Ottobre 24, 2007 di karolla

Il contestato disegno di legge del governo che vuole riorganizzare il mondo dell’informazione online. La generazione Q, ovvero i ventenni computerizzati e poco politicizzati (almeno secondo Thomas Friedman). Come produrre film impegnati dal basso.
Sono alcuni dei temi che verranno trattati nella trasmissione Politica 2.0, condotta live da Emiliano Germani su N3tv.
In questa puntata parteciperà anche il mio amico e collega di Totem Raffaele Mastrolonardo, che sui soloni della generazione Q ha scritto parole illuminanti. Partecipo anch’io, di nuovo, con un intervento registrato sulle chicche 2.0 della politica americana. La trasmissione va in diretta in un orario coraggioso (venerdì alle 22 e 30!) ma viene messa successivamente online.
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Ottobre 12, 2007 di karolla
Alla vigilia delle primarie del Partito Democratico si può dire che lo sforzo dei candidati di utilizzare il web per innovare la propria comunicazione politica è stato piuttosto modesto. E sarà interessante vedere che fine faranno i vari blog, social network e strumenti di partecipazione, una volta che sarà passata l’urgenza della competizione.
Antonio Di Pietro rimane probabilmente il più bravo, da questo punto di vista, tra i politici italiani. E’ anche vero che nel paese dei ciechi basta avere un occhio…
Comunque di Di Pietro e della sua strategia di comunicaizone online si parlerà stasera nella trasmissione Politica2.0, in onda in diretta alle 22.30 sulla nuova net-tv www.n3tv.it. (dove dovrei fare anch’io un breve intervento).
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Settembre 19, 2007 di karolla


Il Columbus Dispatch – giornale del profondo Ohio che normalmente nessuno vorrebbe far emergere dagli abissi – ha riscosso un’infausta notorietà internazionale grazie a una vignetta di satira (?) anti-islamica. Di ironico tuttavia in quell’immagine – che ritrae l’Iran come un tombino da cui stanno uscendo scarafaggi pronti a infestare il Medioriente – c’è ben poco, per non parlare di finezze politiche, sebbene l’autore sia un vignettista di fama, Michael Ramirez, piuttosto solidale con l’amministrazione Bush.
Gli iraniani ovviamente non hanno gradito e tocca a un loro rappresentante, Ali Sheikholeslami, direttore del centro cultuirale islamico della California settentrionale, ricordarci che cosa è in gioco. “Paragonare una nazione a scarafaggi è accaduto durante l’era nazista e poco prima dell’Olocausto in Germania. E un simile percorso è avvenuto anche in Rwanda prima del genocidio del 1994: una comparazione tra Tutsis e scarafaggi”.
Deumanizzare prima di elimare, in sintesi. Certo, se non fosse nell’aria un attacco all’Iran probabilmente nessuno ci avrebbe fatto caso…
(Sotto la vignetta sull’Iran ho riportato una vecchia immagine di propaganda nazista che ritrae l’Ebreo, anzi, l’Eterno Ebreo)
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Agosto 27, 2007 di karolla
Prendete George Orwell, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Arancia meccanica e mescolate bene. Aggiungete una spruzzata di tecnologia e soldi dei contribuenti americani. Otterrete il Rotenberg Center, un posto i cui “ospiti” vivono con una pila addosso e degli elettrodi attaccati al dorso e agli arti, in modo da ricevere scosse elettriche ogni volta che fanno i cattivi. A discrezione dei controllori, naturalmente, che girano con delle specie di telecomandi per attivare al volo questi minielettroshock. Servono per correggere i comportamenti, e quindi sarebbero per definizione educativi.
Non si tratta di una divisione di Abu Ghraib né di qualche altro istituto di massima sicurezza. Il Rotenberg Center è una scuola. Per ragazzi difficili, a cui qualcuno ha diagnosticato cose come deficit dell’attenzione, disturbi bipolari. O l’autismo. Il “trattamento Ludovico” prevede, per gli studenti, anche telecamere che li sorvegliano di notte, aree delimitate in cui è concesso parlare con gli altri ragazzi (perché nelle altre situazioni è proibito), e via continuando con le amenità da panopticon. Tra gli aspetti più geniali, il fatto che i ragazzi dovrebbero apprendere da soli, davanti a un computer, i programmi scolastici previsti. Si chiama autoeducazione.
La scarica elettrica – provata e descritta dal giornalista di MotherJones che racconta con molti dettagli tutta la vicenda – è all’incirca come un nugolo di vespe che ti stiano attaccando nello stesso momento. Due lunghi secondi. La si può ricevere anche per aver imprecato.
