Perché Google non si può riposare

Oggi è stata una giornata Google-intensive. Uno di quei giorni in cui gli innumerevoli google-maniac (come la sottoscritta o il mio amico Mastro, vedi il suo post di oggi) si rincorrono cercando di dirsi per primi: “hai visto il nuovo servizio/upgrade di Google?”.

Una specie di La sai l’ultima? in cui l’azienda di Mountain View sperimenta con successo uno degli ultimi mantra del web: il marketing virale, ovvero il buon vecchio passaparola.

Bene, di oggi dunque abbiamo: un aggiornamento di Google Reader, il lettore di feed; e l’apertura del servizio di instant messenger/VoIp Gtalk a chiunque lo desideri, senza che si debba avere un account Gmail.

Ma io vorrei segnalare invece uno speciale del Chicago Tribune di qualche giorno fa, che mi era sfuggito, tutto dedicato all’azienda di Page e Brin. E dove il reporter che ha girovagato per il Googleplex descrive la frenesia necessaria a questo gigante dell’internet per stare al passo con la concorrenza, ma più ancora con se stesso.

Uno dei punti critici è infatti il seguente: il successo di Google è derivato anche dalla sua capacità di focalizzarsi, all’inizio, su una cosa – la ricerca – e farla bene. Ora però le sue attività si sono moltiplicate, mentre altre realtà, più piccole, ripercorrono il suo cammino.
Ad esempio YouTube, osservato speciale di Google. Dice infatti il co-fondatore dell’attuale fenomeno del video online, Steve Chen:

“Google, with its endless new product initiatives, risks being distracted from any one of them, while YouTube is devoted to just one thing”.

Riuscirà Google a rimanere abbastanza devoto?

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Ripulire la Cina e altre bazzecole

Quanto costerà ripulire la Cina?
Inizialmente, intorno ai 135 miliardi di dollari. Circa il 7% della sua produzione. La cifra arriva da un report che cerca di quantificare l’inquinamento del colosso asiatico.

Però attenzione: oltre ad essere, come riconosce lo stesso studio, una cifra sottostimata, si tratta comunque del minimo necessario ad installare le più recenti tecnologie di controllo dell’inquinamento. I danni già fatti non sono inclusi.

L’importante è che la Cina cominci ad accorgersi del problema. E come non potrebbe del resto? visto che il 70% dei suoi fiumi e laghi sono piuttosto degradati (parola di Banca Mondiale).

Pan Yue, vice-minister of China’s State Environmental Protection Administration, has predicted that the “pollution load of China will quadruple by 2020” if nothing is done. Already, some 20% of the population lives in “severely polluted” areas, according to SEPA estimates, and 70% of the country’s rivers and lakes are in grim shape, according to the World Bank.

Interessante questa stima economica dell’ambiente: proprio recentemente un economista ecologo ha stabilito il valore delle foreste di Alaska, Canada e stati nordici intorno ai 250 miliardi di dollari all’anno per i “servizi” resi, come assorbire gas serrra. Il che naturalmente porterebbe a rivedere – ma non è certo un’idea nuova – il concetto di Pil.

Under conventional accounting, governments can spur short-term GDP growth by
axing forests for building materials or pulp. The valuations suggested by
Anielski would show up longer-term risks, ranging from erosion to loss of
habitats.

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Il futuro dei giornali

It seems hopeless. How can the newspaper industry survive the Internet?

Se lo chiede il Time per bocca di Michael Kinsley, rilanciando la ormai vecchia querelle ‘internet ucciderà o meno la stampa’ su siti e blog.
Tra le risposte mi tenta quella di TechDirt: abbandonata la follia di riversare il giornale sul web più o meno così com’era, la strada da seguire è la personalizzazione. Ma anche sconfinare ampiamente nel citizen journalism, attingendo alle risorse dei lettori. Lo ha fatto e lo sta facendo la Bbc.

Come corollario di tutto ciò sta la necessità di sfruttare il mezzo, di arrichire i contenuti con approfondimenti e rimandi. Con link anche (soprattutto) esterni. Diventare una specie di hub, insomma, un crocevia da cui scegliere agevolmente il proprio percorso informativo.

Anche se, per alcuni, questa è ancora fantascienza. Penso agli editori belgi che non vogliono essere indicizzati e linkati da Google News (ne parla qui il mio amico Mastrolonardo).

Altro che personal news!

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Largo agli americani

Dunque gli statunitensi veleggiano verso i 400 milioni, e con il loro tenore di vita dell’always on (che sia la luce, la tv o il SUV sempre accesi) rischiano di trasformarsi presto nel loro peggior nemico.

