L’isola che non c’è… più

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Chi ancora pensa di poter un giorno sfuggire dalle follie e le nevrosi della vita occidentale rifugiandosi in un atollo polinesiano, a spaccare cocchi e guardare il tramonto come il concorrente di un reality, forse dovrebbe pensarci due volte.

Certo l’immagine delle isolette incontaminate è ormai irrimediabilmente compromessa a causa di sciagure di vario genere (dagli esperimenti nucleari al turismo di massa), ma in alcuni casi si rischia di trovarsi davanti addirittura a un simulacro di paradiso naturale. A un involucro vuoto. Letteralmente.

Utne ci racconta infatti la storia di Nauru, repubblica indipendente nonché atollo del Pacifico che conta su qualche migliaio di abitanti. Ed è una vicenda davvero esemplare, nel senso di paradigmatica: uno stato-regione che svende per anni il suo habitat – nel suo caso la terra ricca di fosfati, usati per fertilizzare i campi occidentali; una nazione-isola che gradualmente baratta la sua madre terra con un po’ di benessere materiale, per un po’ di rinnovati ninnoli.

Ora che anche i fosfati sono finiti, che il centro dell’isola è un immenso cratere, che sono scomparsi gli uccelli, che è rimasta una vegetazione anemica, e che il clima è cambiato in peggio, il minuscolo Paese versa in una crisi economica nerissima. Quel che è peggio, forse tra qualche anno gli abitanti dovranno trasferirsi da qualche altra parte, su qualche pezzo di terra gentilmente concesso dall’Australia, perdendo così la propria sovranità. Nemmeno più il turismo è una via praticabile, date le condizioni dell’isola, a meno di non volerla riciclare in una sorta di museo a cielo aperto dell’umana incoscienza. Un ecoturismo al contrario, insomma, dove i viaggiatori vengano ad assorbire il memento lasciato dalla pancia sbudellata dell’isola.

“Nauru è quello che succede quando si trattano le risorse naturali come risorse economiche – ha commentato un noto biologo – Non si può vendere il proprio habitat a lungo, eppure è quello che stiamo facendo ovunque”.

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