Qualcuno sta tentando di far chiudere questo lager, che per inciso si trova a pochi chilometri da Boston, nel liberale Massachusetts. Ma non ci sono ancora riusciti. E genitori disperati continuano a mandarci i loro figli complicati perché nessun’altra istituzione educativa è disposta ad accettarli. Senza capire, all’inizio, in che luogo li stanno facendo internare.
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Luglio 13, 2007 di karolla
Ci si risente, per chi c’è, ad agosto… ma con moderazione
ciao
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Luglio 10, 2007 di karolla
Facile come un gioco da ragazzi. Avevano le chiavi, i codici e le combinazioni delle cassette di sicurezza di Bigg City, un centro ricreativo di Colorado Springs (Colorado), forse grazie a una soffiata proveniente dall’interno, da qualche impiegato. Sta di fatto che per i due ladri, probabilmente due fuoriusciti della disneyana Banda Bassotti, era tutto calcolato nei minimi dettagli. O quasi.
In effetti, il tentativo di offuscare una videocamera con una bomboletta spray non è stato del tutto brillante; il liquido è colato più volte dall’occhio elettronico ottenendo l’effetto opposto di ripulire la lente e rendere più nitida l’immagine. In compenso i malviventi hanno ricoperto per benino un allarme antincendio, scambiato evidentemente per un’altra videospia. L’intoppo maggiore è arrivato però quando hanno provato ad aprire i lucchetti: 75 minuti di frustrazione registrata in diretta dalla videocamera tirata a lucido; 75 minuti in cui i due ladri, bardati di nero come due ninja, sono passati freneticamente da cassetta a cassetta, incapaci ad aprirne anche solo una.
Finché è arrivato il colpo di genio: uno dei due è entrato in una stanza e ha usato un computer per cercare la voce “come scassinare un deposito valori” su Google. Dopodiché è tornato all’attacco, questa volta vittorioso. I ladri se ne sono così andati con una playstation, un portatile e del denaro contante per un totale di 12 mila dollari. Oltre che con un’eterna ammirazione e gratitudine per il motore di ricerca di Brin e Page.
(La storia è segnalata da John Battelle)
PS: Sagace come sempre in questi casi, la polizia locale ha spiegato che non si tratta di un lavoro di professionisti. Certo che no. Non sanno che ormai siamo nell’era degli amatori?
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Luglio 4, 2007 di karolla
Avvertenza: la lettura di questo post potrebbe richiedere l’ausilio di strumenti gesti e riti apotropaici.
E’ il social network definitivo. Ultimativo. Ultimate, all’inglese, è anche più appropriato. La destinazione web finale. Nella recente esplosione di siti di socializzaizone di nicchia, nel furioso percorrere la ‘coda lunga’ fino alla sua estremità, ecco infine la rete sociale per i defunti. O meglio, per la loro memoria. Ci hanno pensato quelli di Respectance, che hanno messo in piedi, va riconosciuto, un sito abbastanza sobrio, anche se la sfilata iniziale di lapidi in forma di foto con date di nascita e morte sovrascritte è francamente agghiacciante. Ma potrebbe essere solo questione di gusti…
Di questo sito ciò che mi ha colpito è comunque il sottotitolo “Condividi i tuoi ricordi”: usare un social network per mettere in comune memorie singole e collettive (non necessariamente necrologiche) potrebbe essere un’interessante applicazione futura di questo strumento, che oggi sembra essere schiacciato sul presente e sulla sua urgenza di “fare rete”.
Ma forse anche la teologia potrebbe trarre ispiraizone da Respectance e magari riformulare il Paradiso come un luminoso social network, privo di bachi di maniaci e di pubblicità. Del resto, il soccorso ricevuto da Dante mentre si trovava a brancolare nel mezzo del cammin di sua vita non si è sviluppato attraverso tre donne paradisiache, la Madonna che contatta Lucia che contatta Beatrice…? Avranno usato l’instant messenger?
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Giugno 28, 2007 di karolla
“In questi giorni Washington DC assomiglia alla Silicon Valley del ’98, quando erano tutti intenti a spacciare l’ultima delle novità”. Così viene descritto l’interesse della politica per la comunicazione web da Mother Jones, che dedica uno speciale all’argomento (ormai diventato un tema ricorrente della stampa). Se il modo in cui funzionano la nostra economia e i nostri media è sempre più distribuito su diversi soggetti e diversi livelli, è sempre più open source, perché non dovrebbe accadere lo stesso con il Palazzo?
