stivale si fregia del 17,3% di donne alla Camera e del 13,7% al Senato. Dunque peggio di Tunisia e Pakistan, e più precisamente in 64esima posizione nella classifica mondiale della partecipazione femminile alle assemblee legislative.
Come magra consolazione potremmo ricordare al redattore del Globe che al posto dell’Italia avrebbe potuto mettere tranquillamente il suo Paese: alla Camera dei rappresentanti a stelle e strisce le donne sono il 16 per cento.

E il parlamento mondiale più ricco di gentil sesso? Rwanda. Proprio così.

Libertà dei blogger e generazione Q

Ottobre 24, 2007

politica20.png

Il contestato disegno di legge del governo che vuole riorganizzare il mondo dell’informazione online. La generazione Q, ovvero i ventenni computerizzati e poco politicizzati (almeno secondo Thomas Friedman). Come produrre film impegnati dal basso.
Sono alcuni dei temi che verranno trattati nella trasmissione Politica 2.0, condotta live da Emiliano Germani su N3tv.

In questa puntata parteciperà anche il mio amico e collega di Totem Raffaele Mastrolonardo, che sui soloni della generazione Q ha scritto parole illuminanti. Partecipo anch’io, di nuovo, con un intervento registrato sulle chicche 2.0 della politica americana. La trasmissione va in diretta in un orario coraggioso (venerdì alle 22 e 30!) ma viene messa successivamente online.

Politici italiani ancora poco 2.0

Ottobre 12, 2007

Alla vigilia delle primarie del Partito Democratico si può dire che lo sforzo dei candidati di utilizzare il web per innovare la propria comunicazione politica è stato piuttosto modesto. E sarà interessante vedere che fine faranno i vari blog, social network e strumenti di partecipazione, una volta che sarà passata l’urgenza della competizione.

Antonio Di Pietro rimane probabilmente il più bravo, da questo punto di vista, tra i politici italiani. E’ anche vero che nel paese dei ciechi basta avere un occhio…

Comunque di Di Pietro e della sua strategia di comunicaizone online si parlerà stasera nella trasmissione Politica2.0, in onda in diretta alle 22.30 sulla nuova net-tv www.n3tv.it. (dove dovrei fare anch’io un breve intervento).

Elettroscioccati per sempre dalla scuola

Agosto 27, 2007

Prendete George Orwell, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Arancia meccanica e mescolate bene. Aggiungete una spruzzata di tecnologia e soldi dei contribuenti americani. Otterrete il Rotenberg Center, un posto i cui “ospiti” vivono con una pila addosso e degli elettrodi attaccati al dorso e agli arti, in modo da ricevere scosse elettriche ogni volta che fanno i cattivi. A discrezione dei controllori, naturalmente, che girano con delle specie di telecomandi per attivare al volo questi minielettroshock. Servono per correggere i comportamenti, e quindi sarebbero per definizione educativi.

Non si tratta di una divisione di Abu Ghraib né di qualche altro istituto di massima sicurezza. Il Rotenberg Center è una scuola. Per ragazzi difficili, a cui qualcuno ha diagnosticato cose come deficit dell’attenzione, disturbi bipolari. O l’autismo. Il “trattamento Ludovico” prevede, per gli studenti, anche telecamere che li sorvegliano di notte, aree delimitate in cui è concesso parlare con gli altri ragazzi (perché nelle altre situazioni è proibito), e via continuando con le amenità da panopticon. Tra gli aspetti più geniali, il fatto che i ragazzi dovrebbero apprendere da soli, davanti a un computer, i programmi scolastici previsti. Si chiama autoeducazione.

La scarica elettrica – provata e descritta dal giornalista di MotherJones che racconta con molti dettagli tutta la vicenda – è all’incirca come un nugolo di vespe che ti stiano attaccando nello stesso momento. Due lunghi secondi. La si può ricevere anche per aver imprecato.

Qualcuno sta tentando di far chiudere questo lager, che per inciso si trova a pochi chilometri da Boston, nel liberale Massachusetts. Ma non ci sono ancora riusciti. E genitori disperati continuano a mandarci i loro figli complicati perché nessun’altra istituzione educativa è disposta ad accettarli. Senza capire, all’inizio, in che luogo li stanno facendo internare.

