Nicchia è (più) bello

Sembra proprio che siamo entrati nell’era della nicchia. Almeno per Chris Anderson (l’autore del libro – ormai di culto – The Long Tail), secondo il quale mentre una volta i grandi marchi incorporavano aziende più piccole annullandone di fatto l’identità originaria, oggi la tendenza è completamente opposta. “Quando una grande impresa compra una azienda più piccola, spera che nessuno lo noti”.

Un’osservazione particolarmente pertinente all’economia internet 2.0, fatta di start-up dal forte potere suggestivo e soprattutto dalla solida identità comunitaria: YouTube, Flickr, Delicious sono rimasti tali anche dopo essere stati acquisiti da giganti (che pure hanno un brand ancora scintillante) come Google e Yahoo!.

Ma altre volte dietro un’acquisizione fatta in punta di piedi ci possono essere ragioni molto prosaiche. Anderson fa l’esempio delle scarpe per vegetariani di Converse, realizzate senza usare pelli animali e via dicendo. Un prodotto di un certo successo, che mira a un pubblico attento alle implicazioni ecologiche e animali, forse anche sociali. Ma chi controlla, senza dare nell’occhio, questa impresa così verde e socialmente attenta? Una vecchia conoscenza di attivisti e gruppi di boicottaggio.. nientepopodimeno che Nike.

technorati tags:, ,

Blogged with Flock

Annunci

I fiori del Kenya e la coscienza ecologica inglese

Anche le idee migliori possono centrare il bersaglio sbagliato. Ed in tal caso arrecano danni agli altri e a loro stesse. Come la campagna “Flower Mile” lanciata dal deputato britannico Norman Baker e appoggiata da alcune organizzazioni ambientaliste, tra cui, da quel che ho ricostruito, Friends of the Earth, nonché l’autorevole pensatoio della New Economics Foundation.

L’idea ricalca il modello delle iniziative note come Food Mile, che intendono sensibilizzare i consumatori sul fatto che gli alimenti incorporano un costo di trasporto spesso assurdo e inutile, con relativo dispendio energetico e danno ambientale: insomma, perché acquistare pomodori che arrivano da 1000 e passa km di distanza invece di comprarli dai produttori locali? In Italia e nel mondo esistono ad esempio dei gruppi di acquisto, associazioni di consumatori che si rivolgono ai contadini locali per ordinare collettivamente dei prodotti che perlopiù seguono precisi standard ambientali sociali e biologici (e per trasparenza aggiungo che anch’io faccio parte di uno di questi gruppi: in gergo, Gas…).

Il recente allarme legato agli effetti del riscaldamento globale (e quindi delle emissioni inquinanti) ha contribuito a rendere il tema più appetibile mediaticamente e politicamente: tanto che in Gran Bretagna è nata questa campagna che vuole limitare l’acquisto di fiori da Paesi lontani come il Kenya o l’India. Il discorso di per sé non farebbe una piega; in realtà solleva molte questioni.

Il Kenya, infatti, dove un milione di persone sono impiegate nella floricoltura o nel suo indotto, vede nella campagna una indiretta barriera commerciale. Anche perché, come ha dimostrato uno studio della Cranfield University, i costi energetici di coltivare fiori nelle serre (e dunque in Paesi come Olanda o la stessa Gran Bretagna) superano quelli relativi al trasporto di rose dall’Africa. Insomma, se proprio vogliamo calcolare costi ambientali ed energetici mettiamoceli tutti e non solo quelli che fanno comodo. E’ anche vero che per Andrew Sims, della New Economic Foundation, “ci sono molti fiori in Gran Bretagna che crescono in inverno senza bisogno di serre”. Come dire, usiamo il fiore di stagione.

Il punto centrale di simili questioni è che le politiche ambientali e la riforma del commercio globale dovrebbero essere sempre strettamente collegate. Altrimenti, se il discorso è davvero solo legato alle emissioni di Co2, vogliamo parlare di quante ne emette il Kenya e di quante la Gran Bretagna?

technorati tags:,

Blogged with Flock

"We the media” ma a loro i profitti?

