Pianeta a rischio – due ricerche

Le attività umane stanno ridisegnando il Pianeta in modo così radicale da minacciare la sopravvivenza delle generazioni future. L’amara sentenza arriva da una delle ricerche più ampie mai compiute sugli ecosistemi mondiali: il Millennium Ecosystem Assessment (MA), un progetto quadriennale che ha coinvolto 1300 scienziati di 95 Paesi diversi. La loro conclusione è dunque che il 60 per cento dei sistemi ecologici alla base della vita sulla Terra sono sempre più degradati o utilizzati in modo insostenibile.

A questa spiacevola notizia – riportata ieri e oggi un po’ su tutta la stampa mondiale – vanno a sommarsi le ultime rilevazioni sul clima provenienti dalle Hawai. Qui, uno dei più autorevoli laboratori di ricerca – l’americanissimo Climate Monitoring Diagnostics Laboratory, parte del National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) – ha registrato una nuova concentrazione record di anidride carbonica nell’aria: 378 parti per milione. Il problema – fanno notare i ricercatori del laboratorio – è che l’aumento dei livelli di CO2 è andato aumentando ogni singolo anno a partire dal 1958.

Da Da Environment News Service; BBC

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Cataclismi, la mappa delle tragedie annunciate

Più della metà della popolazione mondiale è a rischio di qualche cataclisma naturale. Un rapporto prodotto da ricercatori di diversi enti ed istituti – dalla Columbia University al Norwegian Geotechnical Institute alla Banca Mondiale – disegna la mappa delle tragedie annunciate, un planisfero segnato dagli “hotspots”, i punti caldi che sono esposti alle manifestazioni naturali più violente: terremoti, eruzioni vulcaniche, cicloni, ma anche siccità e alluvioni.

Secondo il report – intitolato Natural Disaster Hotspots: A Global Risk Analysis – sono 3,4 miliardi le persone che vivono in aree critiche, dove cioè la “furia degli elementi” potrebbe abbattersi con esiti significativi. Tra i Paesi più in pericolo, spicca Taiwan, candidata a vincere il triste scettro dell’area con maggior percentuale di popolazione (73 per cento) a rischio di due o tre diversi cataclismi. Ma anche in Bangladesh, Nepal, Repubblica Domenicana, Burundi, Haiti, Malawi, Salvador e Honduras il 90 per cento degli abitanti vivono in zone dove incombono una o due tragedie naturali.

Più in generale – ma il rapporto non fa che registrare un’ovvietà – sono le nazioni più povere del mondo in via di sviluppo ad avere maggiori difficoltà nell’assorbire le conseguenze e gli effetti devastanti di catastrofi ambientali, impantanandosi alla fine in un circolo vizioso di miseria e vulnerabilità. “Con il ciclo dei disastri naturali che si ripete dopo qualche anno – commenta Maxx Dilley, ricercatore dell’Earth Institute e coautore dello studio – i Paesi in via di sviluppo si trovano in un circolo vizioso di distruzione e ricostruzione, senza la capacità di andare avanti e raggiungere uno sviluppo sostenibile. Ci raccomandiamo affinché la comunità internazionale gestisca il rischio di catastrofi come parte integrale di un piano di sviluppo e non solo come un’emergenza umanitaria”.

Fonte: The Earth Institute

L’avanzata delle colture GM in America Latina

In America Latina è ormai in atto da tempo un’invasione di colture e campi geneticamente modificati. Dall’Argentina – ormai avviata a diventare una Repubblica della soia Roundup Ready – al Brasile di Lula con le sue ambiguità e le contaminazioni striscianti sostenute da latifondisti e agribusiness, fino al Paraguay – ufficialmente OGM-free, di fatto sottoposto a una penetrazione massiccia di sementi GM – e al Messico, la culla del mais minacciata dalle infiltrazioni del gigante nord-americano. Uno scenario inquietante, anche per la dipendenza economica e i danni ambientali che provoca, ma a cui si oppongono con forza le organizzazioni contadine e i movimenti sociali.

Un’approfondita analisi di Environment News Service, ripresa in italiano da Consortium-bio.

Mais GM fuori controllo

Hanno venduto il mais GM sbagliato. Per errore. Un errore madornale, considerato che l’hanno fatto per tre anni. Stiamo parlando della società di agrobiotech Syngenta, che ha ammesso di aver venduto erroneamente una varietà di mais geneticamente modificato che non era stata autorizzata dalle autorità federali americane. Una distrazione che è andata avanti dal 2001 al 2004. Ora la multinazionale biotech sostiene che non c’è alcun pericolo per l’uomo e per l’ambiente, perché il mais in questione sarebbe molto simile a un’altea varietà GM autorizzata – quella sì- dagli enti regolatori statunitensi.

Intanto il mais transgenico non autorizzato ha anche viaggiato oltreoceano in numerosi Paesi. Le autorità americane preposte ai controlli in materia – Ministero dell’Agricoltura e Food and Drug Administratrion (FDA) – stanno indagando. Tutti gli altri invece– agricoltori, allevatori, consumatori – devono ancora metabolizzare quei geni non controllati.
E sempre sul fronte OGM: si chiudono con una bocciatura le sperimentazioni avviate dalla Gran Bretagna sulle coltivazioni GM. I test condotti su due tipi di piantagioni di colza – GM e convenzionale – hanno mostrato che l’utilizzo della varietà transgenica – modificata geneticamente per resistere ad erbicidi più potenti provoca gravi danni alla flora e alla fauna circostanti.