Blogger, dall’America con furore

Giugno 28, 2007

“In questi giorni Washington DC assomiglia alla Silicon Valley del ’98, quando erano tutti intenti a spacciare l’ultima delle novità”. Così viene descritto l’interesse della politica per la comunicazione web da Mother Jones, che dedica uno speciale all’argomento (ormai diventato un tema ricorrente della stampa). Se il modo in cui funzionano la nostra economia e i nostri media è sempre più distribuito su diversi soggetti e diversi livelli, è sempre più open source, perché non dovrebbe accadere lo stesso con il Palazzo?

Mother Jones cerca di rispondere alla domanda intervistando fior di esperti 2.0: da David Weinberger a Jimmy Wales, da Mica Sifry a Howard Dean, da Lawrence Lessig a Phil de Vellis, quest’ultimo divenuto famoso in quanto creatore dello spot pro-Obama “Hillary 1984”.

Ma l’aspetto più interessante dello speciale è probabilmente un altro interrogativo sviscerato da MJ: quanto la blogosfera, ma soprattutto i top blogger, si stanno trasformando, da distruttori dell’ordine mediatico costituito, in nuovi guardiani della legittima conversazione? Con tanto di desuete tattiche di difesa corporativa, come quelle evidenziate dal pezzo Meet the New Bosses?
“I politici corteggiano i grossi blogger. Li invitano a cena, a pranzo” commenta un giornalista citato da MJ che però, è questa è la notizia di tutto lo speciale, preferisce rimanere anonimo per timore delle ritorsioni (anzi, del furore, wrath, alla Steinbeck) dei blogger. Chissà se sarà così anche per l’Italia….

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Una canzone (e un consiglio) per Hillary

Maggio 18, 2007

Oggi scrivo ascoltando “Radio Hillary”: ovvero una decina di simpatiche canzoni in streaming gentilmente offerte dalla candidata democratica alla Casa Bianca sul proprio sito. L’obiettivo è mobilitare gli utenti-elettori affinché votino online il loro brano preferito, o almeno quello che vorrebbero come inno ufficiale della campagna presidenziale della Clinton.

Per creare un po’ di quello che gli americani chiamano hype e i genovesi inveggendeu (perdonate la grafia, me la sono praticamente inventata), Hillary ha pensato bene di pubblicizzare la votazione della canzone attraverso un video in cui fa la spiritosa.

La sensazione risultante alla visione della clip è simile a quella provata durante uno spettacolo teatrale mal recitato: si stringono i denti.
Jeff Jarvis, analista dei nuovi media e di questa campagna elettorale, ha detto di preferire la Clinton pungente e severa. Come dargli torto.

Per chi volesse saperne di più oggi ne ho scritto anche qui.

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Macchina della verità per i servizi sociali inglesi?

Maggio 11, 2007

L’antica ossessione di riuscire a leggere nella mente altrui si è incarnata, tecnologicamente parlando, in vari tipi di meccanismi e di macchinari della verità. I film americani ci hanno spesso propinato questa sorta di rituale tecno-poliziesco, che ha inquietanti somiglianze con la sedia elettrica. Peccato che l’efficacia di un simile strumento (lasciando pure da parte le implicazioni etiche) sia sempre stata barcollante.

Ore leggo su Wired e ITWeek che il governo britannico vorrebbe utilizzare una sorta di “rilevatore di bugie” per stanare i parassiti da stato sociale: quelli che cercano di avere benefici anche quando non ne hanno diritto, magari mentendo sul proprio status.

Come applicare tuttavia una simile rilevazione? Attraverso un software che ascolta la telefonata di richiesta di beneficio fatta dal cittadino e individua – immagino attraverso un’analisi delle inflessioni della voce o del respiro – se il richiedente sta dicendo la verità o se invece sta mentendo.

Quindi, la bugia viene identificata attraverso la voce di una persona ascoltata attraverso un telefono e analizzata attraverso un software…. Nel caso in cui il programma ritenga di avere davanti (anzi, dall’altro capo del filo) un mentitore, scatta un’indagine più approfondita sul soggetto, e la richiesta avanzata rimane in attesa.

Mi sembra una soluzione davvero arzigogolata: non sarebbe meglio riempire i call center di parapiscologi? O distribuire i benefici con una lotteria?

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L’America esporta il creazionismo

Aprile 20, 2007

I più bravi a seguire le regole dell’evoluzione e dell’adattabilità sembrano essere i creazionisti. Che prima si sono ribattezzati seguaci del ‘progetto intelligente’ (intelligent design), e dopo, quasi sconfitti in patria - vale a dire nelle scuole e nei tribunali americani dove sono stati rintuzzati nel 2005 da una sentenza della Pennsylvania – si sono diffusi all’estero. A esportare questo prodotto a stelle e strisce è il Discovery Institute, che non a caso propugna anche un altro American dream: il libero mercato.