Quelli di KFTY-TV – una piccola stazione televisiva di Santa Rosa, California – hanno deciso che è venuto il tempo della mietitura, della “raccolta (harvesting) di contenuti locali”. Ma anche della potatura, visto che hanno licenziato quasi tutti i giornalisti. In compenso nei prossimi mesi l’emittente californiana chiederà alla comunità – produttori indipendenti di film, studenti, associazioni e simili – di fornire i materiali per la propria programmazione.

Benvenuti nell’ultima declinazione del citizen journalism, del giornalismo partecipativo, dell’informazione data in outsourcing alle masse (crowdsourcing), o quanto meno dei media sociali così come li vorrebbero alcune grandi aziende. Ovvero uno strumento leggiadro ed efficace con cui affrancarsi del peso di reporter professionali e retribuiti, e delegare la ricerca e la scrittura di notizie al lavoro gratuito, o quanto meno freelance, degli utenti. Dopo gli user-generated contents è il turno dell’user-generated work. Un vero affare per gli imprenditori dell’informazione.

Anche Reuters e Yahoo! hanno lanciato un’iniziativa che intende raccogliere foto e video degli utenti, ridistribuendo i contributi migliori (in questo caso pagati sì ma poco) a migliaia di pubblicazioni online, di carta o televisive. Una mossa che provoca l’indignazione di vari osservatori, come Frank Beacham: “Chi pensano di prendere in giro? Stanno sfacciatamente provando a costruire un modello di informazione basato sui contenuti gratuiti degli utenti. Per dei truffatori si tratta di un invito alla frode. Per fotografi ed operatori professionisti è un insulto e un enorme gesto di disprezzo per il loro mestiere”.

Sebbene per ora sia ancora difficile immaginare un giornalismo privo di giornalisti e completamente rimpiazzato dai contributi dei lettori (anche se non lo è affatto pensare che questo mestiere possa diventare ancora più precario), l’ambiguità del crowdsourcing (in tutte le sue applicazioni) necessita di ulteriori analisi e non di ingenui entusiasmi per le meraviglie della intelligenza collettiva e della partecipazione fine a sé stessa.

Lo stesso vale per il citizen journalism, sebbene in questo caso esistano giù alcune esperienze che cercano di unire il meglio della professione e della partecipazione. Come l’ormai noto NewAssignment, il cui blog è però più ottimista sulle possibilità del crowdsouricng.

technorati tags:,

Blogged with Flock

Usa e web: i candidati ci provano con Second Life

edwards3.jpg

Adesso è la volta di Second Life. John Edwards, anche se in via ancora ufficiosa, ha inaugurato una sua sede nel mondo virtuale più chic e chiacchierato di questi mesi. L’inseguimento degli smanettoni non è certo per una questione numerica (quanti voti saranno complessivamente? Meglio i contadini della Bible Belt…), bensì per attingere a un bacino di utenti impegnati attivi e capaci: è il netroot activism.
Funzionerà?
Ne parlo anche su VisionBlog.


technorati tags:, ,

Blogged with Flock

I prestiti irresponsabili del G7

Una centrale nucleare piazzata su una faglia sismica nelle Filippine (Stati Uniti); una diga costruita tra Argentina e Paraguay malgrado i fondati sospetti che le dittature militari stessero mungendo miliardi di dollari dal progetto (Canada); l’esportazione di navi da guerra nell’Indonesia del regime di Suharto (Germania); la vendita di tre turbine idroelettriche per un impianto cui ne bastavano due, e che comunque avrebbe danneggiato ambiente e comunità locali (Italia).

I paesi tra parentesi sono tutti accomunati da due caratteristiche: fanno parte del G7 (gli Stati più industrializzati al mondo: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti) e hanno sostenuto i progetti menzionati, contribuendo all’indebitamento dei Paesi “beneficiari” anche attraverso iniziative a dir poco sconsiderate.

