Intelligenza o narcisismo delle masse?

Era chiaro che prima o poi sarebbero arrivati, nello tsunami di servizi di social networking che ha travolto il web negli ultimi anni, anche siti come Twitter.com, incentrati sull’idea, anzi sulla domanda seminale: che cosa stai facendo (in questo momento)?

Uno s’iscrive, invita chi vuole e deposita, come su un diario, le tracce ordinarie della sua esistenza, in modo da tenere sempre aggiornata la comunità di amici, conoscenti o anche semplicemente iscritti al servizio. Siamo arrivati dunque alle reti sociali del nulla? Alla pochezza condivisa? Alla vuota glorificazione dell’io digitale?

Può darsi, e certo non mi iscriverò al servizio in questione, sebbene una lettura casuale dei suoi post possa anche regalare qualche suggestione, quanto meno agli storici della vita quotidiana. Ma mi colpisce la filippica di Slate che, in parte traendo spunto da simili servizi, si scaglia contro l’ego-gigantismo indotto dalla diffusione del web. C’è qualcosa nella Rete, scrive l’autore, che tira fuori il mostro egotistico nascosto in noi. Tutte queste persone che fanno siti web su se stessi, che mettono online la loro vita, le loro foto, il loro nome, il loro cane, i loro pensieri insignificanti….

Sarà che pure io ho ceduto alla riprovevole tentazione di mettere su Flickr le foto del mio cane, ma questa tirata contro l’ego delle masse internet mi suona così vecchia che sono andata a ricontrollare la data dell’articolo.

Certo, MySpace e altre vetrine del solipsismo non costituiscono un gran contributo all’umane ‘virtute e canoscenza’, ma per degli adolescenti (quali sono la maggior parte degli utenti di questi servizi) non sono neppure così infamanti. In quanto agli adulti posati, questi possono pur sempre tenersi alla larga da Twitter, MySpace, Flickr e i blog, nessuno mette loro gli spilli negli occhi perché restino a considerare i rantoli altrui.
Mentre rimane davvero prezioso quel desiderio di informarsi, di leggere e commentare le cose degli altri, di dire la propria, che è l’altra faccia del già citato narcisismo.

Poi ci sono anche quelli che, passatemi il genovesismo, sbulaccano… Ma se ne vedono davvero molti anche offline.

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I creazionisti ci provano con gli inglesi

Il creazionismo, pardon, volevo dire l’intelligent design, ha sorvolato l’oceano ed è atterrato nelle scuole inglesi. Sarebbero infatti dozzine, rivela oggi il Guardian, gli istituti britannici che stanno usando materiali d’insegnamento ispirati alla dottrina del progetto intelligente, moderna e appicicaticcia rivisitazione del buon vecchio creazionismo (“Iddio creò il mondo in sei giorni e il settimo si riposò” e via dicendo..).

I creazionisti infatti non si riposano mai, e dopo aver dato vita a un museo dedicato alla loro teoria (?), dottrina (?), agenda politica (?), scegliendo forse un luogo sorprendentemente adatto – appunto un museo – per una fossile visione mitico-politica che loro vorrebbero spacciare per scienza, ora inondano le scuole dell’amico Blair con Dvd e pamphlet dedicati all’intelligent design.

Forse che non si può criticare l’evoluzionismo darwinista? s’indignano loro. E’ ovvio che tutto, e in particolare la scienza per definizione, è soggetto a critiche, correzioni, a volte addirittura rivoluzioni. Ma per farlo occorre seguire non solo un metodo preciso, piaccia o no, ma anche delle regole logiche e di buon senso che i creazionisti sembrano ignorare.

E tuttavia, forse, il punto è proprio questo: sovvertire le regole con cui discutere di scienza – più ancora che determinate teorie scientifiche. Oggi è la teoria dell’evoluzione, domani qualcos’altro. Magari ci diranno che le donne devono tornare a fare la calza perché un essere nato da una costola dell’uomo deve ricoprire solo ruoli subordinati o limitati.

Senza contare che questi materiali pseudoscientifici arrivano dal Discovery Institute di Seattle, il principale (se non unico) centro propulsore dietro l’intelligent design, nato davvero come costola dell’Hudson Institute. Insomma, qui si tratta, al solito, di istituzioni politiche che cercano in tutti i modi d’incunearsi nel dibattito scientifico.
Ma la scienza è da un’altra parte. Gli scienziati sono altrove. Poi è chiaro, anche questi non bisogna trasformarli in sacerdoti. Ma, intanto, evitiamo di scambiare per scientifica la trita riedizione di una Verità (Truth in Science, si chiama uno di questi gruppi) politicizzata….