Il sogno in questo caso somiglia davvero a un incubo, laddove sembrano saldarsi – come spiega oggi un articolo dell’Economist di carta, “In the beginning” – islamismo e capitalismo. Come nel caso di Mustafa Akyol, autore turco e musulmano, convertito all’intelligent design sulla via che porta a Seattle, sede del liberista Discovery Institute, dove in passato l’opinionista di Instanbul ha ottenuto una borsa di ricerca.

E proprio dalla Turchia sono stati spediti, non richiesti, quegli Atlanti della Creazione (che oltre a essere anti-evoluzionisti, accomunano Darwin a comunismo, fascismo e terrorismo) alle scuole della laicissima Francia.

D’altra parte il mal di stomaco anti-evoluzionista colpisce a tratti, e a macchie di leopardo, anche la Chiesa Cattolica. Anche se, in quest’ultima, non mancano figure di intenso, quasi pre-moderno, sincretismo: come quella di padre George Coyne, gesuita astronomo, per anni a capo dell’Osservatorio Vaticano, profondamente ostile al creazionismo in salsa intelligente. “La danza del fertile universo – scrive – è un balletto composto da tre ballerine: il caso, la necessità e la fertilità”.

Dall’anno scorso è a godersi la pensione in una parrocchia del North Carolina. A causa delle sue posizioni - ha insinuato qualcuno - sul progetto intelligente. Che, nel caso, ha rivelato tutta la sua stupidità.

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Segui i soldi… dei candidati americani

Aprile 18, 2007

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Dall’inizio dell’anno ad oggi gli americani hanno donato 160 milioni di dollari ai vari candidati presidenziali. Quattro volte di più rispetto allo stesso periodo del 2003. Non solo: i tre principali sfidanti democratici – Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards – hanno raccolto più soldi dei corrispettivi repubblicani - Mitt Romney, Rudy Giuliani e John McCain: ovvero 65 milioni contro 46 milioni.

Ma è soprattutto interessante vedere come i soldi sono stati spesi: se Hillary ha lautamente foraggiato i sondaggisti (vi ricorda qualcuno qui da noi?), confermando una volta di più – commenta Slate - la sua immagine di politico calcolatore, il mormone Romney è risultato essere il più spilorcio coi propri collaboratori, costringendoli a viaggiare low-cost e a intrupparsi nei motel (all’opposto il più munifico coi suoi è l’ex sindaco di ferro Giuliani). McCain, dal suo canto, sembra avere le mani bucate, spende e spande senza pietà…

A fare peggio di tutti è stato però John Edwards: proprio il politico che insiste di più sui contenuti e sulla sostanza delle cose ha pagato per due volte 400 dollari per farsi tagliare i capelli. Indubbiamente il suo parrucchiere sarà un mago, ma il punto è: dopo essere stato tacciato di civetteria a causa del famigerato video I feel pretty (in cui era ritratto mentre si pettinava compulsivamente) non sarebbe stata opportuna un po’ più di attenzione?

Segnalo infine questi grafici del New York Times che mostrano la distribuzione geografica delle donazioni individuali superiori ai 200 dollari ai diversi candidati …

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Democratici in cerca di altri ‘macaca moment’

Marzo 27, 2007

Il video – prodotto dagli utenti, pubblicato su internet - è diventato un medium fondamentale di questa campagna presidenziale americana: su questo non c’è dubbio. L’ultima iniziativa del Partito Democratico è tuttavia clamorosa: l’Asinello sta organizzando un esercito di ‘videografi’ con l’intento di filmare ogni passo, ogni discorso, ogni uscita e possibilmente ogni gaffe, scivolone e figuraccia dei candidati repubblicani alla Casa Bianca.

Bisogna reclutare citizen registi – è in sintesi l’idea dei democratici - creare gruppi video che presidino tutti i 50 stati, e soprattutto quelli dove prima si svolgeranno le primarie. “Che cosa ha detto John McCain nel New Hampshire? Chi ha visitato Rudy Giuliani in Iowa? Che cosa ha fatto Mitt Romney in South Carolina?” è scritto in una mail inviata dal Democratic National Comittee – organo operativo centrale del partito - a una serie di iscritti, tra cui quelli di techPresident.com che ieri l’hanno pubblicata.

