Politica Usa: continua il flirt coi video

Cosa c’è di più potente di un Ted Kennedy che dagli spalti del Congresso tuona contro i Repubblicani accusandoli di sabotare l’innalzamento di due dollari del minimo salariale, dopo dieci anni di stallo?

Un Ted Kennedy che tuona contro i Repubblicani in un video su YouTube. L’exploit del senatore del Massachusetts (“dove si ferma l’avidità?….Che cosa trovate di così offensivo in uomini e donne che lavorano?”) sembra uscito da un romanzo di Steinbeck, ma la ripresa video lo trasforma in una hit dell’era internet (vedete soprattutto la seconda parte del video).

E’ l’ennesima dimostrazione dell’influenza galoppante del web sulla politica americana, la quale ovviamente non si è tirata indietro e sta cercando, con alterni esiti, di cavalcare la tigre (e su VisionBog stiamo seguendo da vicino la questione).

Non sempre il binomio video e politica affronta tematiche serie, a volte serve solo per far ridere o per esorcizzare l’improbabilità di alcuni personaggi. Tra le recenti clip di successo c’è la battaglia palpebrale tra Nancy Peloso, speaker del Congresso, e Dick Cheney. O ancora, il sonnellino di John McCain, candidato repubblicano alle primarie (quest’ultimo si è già guadagnato il titolo del più bersagliato sul web).

E poi ci sono siti come U4prez.com, che invita tutti i cittadini a correre per la presidenza americana creando una propria campagna online virtuale. Ma questa mi sembra un’operazione pretestuosa, che sfrutta una trasformazione sociale reale (l’impatto del web su politica, partecipazione e trasparenza) per richiamare un po’ d’attenzione.. Un po’ come la nota copertina del Time sul personaggio del 2006.

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Hillary Clinton paladina della privacy

Una nuova carta dei diritti sulla privacy, che assicuri gli interessi dei consumatori, e che dia agli americani la possibilità di sapere cosa accade delle loro informazioni personali, garantendo un livello di controllo senza precedenti su come vengono usati i dati, oggi quasi tutti digitalizzati. Lo aveva annunciato, tempo fa, Hillary Clinton, che intanto è diventata la potenziale candidata presidenziale per i democratici, e dunque quel discorso passato allora quasi inosservato assume nuova luce. Almeno per Wired, che qualche giorno fa ha presentato l’ex-first lady più famosa e chiacchierata (non per colpa sua, per altro) d’America come una paladina dei libertari e dei difensori della riservatezza. O quasi.

“La nostra economia è basata sempre più sui dati. (…) A tutti i livelli, le protezioni della privacy riguardanti i comuni cittadini sono inadeguate, vecchie o addirittura saltate del tutto”.

E ancora:
Oggi la nostra privacy entra in un conflitto ambiguo con le videocamere per la sicurezza, il data mining, gli hacker e i ladri di identità digitale. Siamo preoccupati non solo dell’azione del governo, ma anche della capacità del settore privato, fosse anche il nostro vicino, di abusare delle nostre informazioni personali, o di non proteggerle abbastanza”.

Qualche giorno fa su VisionBlog abbiamo iniziato a seguire le elezioni presidenziali americane e il loro rapporto con l’internet. Se è vero che finora tutti e tre i papabili democratici (Obama, Clinton ed Edwards) si sono dimostrati attenti alle esigenze della nuova comunicazione online, qui Clinton fa un passo ulteriore gettandosi nella mischia delle questioni di sostanza sollevate dall’era digitale: appunto, il diritto alla privacy.

E’ anche vero che la progressiva erosione della riservatezza, combinata con un sistema sanitario spudoratamente privato, può avere effetti dirompenti per una società. E forse anche di qui discende l’interesse della senatrice per un nuovo Privacy Bill of Rights.

Credo che con questa mossa Clinton superi per ora (e forse grazie ‘all’attenzione’ di Wired?) gli altri due concorrenti democratici sul terreno del digitale (inteso non solo come modalità comunicativa ma anche come un mondo di diritti, problemi e istanze).