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Indigeni alla ribalta

I Mapuche in Cile reclamano la loro lingua, il Mapudungun, contro la Microsoft, colpevole di aver commercializzato un Windows nel loro idioma. Ne parla oggi esaurientemente il mio amico Mastro, e quindi non aggiungo altro sulla questione. Vorrei tuttavia segnalare come sia sempre più diffuso e deciso il tentativo, da parte delle popolazioni indigene, di rivendicare (e in molti casi recuperare quasi del tutto) la propria identità.

In Perù, ad esempio, gli abitanti della regione di Ayacucho, un’area pesantemente colpita dai ventennali conflitti armati che hanno insanguinato il Paese, stanno portando avanti una causa duplice: la lotta per non essere trascurati nell’assegnazione di riparazioni e benefici da parte del governo si lega alla possibilità di usare la propria lingua, il Qechua, nei documenti e nei certificati ufficiali.

In Brasile invece gli indios sono improvvisamente aumentati. Non per un boom demografico, bensì per una maggior autoconsapevolezza: sempre più persone reclamano le loro radici indigene.

Infine, una famiglia di Inuit dell’Alaska ha fatto causa al governo americano per non aver ricevuto un compenso adeguato per lo sfruttamento delle loro terre (e delle riserve di petrolio) da parte della BP.

Insomma, ci troviamo di fronte a un crescente attivismo indigeno. Ma è veramente così o è la globalizzazione (con il suo mutamento di prospettiva e di gusto) che ce lo fa apparire come tale? Voglio dire, forse questo attivismo c’è sempre stato ma nessuno se lo filava…

O forse (ipotesi peggiore) è quel nostro (occidentale) mai defunto gusto per l’esotico, oggi riconfezionato e rinvigorito dalle trasmisisoni televisive e dalle agenzie di viaggio, che aiuta gli indigeni a fare notizia?

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Google sfonda quota 500, e fa più paura

Alla fine è successo: ieri Google ha scalato per la prima volta quota 500 dollari per azione, chiudendo a 509,65 e totalizzando una capitalizzazione di mercato di 156 miliardi di dollari. La società di Mountain View, a soli 8 anni di vita, vale più di Intel, HP, Coca–Cola, Chevron o AT&T.

A quanto pare gli investitori stanno salutando la nascita del Google 2.0 e di una formidabile macchina da guerra che usa la denominazione di search engine company come una foglia di fico per coprire la realtà: l’emergere di una media company potentissima.

Nella costruzione di questo mastodonte dell’informazione digitale, l’acquisizione di YouTube, e prima ancora servizi come Blogger, Page Creator e Google News, o ancora la progettazione di Google Print, non sono altro che tasselli di un’unica strategia, anche se forse, nei risultati immediati, non sempre coerente.

Jeffrey Chester, il direttore del Center for Digital Democracy (Washington), parla di “un’ambizione digitale imperiale” che fa paura. Anche i giornali guardano a Mountain View con sempre maggiore diffidenza, sebbene poi siano quasi costretti a venirci a patti. Proprio a novembre Google ha iniziato a sperimentare la vendita di pubblicità per 50 testate, tra cui il New York Times e il Mercury News.

E poi resta la grande vecchia insoluta questione della privacy, del database delle intenzioni, della profilazione degli utenti…

Una sola nota di colore: ad ammonire che Google possa schiacciare la competizione, arrivando addirittura a fissare i prezzi richiesti dagli editori per la pubblicità è… Steve Ballmer, ceo di Microsoft. Detto da lui..

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Dal monopolio del software a quello della beneficienza?

Si deve sentire un perseguitato, Bill Gates. Per anni, a capo della Microsoft, ha dovuto rintuzzare accuse (e cause legali) di essere un monopolista e di abusare della posizione dominante.

E ora accusano di regime di monopolio anche le sue opere benefiche, ovvero quella Bill & Melinda Gates Foundation che con il peso dei suoi 29 miliardi di dollari di patrimonio schiaccierebbe, come dire, i competitors. Un’accusa che in passato era stata rivolta anche a Carnegie e Rockfeller.