Mother Jones cerca di rispondere alla domanda intervistando fior di esperti 2.0: da David Weinberger a Jimmy Wales, da Mica Sifry a Howard Dean, da Lawrence Lessig a Phil de Vellis, quest’ultimo divenuto famoso in quanto creatore dello spot pro-Obama “Hillary 1984”.
Ma l’aspetto più interessante dello speciale è probabilmente un altro interrogativo sviscerato da MJ: quanto la blogosfera, ma soprattutto i top blogger, si stanno trasformando, da distruttori dell’ordine mediatico costituito, in nuovi guardiani della legittima conversazione? Con tanto di desuete tattiche di difesa corporativa, come quelle evidenziate dal pezzo Meet the New Bosses?
“I politici corteggiano i grossi blogger. Li invitano a cena, a pranzo” commenta un giornalista citato da MJ che però, è questa è la notizia di tutto lo speciale, preferisce rimanere anonimo per timore delle ritorsioni (anzi, del furore, wrath, alla Steinbeck) dei blogger. Chissà se sarà così anche per l’Italia….
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Giugno 25, 2007 di karolla
L’Economist scopre la politica alla YouTube e ripercorre i passaggi salienti di una campagna elettorale, quella americana, sempre più investita dall’onda d’urto del web. Difficile però giudicare, sottolinea il settimanale britannico, l’influenza effettiva che questa cascata di video, blogging, social networks e conversazioni digitali eserciterà in definitiva sull’elettorato, ovvero se sarà in grado di mobilitare le persone, di spingerle a uscire di casa e a votare per il candidato giusto. La mobilitazione non è una cosa che s’improvvisi, e lo sanno bene quei partiti nati dal nulla che con fatica e scorno si sono lanciati in manifestazioni di piazza.
Parrocchie, sezioni di partito, sindacati sono il mastice capace non solo di accorpare persone e comunità ma soprattutto di trascinarle in un sol blocco là dove devono essere, il seggio elettorale. Il web, sembra di capire dal pezzo dell’Economist, è molto più volatile. Inconsistente. Composto da un’armata brancaleone di giovani perditempo. Chi tiene famiglia e un lavoro (commentano alcuni) non sta certo a seguire l’ultimo spot in stile Sopranos di Hillary, o la parodia della pubblicità Apple pro-Obama.
Forse no. Ed è vero che riversare gli amici su MySpace o gli utenti YouTube di un candidato nel tritacarne della conta elettorale produce esiti incalcolabili. Uno, nessuno o centomila elettori? Impossibile a dirsi. Ma la storia che là, online, ci siano solo dei ragazzetti privi di un reale interesse politico e capaci soltanto di usare il mouse proprio non mi convince. Molti di questi click, a mio avviso, si tradurranno in voti. E le armate brancaleone potrebbero rivelarsi più adatte a vincere delle vecchie compatte falangi.
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Giugno 14, 2007 di karolla
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Giugno 5, 2007 di karolla
Come se già la morbosità di chi si ferma a un incidente fotografando la scena col cellulare non fosse abbastanza, una società olandese specializzata in software wireless, Waleli, sta mettendo a punto un sistema per agevolare l’invio di immagini e video alla polizia da parte dei cittadini. Quale modo migliore di combattere il crimine se non quello di invitare le persone, armate di cellulare, a riprendere individui o attività sospette e a inviarle direttamente a un database della polizia? La quale potrà controllare l’immagine ricevuta, salvarla nel suo archivio ed eventualmente inviarla a sua volta ai Pda o ai telefonini degli agenti. Immagino quanti saranno i falsi positivi, con buona pace della privacy.
L’avvento delle tecnologie digitali ha permesso spesso ai cittadini di giocare un ruolo nella testimonianza di episodi di cronaca. Dagli attentati nella metropolitana di Londra allo smascheramento di alcuni tristi episodi di violenza compiuti dai poliziotti americani. Ma incoraggiare l’uso di massa, ossessivo e sicuritario degli apparecchi digitali per inviare allla polizia non si capisce bene cosa (chi posteggia in divieto di sosta? chi litiga con qualcuno? chi sta partecipando a una manifestazione?) mi sembra una strada destinata a non avere sbocchi. Almeno non per la tutela dei nostri diritti.
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Maggio 31, 2007 di karolla
Finalmente ho trovato un’attività in cui il mio completamente inutile cane (che non è neppure da compagnia, in quanto sono gli umani che devono intrattenerlo e non viceversa) possa rendersi utile.
Pare infatti che Lucky e Flo, due labrador allevati in Irlanda e assoldati dall’industria cinematografica americana per combattere la pirateria, abbiano spopolato in Malesia, convincendo la polizia locale a costituire una unità canina anti-taroccamento.