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Intrappolati in una matrioska di metaversi

Pare proprio che dovremo virtualizzarci o perire. Mai come in questi ultimi giorni siamo stati inondati dalla prospettiva di finire i nostri giorni in un qualche metaverso, ovvero in un mondo virtuale in 3D dove svolgere attività molto simili a quelle della vita reale. Dalla neobattezzata era della partecipazione siamo dunque rapidamente passati all’era dell’avatar, sul cui carrozzone sono saltati perfino gli organizzatori del World Economic Forum di Davos, che per l’occasione hanno anche scoperto le meraviglie del web 2.0 (vedi oggi sul Financial Times di carta).
Forse gli amministratori delegati riuniti in Svizzera sono elettrizzati al pensiero di riuscire a scaricare un giorno le famigerate esternalità negative all’interno di un mondo virtuale.

E mentre ieri anche Ibm annunciava che il lavoratore del futuro dovrà essere sempre più abile a muoversi e a socializzare nei metaversi, e la Bbc prometteva un per altro vago Second Life dei piccoli, oggi TechCrunch tira in ballo anche Google, che nell’universo del business online è ormai come il prezzemolo in cucina. Secondo il blogger e partner di Benchmark Capital Michael Eisenberg, infatti, il più popolare motore di ricerca “sta lavorando per trasformare Google Earth in un mondo virtuale alla Second Life”. Nozione su cui concorda anche un più vecchio articolo di Business 2.0.
A questo punto direi che i tempi sono maturi per costituire le prime associazioni in difesa della vita incarnata. Pro analog life.

 

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Se i polli europei volano in Africa

Eccovi una storia di commercio internazionale. Ma anche di Africa, di pennuti, di diversi pesi e diverse misure. Inizia con la passione europea per i petti di pollo: magri, pratici, economici; nei Paesi dell’Unione se ne consuma in gran quantità. Il fatto è che lasciano anche un gran numero di scarti, parti meno pregiate e desiderate, come le zampe. Che fare di tutti gli avanzi? chicken.jpg

Ce lo spiega Marcello Faraggi in questo documentario (Chicken Madness) per EUx.tv: si congelano e si spediscono in Africa, ad esempio in Camerun, dove vengono venduti nei mercati  – spesso dopo essere stati più volte scongelati e nuovamente congelati – a prezzi inferiori rispetto ai polli dei piccoli allevatori locali. Con effetti disastrosi per l’economia del Paese. “La competizione dei polli d’importazione provenienti dall’Europa ha fatto perdere la principale fonte di reddito al 92 per cento dei piccoli allevatori camerunesi” spiega Bernard Njonga, presidente di ACDIC, una ong africana che si sta battendo contro questa forma di dumping.

Non sorprendentemente, l’invasione dei polli europei è iniziata in Africa dopo il 1994 e la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio, con la conseguente riduzione delle protezioni tariffarie che sostenevano i piccoli agricoltori del Sud (e senza che invece fossero smantellati i corposi sussidi destinati dall’Europa al suo agribusiness).

Ma le vie delle liberalizzazioni non sono mai finite. L’Europa sta infatti negoziando con l’Africa centrale un nuovo accordo, l’Epa (Economic Partnership Agreement), che allo stato attuale toglierebbe a Paesi come il Camerun – che negli ultimi anni ha almeno aumentato le tasse sul pollo congelato – le ultime difese contro simili importazioni.

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Come moltiplicare l’intelligenza collettiva

Dove andare a pescare l’intelligenza collettiva se non in un sito che l’ha già raccolta, anche se per altri scopi? E’ quanto deve aver pensato Roddy Richards, un programmatore di Chicago, nel momento in cui ha deciso di costruire un sito di social networking attingendo alle risorse umane di una comunità già esistente, quella raccolta attorno all’ormai famoso Digg.com.

Uniamoci e realizziamo un sito di relazioni sociali dieci volte migliore di MySpace e di Facebook, dice in sostanza Richards nel progetto provvisoriamente battezzato DuggSpace. Ci sono le competenze – perché Digg attira una discreta fauna di “smanettoni”; c’è il modello partecipativo, composto da votazioni, regole, comportamenti ormai assimilati dai frequentatori del sito; ci sono i numeri – ovvero un serbatoio di 600 mila utenti registrati.

