Se il clima si fa rovente

A qualcuno piace caldo. Mentre non piace Kyoto. Nei giorni scorsi su Mother Jones, una webzine americana di giornalismo investigativo, è apparso uno speciale interamente dedicato al riscaldamento globale e alla lotta che in questi ultimi anni ha visto contrapporsi un fronte sempre più ampio di scienziati, ambientalisti e governi contro una potente lobby “negazionista”, il cui fulcro sono stati gli Usa e la multinazionale Exxon-Mobil.

In gioco c’era non solo l’adesione al protocollo di Kyoto, ma le stesse teorie scientifiche alla base del global warming. E dunque gli articoli della rivista ripercorrono lo scontro degli anni 90 – che ha visto l’industria dei combustibili fossili, radunata nella Global Climate Coalition, arruolare giornalisti americani per screditare i modelli climatici messi a punto dai ricercatori. E poi la potente campagna di lobbying della Exxon, con i suoi finanziamenti a oltre quaranta think tank scientifico-politici.

Oggi, dopo 15 anni in cui il consenso tra scienziati sul contributo umano al riscaldamento globale è cresciuto a dismisura e malgrado l’approvazione di Kyoto, quelle forze negazioniste sono ancora potenti. Vale forse la pena interrogarsi su come ciò sia stato possibile.

Vedi lo speciale di Mother Jones.

E vedi anche questo mio articolo pubblicato ieri sul Manifesto.

Asia, quell’urbanizzazione che produce inquinamento

La rapida urbanizzazione conosciuta in questi anni dalle città dell’Asia orientale sta producendo pericolose forme di inquinamento dell’aria e dell’acqua. Il monito arriva dalla Banca Mondiale che cita a questo proposito due nuovi rapporti sull’ambiente, dove si sottolinea che gli abitanti di alcune aree urbane stanno aumentando più velocemente di quanto non facciano le infrastrutture: ciò significa che un quarto dei residenti di queste zone rimane senza l’accesso ad acqua potabile.

Il comunicato della Banca non ha tuttavia specificato le città interessate. Nell’Asia orientale, più del 39 per cento della popolazione vive in centri urbani. Entro il 2015 – è la stima della Banca –questi ultimi ospiteranno oltre la metà degli abitanti della regione.

Uno dei rapporti citati dalla Banca Mondiale è l’Environment Strategy for the East Asia and the Pacific.
L’altro è Little Green Data Book 2005.

Fonte: Environmental News Network

L’ambientalismo salvato dall’Economist

Le forze di mercato sarebbero le amiche del cuore dell’ambiente… se solo gli ambientalisti imparassero ad amarle. L’apparente ironia di questa frase (voluta?) non è di chi scrive, bensì dell’autorevole Economist, che questa settimana apre con un editoriale dedicato alla nobile missione di “salvare l’ambientalismo”. Ovviamente, da se stesso.

Il settimanale britannico ha deciso infatti di festeggiare l’Earth Day, la giornata della terra – celerata l’altro ieri – con un attacco sfrontato ai verdi di tutto il pianeta. Iniziando con il fianco più vulnerabile – quello dlel’ambientalismo americano, che negli ultimi anni ha attraversato una crisi – arriva addirittura a mettere in discussione quel principio di precauzione che gli europei – non solo quelli ecologisti – si tengono ben stretto. Addirittura – spiega l’editoriale – dietro la stessa applicazione del protocollo di Kyoto (entrato in vigore lo scorso febbraio malgrado la strenua opposizione degli usa e della lobby petrolifera) si celerebbe in realtà una sconfitta dei verdi europei. Questi ultimi non avrebbero colto gli aspetti più promettenti degli accordi internazionali, frenando il commercio spregiudicato di emissioni di carbonio.

Ma l’Economist non si ferma qui: arriva a decantare quegli approcci di mercato basati su un’estensione dei diritti proprietari a discapito degli utilizzi comuni, i cosidetti commons. Il solito discorso che se un bene appartiene a tutti in realtà è come se non fosse di nessuno, e quindi è meglio che qualcuno se ne appropri. La prossima rivoluzione verde – pronostica concludendo il settimanale – sta arrivando, e sarà ispirata ad Adam Smith. Come rivoluzione -pare di poter dire – sembra assai poco originale.

Fonte: Economist

Standard ambientali a rischio Wto – denuncia Friends of the Earth

Le leggi nazionali a protezione di standard ambientali e sociali potrebbero essere messe a rischio da una nuova tornata di negoziazioni del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. I governi di Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone, la Corea e il Messico avrebbero infatti intenzione di utilizzare alcuni dei prossimi tavoli negoziali sul commercio internazionale (in particolare il Negotiating Group on Market Access, previsto a Ginevra dal 25 al 29 aprile) per smantellare le legislazioni nazionali “protezionistiche”, anche quando oggetto della protezione sono la natura e la salute umana.

Almeno è quanto ritiene il gruppo ambientalista Friends of The Earth, che in un apposito comunicato stampa ha compilato una lista delle leggi nel mirino della foga liberalizzatrice del Wto: i settori vanno dalla pesca alla gestione delle foreste, dall’efficienza energetica ai test chimici, dal riciclaggio degli apparecchi elettronici all’industria automobilistica.
Tutte potenziali “barriere al commercio”, insieme alle misure che promuovono lo sviluppo economico locale, alle regole di certificazione ed etichettatura, alle restrizioni sugli investimenti stranieri.