The danger, experts say, is that the US may simply have postponed the day of reckoning. Major environmental problems remain, and some are getting worse – all of them in one way or another connected to US population growth, which is expected to hit 400 million around midcentury. Some experts put the average American’s “ecological footprint” – the amount of land and water needed to support an individual and absorb his or her waste – at 24 acres.

Per altro l’articolo ricorda, giustamente, l’esistenza di anticorpi nella società a stelle e striscie, e quindi tutte quelle misure prese a livello locale o federale che sono riuscite a mitigare il prezzo dell’iper-sviluppo. E tuttavia queste misure finiranno con l’assomigliare a delle pezze, se non succederà qualcosa nella testa dei cittadini-consumatori.

La fame di spazio e di terra degli americani non sembra infatti conoscere limiti: la stessa generazione dei baby boomers (ma non erano ex-sessantottini?) vuole case e macchine sempre più grandi. I terreni agricoli sono convertiti per altri usi.
L’America è sempre più afflitta da gigantismo.

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Giù la testa… arriva lo spot

Cosa vanno dicendo da tempo i vari guru del marketing e del web? Non ripetono in continuazione che il potere è passato dal marketer al consumatore? Che internet, TiVo, le radio digitali, il video on demand permettono agli spettatori (divenuti utenti, quando non produttori) di decidere quali informazioni e intrattenimento desiderano? e che lo stesso vale per la pubblicità, per cui è inutile cercare di farla ingoiare a forza al pubblico come si faceva una volta? Piuttosto bisogna farla scegliere, quasi desiderare, dall’audience. Inventarsi qualcosa, insomma.

The idea that advertisers need to do more to engage consumers, particularly when using interactive media, certainly aren’t new. But with companies increasingly moving their advertising dollars away from television, perhaps they’re starting to catch on.

Qualcuno però è un po’ duro di comprendonio… Alla Fox, il network di Murdoch, hanno progettato una pubblicità statica. immobile, che dura 30 secondi, per far sì che chi usa l’avanzamento rapido dei videoregistratori rimanga comunque ipnotizzato dall’immagine riprodotta sullo schermo.

L’idea è sempre quella, forzare lo spot negli occhi degli utenti come una torta in faccia. Ma si può sempre girare la testa….

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La Exxon nel mirino della Royal Society

La Exxon è riuscita a far arrabbiare, dopo schiere di ambientalisti e climatologi, anche la pacata Royal Society. L’antica istituzione scientifica britannica ha accusato la multinazionale petrolifera di diffondere informazioni inaccurate e fuorvianti sul cambiamento climatico, oltre che di finanziare abbondantemente una serie di think tank – composti più da professionisti dello spin che da scienziati – dediti ad annacquare il dibattito internazionale sul riscaldamento globale.

There is a “false sense somehow that there is a two-sided debate going on in the scientific community” about the origins of climate change, said Bob Ward, the senior manager for policy communication at the Royal Society.

E chi ha prodotto questa falsa impressione? L’idea secondo la quale non sarebbe del tutto assodato che le attività umane (ovvero le emisisoni di gas serra) contribuiscano sostanziosamente al global warming? Ma la Exxon, ovviamente, visto che nel 2005 ha speso 2,9 milioni di dollari per nutrire le attività pseudo-scientifiche di 39 di questi gruppi.

Di questa attività ‘filantropica’ della multinazionale si sapeva già da tempo. Ma oggi anche la Royal Society ha perso la pazienza.

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Connessi e dipendenti?

When technology brings us to the point where we’re used to sharing our thoughts and feelings instantaneously, it can lead to a new dependence, sometimes to the extent that we need others in order to feel our feelings in the first place.

Sherry Turkle, professoressa di studi sociali di scienza e tecnologia al Mit, analizza la nostra intimità con le reti di social networking e la comunicazione istantanea via messenger o cellulare. Stiamo arrivando al punto in cui, per “sentire” qualcosa, bisogna prima condividerla, metterla in rete, comunicarla immediatamente?

Prendiamo gli adolescenti di oggi, spiega la Turkle: non vivono più l’esperienza di essere soli, di dover contare, quando sono in giro, solo sulle proprie forze: c’è sempre la presenza di un genitore (ma anche dell’amico) via telefonino. Una dipendenza emotiva e intellettuale che si riscontra ormai anche in molti adulti.

Per carità, sono consideraizoni abbastanza scontate, ma mi interessa la preoccupazione della Turkle e le sue ulteriori riflessioni: questa nuova cultura della comunicazione continua, dell’oralità, della condivisione sta forse schiacciando la capacità di riflettere, di macerare le cose, di soffermarsi sulla complessità?

“Siamo connessi globalmente, ma parliamo come paesani”…..

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