Possibile che dalla combinazione di questi ingredienti non si riesca a produrre, con gli stessi metodi collaborativi, qualcosa di più che una semplice classifica di notizie?

Vedremo come reagirà la comunità spesso polemica e niente affatto monolitica di Digg. E’ chiaro comunque che l’idea di Richards, che ad alcuni può apparire balzana, mette in rilievo un aspetto sempre più importante dei social networks: il fatto che queste aggregazioni online, spesso incollate da interessi o da altre caratteristiche in comune, diventano di per se stesse una risorsa. Una nicchia di intelligenza collettiva. Che può essere utilizzata in modalità e per scopi ulteriori rispetto a quelli iniziali. Magari nemmeno previsti.

 

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Registrati, immortalati e archiviati

“Guarda che ti mando in America!” grideranno un giorno le mamme ai propri figli adolescenti, gelosi della propria privacy, quando vorranno intimorirli. Eh sì, perché verrà il giorno in cui fare un viaggio negli Stati Uniti sarà un po’ come svendere la propria dignità, almeno in termini di diritto alla riservatezza.

Una volta imbarcati in aereo ogni nostra mossa, gesto, espressione facciale e parola verranno infatti registrati e analizzati al computer da un sistema antiterrorismo, progettato, a onor del vero, dall’Unione europea (scrive oggi il Corriere della Sera). Attivo anche quando andremo in bagno, ché, si sa, i gabinetti degli aerei sono lo spazio ideale per assemblare ordigni.

Dopo essere atterrati, invece, sarà bene che il nostro passaporto sia perfettamente in regola, perché se dovessimo essere scambiati per immigrati clandestini il nostro Dna verrebbe prelevato e archiviato dall’Fbi. Per sempre.

Infine, quando gireremo a testa in su per le strade di New York, dovremo sperare che un qualche nostro atteggiamento non venga interpretato, da un cittadino troppo zelante, come un atto criminale, perché il cittadino in questione avrebbe il diritto di fotografarci (o riprenderci con una videocamera) e di mandare direttamente il materiale alla polizia (varie fonti straniere, brillante come al solito il commento di TechDirt).

Ma in fondo si tratta solo di privacy, no? Chi la difende ormai fa la figura del luddista, o di quelli che ancora si aggrappavano al sistema tolemaico mentre scoppiava la rivoluzione copernicana.

Eppure, come dice lo slogan, “tutto gira intorno a te”. E ti fotografa…

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Creazionisti ed evoluzionisti uniti nella lotta…

Dove Darwin ha diviso, il riscaldamento globale ha unito. Tra creazionisti ed evoluzionisti, tra evangelici e scienziati, dopo anni di confronto duro sull’origine del mondo e della vita, è scoppiata la pace. O quanto meno, una tregua. Il ruolo di pacificatore l’ha incarnato, purtroppo, il crescente degrado ambientale che colpisce senza distinzioni di credo. E così ieri, a Washington DC, una conferenza stampa collettiva – che ha messo insieme, in un’insolita foto di gruppo, biologi e leader di organizzazioni evangeliche, professori di Harvard e pastori delle mega-chiese americane – ha invocato un’azione urgente per fermare il mutamento climatico, la distruzione degli habitat naturali e l’estinzione crescente delle specie.

Miracolo? Trionfo della ragione? Mutazione genetica incontrollata? A ciascuno la sua spiegazione.

“Abbiamo un profondo rispetto per la vita sulla terra. Che sia stata creata da Dio o si sia evoluta nel corso di miliardi di anni, la vita esiste, è sacra a tutti noi, ed è messa in pericolo dall’attività umana” ha dichiarato uno scienziato. E se non vi basta: “Non importa se siamo liberali o conservatori, darwinisti o creazionisti: viviamo tutti sotto la stessa atmosfera…”

E così sia. O.. come volevasi dimostrare.

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