“Il Wto sta finalmente mostrando il suo vero volto – ha commentato un portavoce dell’organizzazione ambientalista – Questo è un attacco pauroso e vergognoso agli standard mondiali di protezione sociale e ambientale. L’inquinamento chimico, il cambiamento climatico, la deforestazione, l’impoverimento delle riserve ittiche, i rifiuti – nessuno di questi temi sembra minimamente importare quando si tratta dei fare affari penetrando in nuovi mercati. Noi, semplicemente e letteralmente, non possiamo permettere che il Wto continui su questa strada. E’ in gioco il nostro futuro”.

Leggi il comunicato stampa di Friends of the Earth.

“Le politiche della Banca Mondiale non fanno bene alle foreste”

La Banca Mondiale minaccia le foreste pluviali. I suoi programmi di gestione di queste risorse naturali mirati a promuovere lo sviluppo sostenibile costituiscono in realtà un pericolo per gli ecosistemi e per le popolazioni che li abitano. La denuncia arriva da otto organizzazioni non governative che nei giorni scorsi hanno presentato, a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) una serie di report assai poco teneri nei confronti dell’Istituto internazionale.

Invece di proteggere le foreste, la Banca Mondiale è dunque accusata di favorire progetti di sviluppo e di utilizzo piuttosto dubbi, senza per altro consultare le comunità indigene interessate. Ad esempio la Ong Global Witness ha criticato aspramente il programma pilota di gestione forestale promosso dalla Banca in Cambogia, perché non avrebbe impedito l’intervento predatorio di varie compagnie private. Da un lato – commenta Simon Taylor, direttore della Ong – la Banca Mondiale parla di sviluppo sostenibile; ma dall’altro favorisce concessioni per la silvicoltura in aree prive di controlli o di meccanismi di trasparenza.

Allo stesso modo l’organizzazione britannica Rainforest Foundation ritiene che l’intervento dell’agenzia internazionale per dare luogo a un’industria della legna nella Repubblica Democratica del Congo sia quanto meno un azzardo. Il bacino dell’ex-Zaire ospita infatti la seconda maggiore foresta pluviale del mondo, ad oggi rimasta relativamente intatta anche a causa dei conflitti che hanno insanguinato la zona. Secondo gli attivisti la Banca non avrebbe preso in considerazione le debolezze dell’attuale governo del Congo, né il fatto che l’utilizzo delle foreste beneficerebbe solo le aziende straniere.

Fonte: Planet Ark

Imbrigliati più della metà dei fiumi principali

Frammentati e irreggimentati dalle dighe, alcune mastodontiche. Lo sono oltre la metà dei principali fiumi della Terra, tra cui alcuni dei corsi d’acqua più ricchi di biodiversità. La mappa degli sbarramenti artificiali è delineata in uno studio della University of Umea (Svezia) e della Nature Conservancy (USA), pubblicato oggi su Science, dove si evidenzia che la corrente di 172 dei 292 fiumi più grossi è regolata da dighe. Di queste ultime ce ne sono 45 mila che superano i 15 metri di altezza e che insieme raccolgono qualcosa come 6500 kilometri cubici di acqua: l’equivalente del 15 per cento della riserva idrica rinnovabile del pianeta.

L’intervento più colossale di questo genere è quello in costruzione sul fiume Yangtze in Cina: quando sarà terminato – nel 2009 – la diga sarà alta 181 metri. Elevato è stato anche il suo costo sociale: il bacino artificiale ha costretto un milione di persone a migrare. Se si considerano invece le diverse aree geografiche, si scopre che l’Europa ha la maggiore proporzione di fiumi che hanno subito l’impatto delle dighe; al contrario, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Papua Nuova Guinea detengono il primato della maggior proporzione di corsi fluviali ancora liberi.

“Gli uomini hanno cambiato drasticamente molti fiumi con sbarramenti e deviazioni per soddisfare i propri bisogni di acqua, energia e trasporto – ha commentato il gruppo di ricerca dell’Umea – Tale sfruttamento è tra gli impatti più drammatici e deliberati che gli uomini hanno avuto sull’ambiente naturale”. Senza dubbio, i risultati dello studio – intitolato “Fragmentation and Flow Regulation of the World’s Large River Systems “ – influenzerà la valutazione su come i futuri cambiamenti climatici e l’uso crescente di acqua trasformeranno gli ecosistemi fluviali in diverse regioni del mondo.

Fonte: Environment News Service

L’elettrodomestico europeo risparmierà energia

La lotta al global warming parte dagli elettrodomestici di tutti i giorni. Ne è convinto il Parlamento europeo che ieri ha approvato nuove regole per produrre apparecchi più efficienti dal punto di vista energetico. Attraverso un accordo su base volontaria con l’industria degli elettrodomestici (produttori di computer, stereo, lavatrici, condizionatori, scaldabagni ecc) l’Europa cerca di rendere meno affamate di energia le future applicazioni. Secondo la Commissione Ue, le nuove regole potrebbero far risparmiare 180 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica entro il 2010: un risultato che aiuterebbe l’Unione a raggiungere gli obiettivi di Kyoto di riduzione dell’inquinamento responsabile del riscaldamento climatico. La direttiva – che verrà applicata nei 25 Stati membri a partire dal 2007 – aiuterà anche i consumatori a risparmiare sulla propria bolletta.

Peccato però che la promozione di una tecnologia più pulita avvenga solo attraverso accordi volontaristici. “E’ il principale difetto della nuova legge – ha commentato Stephen Singer, capo della unità europea del WWF sulle politiche climatiche ed energetiche – Accordi su base volontaria e il rifiuto di un processo di verifica indipendente sulla loro esecuzione sono niente di più che un incentivo per i produttori a realizzare le innovazioni richieste, e fanno male alla protezione del clima”.

Fonte: Planet Ark