“Se il G7 vuole applicare seriamente i principi di lotta alla corruzione, di trasparenza e di good governance, deve prima di tutto riconoscere le responsabilità e gli errori commessi in passato” ha dichiarato Elena Gerebizza della Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), tra le autrici del rapporto di Eurodad (da cui sono tratti gli esempi iniziali) sugli scheletri nascosti negli armadi del debito internazionale.

Per questo alcuni di questi debiti (contratti anche a causa dell’irresponsabilità e negligenza dei creditori) non dovrebbero essere ripagati. Il modello positivo cui attingere, specifica il rapporto Eurodad, è quello norvegese. Nell’ottobre 2006 il Paese scandinavo ha cancellato un debito di 80 milioni di dollari contratto da cinque Stati (Ecuador, Egitto, Giamaica, Perù e Sierra Leone), poiché ha riconosciuto di essere in parte responsabile dell’origine di quella situazione, dato che in quei Paesi aveva esportato navi non necessarie (le quali invece erano servite a sostenere la traballante industria domestica).

Allora: siamo tutti norvegesi?

technorati tags:, ,

Blogged with Flock

Gli Usa pronti a bombardare gli hacker?

Nel caso di un massiccio cyberattacco riconosciuto come proveniente da una fonte straniera gli Stati Uniti sarebbero pronti a lanciare un cyber-contrattacco; oppure a bombardare (non con Google ma con ordigni esplosivi, ndr) l’origine di quell’assalto informatico. Lo ha dichiarato Mark Hall, del Dipartimento della Difesa americana.

Una vera caduta di stile, e quale aggrapparsi ostinato alla old economy…

O forse un’idea geniale per assemblare nuove e sfuggenti pistole fumanti?

In ogni caso fossi un hacker iraniano starei molto attenta….

technorati tags:

Blogged with Flock

Una storia basata sulle mail?

Da che scienza è scienza gli scienziati si sono scritti molte lettere, che oggi sono manna per gli storici impegnati a ricostruire relazioni, motivazioni, riflessioni e percorsi mentali dei ricercatori più importanti. Una bozza scritta (e mai spedita) di Niesl Bohr ha recentemente illuminato le circostanze di un famoso e misterioso incontro avvenuto nel 1941 fra lo stesso Bohr e Werner Heisenberg (due dei fondatori della meccanica quantistica) nella Danimarca occupata dai nazisti.

Ma di che si nutriranno gli storici del futuro? Useranno come loro fonti le e-mail? Se lo chiede Robert Crease, e l’interrogativo non è retorico né frutto di un novecentesco romanticismo che si compiace di archivi bui polverosi e ingialliti. La questione è quella della durata e della conservazione dei dati digitali: quanto possiamo contare sulla posta elettronica e chi ci assicura che quanto documenta non scomparirà insieme al server che la contiene? Che longevità hanno le informazioni digitali?

“Abbiamo carta del 2000 avanti Cristo – dice uno storico dell’American Institute of Physics – ma non possiamo leggere la prima mail inviata nella storia. Abbiamo i suoi dati e il nastro magnetico, ma il formato è andato perduto”.

Il problema ha ispirato vari progetti di archiviazione dei dati elettronici, il più famoso è l’Internet Archive, mentre in campo scientifico ci sono il Persistent Archives Testbed Project e il Dibner–Sloan History of Recent Science and Technology Project (quest’ultimo incorpora anche informazioni sugli scienziati coinvolti per contestualizzare al meglio i documenti).

I fisici dunque si stanno preoccupando della preservazione dei loro scritti, anche quelli più informali. Mi chiedo cosa faranno gli storici del costume e della società, quelli che spulciano anche le corrispondenze della gente comune: dove andranno a recuperare il materiale necessario per i loro lavori?

Viviamo in un tempo paradossale, in cui da un lato rischiamo di non avere memoria delle nostre comunicazione private, dall’altro di esporre continuamente i nostri dati all’indiscrezione dei contemporanei.

technorati tags:,

Blogged with Flock