I soliti invidiosi? Il fatto è che potenze simili della beneficienza sono in grado, specie in Paesi dove la mano pubblica è piuttosto ritirata, di dettare l’agenda sociale di una società.

Povero Gates, proprio non ci riesce a rendersi simpatico..

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Propaganda awards, ancora clima e neutrality

Chi sono i peggiori spin doctor del 2006? Chi ha contribuito, quest’anno, a inquinare maggiormente l’ambiente informativo globale? Il Center for Media and Democracy lancia i suoi Falsies Awards, presentando le nomination che dovranno essere votate dal pubblico internet.

Tra la lista dei papabili (un triste squarcio sulle collusioni tra giornalismo, politica e pr) vorrei segnalare la propaganda alimentata intorno alla net neutrality (a quanto pare aveva ragione la Sonoma University a rilevare come la neutralità della rete fosse uno degli argomenti più censurati sui media americani).

Ma come si neutralizza la net neutrality? Tanto per cominciare, creando dei sedicenti gruppi di opinione dai nomi evocativi: Hands off the Internet, Consumers for Cable Choice, Frontiers of Freedom, FreedomWorks. A voler limitare la libertà di internet, suggeriscono queste denominazioni, sono quelli che invocano la neutralità della rete. Noi, invece, siamo i paladini della libertà e della scelta dei consumatori.
I termini della questione sono dunque perfettamente capovolti.
Vecchia tattica, d’accordo, ma sempre efficace.

Altra nomination interessante, i think tank (ormai quando leggo questa espressione sento automaticamente puzza di bruciato) pesantemente sovvenzionati dalle corporation, i quali intervengono sui media senza che le loro connessioni vengano esposte. Ad esempio, la stessa Bbc ha spesso intervistato sul clima l’International Policy Network, senza specificare che questo istituto aveva ricevuto generosi finanziamenti dalla Exxon, veterana in tale genere di pratiche.

E se inciampa la Bbc…

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Muoiano i giornali, ma che resusciti l’informazione

Chi ha bisogno dei giornali? Tanto c’è internet. Ci sono una miriade di fornitori di informazioni, immagini, voci, opinioni e, quel che è meglio, pettegolezzi. Ci sono i cittadini che possono immortalare una sparatoria con la loro videocamera o denunciare di pedofilia i propri vicini. Del resto bisognava immaginarlo, quando si parlava di società dell’informazione, che proprio tutta la società sarebbe stata coinvolta. I giornalisti sono probabilmente destinati a seguire la orme degli artigiani di una volta: chiuderanno bottega.

Finalmente un giornale che parla, fuori dai denti, del proprio (incerto) futuro. E dico finalmente perché, pur non condividendone tutte le riflessioni, questo articolo di The Nation ha il merito di uscire dal recinto del politically correct. Dall’autocensura di chi non vuole sembrare difensore del proprio ‘particulare’. E quindi s’interroga, con amarezza, sulla annunciata morte dei giornalisti.

Negli Stati Uniti la stampa sta tosando il proprio personale. Chissà, forse in questo caso i giornalisti, invece di esuberi, scriveranno proprio licenziamenti. E’ uno stillicidio generalizzato, un’anomala onda lunga che sta diventando la norma. Oggi, per esempio, nella città di Filadelfia ci sono la metà dei giornalisti rispetto al 1980.

E il decantato citizen journalism, lascia intendere The Nation, altro non è che il via libera all’approssimazione, alla curiosità, magari anche un po’ morbosa. E un altro modo, per gli editori, di tagliare sui costi.

Difesa pavida della categoria? Schematismi della vecchia sinistra ancorata alla difesa dei posti di lavoro, da un lato, e a una visione della cultura/informazione un po’ patriarcale, dall’altro?

Qui si aprirebbe una discussione immensa, e sicuramente il citizen journalism, inteso come coinvolgimento dei cittadini nella creazione di informazione, è un fenomeno importante e utile. Di sicuro sta entrando nel mainstream, se anche gli editori di Usa Today hanno deciso di sperimentarlo su larga scala.

Forse questo matrimonio s’ha davvero da fare, e la strada è quel connubio tra mestiere e partecipazione, tra professionisti e cittadini auspicato da progetti come The NewAssignment.

Forse il giornalismo si salverà. Ma quello che importa è che si salvi la buona informazione…

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