La coppia di animali in questione è già famosa da qualche tempo, quando era stata presentata come l’ultimo ritrovato degli studios hollywoodiani per arginare la duplicazione abusiva di Dvd. I due labrador sarebbero infatti capaci di scovare dischi pirata (o più probabilmente dischi nascosti, visto che non credo che le copie illegali di per sé puzzino, sebbene sicuramente un giorno la Mpaa proverà a farcelo credere).
Lucky e Flo, fa sapere un funzionario malesiano, hanno stanato più di 1,3 milioni di Dvd e Cd contraffatti, per un valore di 4,43 milioni di dollari, nel corso di pochi mesi.
Se tanto mi dà tanto, e considerando che il mio cane è sputato l’immagine di Lucky e Flo, ho al guinzaglio una miniera d’oro. Potrei provare a proporlo alla polizia malese. Tanto più che, oltre alla metà labrador, la mia amichetta a quattro zampe (sì, è una femmina) è per il cinquanta per cento pastore tedesco. Alla parte investigativa (lo sniffamento dei Dvd) potrebbe unire quella repressiva. Anche il nome del mio cane promette bene: Nanà.
Lucky, Flo e Nanà, ecco a voi il trio che sconfiggerà i pirati. Stasera inizio gli allenamenti.
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Maggio 23, 2007 di karolla
Della caffetteria dell’università di Pittsburgh, dove ho soggiornato per un po’, non ricordo molto, a parte le luci basse; soprattutto non ricordo i menù, dei quali ho un’immagine indistinta di anemiche insalate e fette di formaggio plastificato. Ma sicuramente c’era anche qualche piatto caldo.
Molto più vividi nella mia memoria sono rimasti i distributori automatici: acqua, succhi e soprattutto confezioni di pretzel o simil-pretzel a gogò, all’epoca in cui non stavano ancora per diventare un’arma impropria al servizio dei nemici di Bush. C’erano però delle leggende, tra i transfughi italiani, che da qualche parte, nei meandri di downtown (il centro), si nascondessero delle mirabolanti macchinette capaci di sfornare spaghetti al ragù.
Ora leggo che in Florida alcune scuole superiori – spinte sia dall’emergenza obesità che da quella di contenimento dei costi – avrebbero adottato delle nuove speciali vending machines capaci di distribuire dei veri, o così supposti, pasti e di vigilare in qualche modo sulla scelta degli alunni. Un po’ distributori automatici, un po’ mensa, un po’ nutrizionisti. Le macchine infatti consiglierebbero ai ragazzi, che utilizzano un codice personale per accedere agli alimenti, gli abbinamenti più sani, e permetterebbero nello stesso tempo ai genitori, attraverso la registrazione delle scelte compiute, di tenere sotto controllo la dieta dei figli. Inoltre aiuterebbero a smaltire le lunghe code che si formano alle casse della mensa, dirottando parte dei ragazzi sull’opzione automatica.
Ma gli effetti speciali non finiscono qui: le macchinette funzionerebbero anche da poliziotto scolastico, arginando i fenomeni di bullismo (espressi sotto forma di furto o estorsione del codice, e quindi del pasto, altrui) con delle videocamere che riprendono la faccia del ragazzo intento ad acquistare qualche prelibatezza gastronomica.
Insomma, in un solo dispositivo queste scuole sono riuscite ad amalgamare il peggio della modernità: omologazione e impoverimento culinario, paternalismo ipocrita mediato dalla tecnologia, controllo sociale.
E poi, da quel che mi è parso di capire, non fa neppure gli spaghetti.
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Maggio 18, 2007 di karolla
Oggi scrivo ascoltando “Radio Hillary”: ovvero una decina di simpatiche canzoni in streaming gentilmente offerte dalla candidata democratica alla Casa Bianca sul proprio sito. L’obiettivo è mobilitare gli utenti-elettori affinché votino online il loro brano preferito, o almeno quello che vorrebbero come inno ufficiale della campagna presidenziale della Clinton.
Per creare un po’ di quello che gli americani chiamano hype e i genovesi inveggendeu (perdonate la grafia, me la sono praticamente inventata), Hillary ha pensato bene di pubblicizzare la votazione della canzone attraverso un video in cui fa la spiritosa.
La sensazione risultante alla visione della clip è simile a quella provata durante uno spettacolo teatrale mal recitato: si stringono i denti.
Jeff Jarvis, analista dei nuovi media e di questa campagna elettorale, ha detto di preferire la Clinton pungente e severa. Come dargli torto.
Per chi volesse saperne di più oggi ne ho scritto anche qui.
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