Condivisi è meglio di sherati… almeno per ora

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Avevo appena iniziato a guardare il video sul sito di Nova24 (Il Sole 24 Ore) in cui Lele Dainesi ripercorre gli eventi principali che hanno scandito, nell’ultimo anno, l’ascesa, appunto, dei video, quando mi è saltata agli occhi e alle orecchie una parola: sherati. I video, spiega il conduttore, possono essere inviati, commentati, sfogliati e … sherati, dove l’improbabile termine proviene (immagino) dal verbo inglese to share. Ma perché, mi sono chiesta. Non bastava ‘condivisi’?

Capisco che nella magnifica marcia dell’internet, della tecnologia, del web n.0, nella illuminata monarchia che spande i suoi benevoli effetti dal cuore della Silicon Valley, nella frenesia giornalistica di tenere il passo, dedicare un pensiero alla nostra povera lingua, oltre che essere terribilmente di retroguardia, appaia più che altro fuori tema (mi veniva da scrivere off topic…).

Ma forse uno sforzo dovremmo farlo (e mi ci metto anch’io ovviamente, che spesso e non sempre vittoriosamente combatto con la tentazione di ricorrere alla scorciatoia dell’inglese). Forse dovremmo evitare di usare la lingua di Shakespeare (ma, ed è quel che più conta, soprattutto dei computer e dell’economia) quando non strettamente necessario, quando il nostro idioma appare ancora efficace e usarlo non ci fa sembrare dei letterati dell’800 teletrasportati al MacWorld. Evitando soprattutto di inventare vocaboli italiani di derivazione anglo quando i nostri sono lì a disposizione, perfettamente funzionanti.

Condivisione, condividere, condivisi: non sono delle parole bellissime?

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3 thoughts on “Condivisi è meglio di sherati… almeno per ora

  1. Grazie, hai ragione, licenza poetica … è che ne primo video (che ero agitato) le parole cercavano di farsi strada tra i tanti pensieri e i possibili link tra loro.

    Questo conferma la correttezza del tuo post però … anche per deformazione mia familiare e per la mia storia personale ci sono cose che ormai penso non più in ITA e questo da un lato mi piace dall’altro meno …

  2. Lo so, la tentazione è forte, specie per chi è abituato a seguire gran parte dell’informazione (in particolare quella tecnologica) in lingua inglese. Personalmente ho deciso di sforzarmi di ripulire i testi che scrivo di tutte le parole americane che potrei rendere con decenza anche in italiano, sebbene a volte l’espressione straniera venga proprio bene perché funziona anche da sinonimo.
    Il fatto è che difficilmente si può tornare indietro, dopo che certe parole e non altre sono entrate prepotentemente nell’uso. Certo, tutto questo discorso in realtà ne aprirebbe un altro, che ha a che fare col legame tra la vivacità di una lingua e la potenza economico-culturale della società che la esprime… ma oltre non mi spingo anche per non deprimere la sottoscritta e gli eventuali 25 miei lettori…:))
    ciao e grazie del commento!!

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