Questo è il quarto e ultimo esperimento condotto dal regno Unito per valutare l’impatto delle colture Gm sull’ambiente: gli altri tre avevano riguardato il granturco, la barbabietola e un altro tipo di colza, e si erano risolti con un analogo verdetto di condanna per le ultime due piante. Nel caso del granoturco invece i risultati – apparentemente positivi, nel senso che l’erbicida utilizzato per il mais GM faceva meno danni – erano stati successivamente contestati dagli ambientalisti: il tipo di diserbante utilizzato per la varietà tradizionale era particolarmente aggressivo, tanto da essere sul punto da essere bandito dall’Unione europea.

Fonte: Consortium-bio; Greenplanet

Piccole formiche crescono in un mondo più caldo

Tra gli effetti collaterali del riscaldamento globale potrebbe aggiungersi anche l’invasione di minuscole formiche. Non è lo scenario prospettato da qualche ambientalista fanta-radicale, ma l’ipotesi derivante dai risultati di un’ampia ricerca scientifica condotta dall’University of Oklahoma (USA) e lo Smithsonian Tropical Research Institute (Panama) su centinaia di formicai sparsi per il mondo. Secondo questo studio, infatti, l’aumento delle temperature provocherebbe una riduzione delle dimensione di questi insetti e una loro contemporanea moltiplicazione. “E poiché le specie di formiche più piccole sembrano essere quelle più aggressive – commenta il ricercatore Michael Kaspari – le invasioni da parte di questi insetti – già oggi distruttive – possono moltiplicarsi in un mondo più caldo”.

Dal New Scientist

“L’Europa ripensi le sue politiche sull’acqua”

Alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Acqua (World Water Day – 22 marzo 2005), un gruppo di associazioni e ONG sta chiedendo all’Unione Europea di modificare radicalmente il suo approccio alle risorse idriche e alle emergenze sanitarie nei Paesi in via di sviluppo.
Il consorzio di attivisti, guidato dagli olandesi Corporate Europe Observatory, ritiene che l’Europa debba smettere di pensare ad espandere il settore privato, preoccupandosi piuttosto di sostenere soluzioni efficienti per una gestione pubblica dell’acqua. L’appello – che è stato inviato sotto forma di una lettera al commissario UE per l’aiuto umanitario, Louis Michel – sottolinea anche che “gli aiuti monetari e l’influenza politica europei sono utilizzati per promuovere politiche non funzionanti, le quali si basano sul procurare introiti extra alle aziende europee piuttosto che soddisfare i reali bisogni di sviluppo nei servizi idrici e sanitari” del Sud del mondo.

Lo scorso anno l’UE ha lanciato un programma d’aiuto (Water Facility) da 500 milioni di euro per i Paesi dell’ACP (Africa subsahariana, Caraibi e Pacifico): uno spartiacque nella strategia europea dell’aiuto allo sviluppo. Almeno così l’ha chiamato l’Unione, che si è detta sicura di accelerare in questo modo il raggiungimento degli obiettivi Onu in tema di risorse idriche: vale a dire, il dimezzamento del numero di persone senza accesso all’acqua potabile entro il 2015.

Tuttavia il programma è duramente contestato dal gruppo di ONG in questione, secondo le quali l’ondata di privatizzazioni dello scorso decennio si è rivelata fallimentare. ”Le esperienze concrete nei Paesi emergenti hanno mostrato – dice ancora la lettera inviata al commissario – che le corporation dell’acqua non sono in grado di fornire servizi puliti e accessibili ai poveri.(…) Riteniamo che sia giunto il tempo per un ripensamento del dibattito globale sull’acqua, soffermandoci sulla domanda fondamentale: come migliorare ed espandere la distribuzione pubblica di acqua in tutto il mondo?”. Oggi sono 1,1 miliardi le persone che non hanno accesso all’acqua potabile. E se solo il 5 per cento dell’oro blu è fino ad ora gestito dai privati, ben il 95 per cento di questi ultimi sono aziende (per lo più multinazionali) europee.

Fonte: Allafrica

La lobby europea anti-Kyoto

Un rapporto si aggira per l’Europa. Il suo obiettivo immediato è di dimostrare che la riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei Paesi industrializzati danneggerebbe le nazioni in via di sviluppo. Il suo fine più profondo è quello di contrastare gli accordi internazionali (come Kyoto)che cercano di ridurre il rilascio nell’atmosfera di CO2 e delle altre sostanze responsabili del riscaldamento globale.

Perché anche in Europa, come negli Usa, le industrie legate ai combustibili fossili fanno lobbying, si appoggiano a governi compiacenti o a istituti di ricerca ultra-liberisti. Tra questi l’International Policy Network (IPN), che si trova in Gran Bretagna, e che recentemente ha pubblicato per l’appunto un rapporto sul clima (The impacts of climate change: An appraisal of the future).
La panacea di tutti i mali… compresi i cambiamenti climatici? Il libero mercato, ovviamente. Le riduzioni delle emissioni? Danneggiano il libero commercio e dunque lo sviluppo dei Paesi poveri. Gli scenari ipotizzati dall’Intergovernmental Panel on Climtae Change (IPCC) delle Nazioni Unite? Irrealistici.

Insomma, le argomentazioni anti-Kyoto di questo rapporto non dicono nulla di nuovo. Neppure quando cercano di contrapporre la lotta alla povertà nel Sud del mondo alle politiche che cercano di ridurre l’inquinamento globale (e i suoi catastrofici effetti).
E’ interessante però tenere d’occhio questi gruppi europei pro_CO2 e tutti gli altri nipotini di Lomborg (autore, ricordo, dell’Ambientalista scettico).

Lo fa l’Environmental News Network, segnalando un articolo del Center for International Climtae and Environmental Research di Oslo.
Lo fa (e lo farà) anche questo blog.

Intanto: compila il quetsionario della Banca del Clima e scopri cosa si può fare nel proprio quotidiano per Kyoto.