Nulla, nessuna contraddizione, nessun errore della controparte può rimanere impunito, ovvero non ripreso da una videocamera digitale. L’imprinting di questa strategia democratica risale ovviamente all’ormai stranoto “macaca moment”, quando il repubblicano George Allen è stato colto in fallo dalla camcorder di un simpatizzante del rivale democratico. Ma è proseguita con l’esecuzione professionale di Robert Greenwald, produttore liberal che ha sbeffeggiato il repubblicano McCain in una serie di video diffusi su YouTube.

I democratici hanno mostrato finora di essere più smaliziati nell’usare i video per mettere in difficoltà i concorrenti, anche quelli della propria parte, come ha dimostrato la clip (ormai di culto) Vote Different. E’ solo una questione di abilità tattica o davvero i repubblicani si prestano a inciampare più facilmente su un “macaca moment”?

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Poveri ma con tanto tempo libero

Marzo 12, 2007

Di tutte le disuguaglianze, è probabilmente l’unica che rende giustizia. Una ricerca americana sugli ultimi quarant’anni di vita lavorativa a stelle e strisce mette in luce una particolarità: le classi meno educate e meno pagate sono quelle che hanno più tempo libero (leisure time) a disposizione. Viceversa, chi è più in alto nella scala sociale ne paga le conseguenze rinunciando a una fetta di svago.

Che dire, una bella notizia per la classe operaia, che se non in paradiso può andare al mall qualche ora di più; e la riconferma della saldatura inquietante tra ambizioni personali e sfruttamento del lavoro (ormai sempre di meno) qualificato.

Resta un dubbio, che la mia fonte non esplicita: questo invidiabile tempo libero delle classi povere e meno istruite non sarà semplicemente il risultato obbligato di occupazioni precarie o forzosamente part-time?

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Non omnia munda mundis

Marzo 9, 2007

Alcuni religiosi maya eseguiranno un rito di purificazione dopo la visita di George W. Bush la prossima settimana, quando il presidente degli Stati Uniti farà tappa presso il sito archeologico di Iximche, non lontano da Guatemala City. “Che una simile persona, con la persecuzione dei nostri fratelli migranti negli Stati Uniti, con le guerre che ha scatenato, cammini sulle nostre terre sacre è un’offesa alla popolazione maya e alla sua cultura” ha commentato Juan Tiney, il direttore di una organizzazione indigena.

E i nostri spiriti guida dove sono andati a finire?

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Elezioni Usa: tecnologia e politica a una svolta?

Marzo 7, 2007

Le elezioni americane del 2008 saranno un punto di svolta della politica americana (e della storia globale)? E i prodromi di questa rivoluzione politica contro l’ancien regime inaugurato dalla presidenza Reagan nel 1980 si possono forse già scorgere nei risultati delle votazioni di medio termine, con la rimonta democratica dello scorso novembre? Se lo chiede, da sinistra, questo saggio di Steve Fraser, con una certa dose di quello che gli americani chiamano “wishful thinking”: come dire, interpretare e prevedere dei fatti anche alla luce delle proprie speranze.

In ogni caso Fraser ritiene che sia in corso, negli Stati Uniti, un riflusso anti-repubblicano, il quale potrebbe concludersi in un rovesciamento di valori, politiche e modelli economici. Varie sono le prove esibite dall’autore per puntellare questo ragionamento, tra cui anche il sorprendente “obamismo”, che non è una pratica vietata dalla Chiesa, bensì l’appassionato, quasi messianico entusiasmo di una parte dell’elettorato nei confronti del candidato democratico e afroamericano Barack Obama (verso cui l’autore del saggio non nutre, in verità, una particolare stima).

Non tutti però sono così ottimisti. Non lo è per esempio il commentatore del Guardian Gary Younge, che analizza la mobilitazione web di questa precoce campagna elettorale americana. Perché se è vero che l’internet avrà un ruolo importante, forse decisivo, prima o poi si scontrerà con i poteri e le pratiche costituite. Con la forza inerziale dei soldi. Suggestiva la sua immagine di uno scontro tra la classe politica professionista e il pubblico più politicamente impegnato: tra l’oligarchia e il popolo (web?), tra i messaggi confezionati dai consulenti di comunicazione e il libero, imprevedibile caos dell’opinione pubblica espressa attraverso l’internet. Ma in questo caso l’autore si fa poche illusioni. La presa della Bastiglia è lontana.

PS: per chi fosse interessato all’argomento web&politics rimando allo speciale su VisionBlog..

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