"We the media” ma a loro i profitti?

Quelli di KFTY-TV – una piccola stazione televisiva di Santa Rosa, California – hanno deciso che è venuto il tempo della mietitura, della “raccolta (harvesting) di contenuti locali”. Ma anche della potatura, visto che hanno licenziato quasi tutti i giornalisti. In compenso nei prossimi mesi l’emittente californiana chiederà alla comunità – produttori indipendenti di film, studenti, associazioni e simili – di fornire i materiali per la propria programmazione.

Benvenuti nell’ultima declinazione del citizen journalism, del giornalismo partecipativo, dell’informazione data in outsourcing alle masse (crowdsourcing), o quanto meno dei media sociali così come li vorrebbero alcune grandi aziende. Ovvero uno strumento leggiadro ed efficace con cui affrancarsi del peso di reporter professionali e retribuiti, e delegare la ricerca e la scrittura di notizie al lavoro gratuito, o quanto meno freelance, degli utenti. Dopo gli user-generated contents è il turno dell’user-generated work. Un vero affare per gli imprenditori dell’informazione.

Anche Reuters e Yahoo! hanno lanciato un’iniziativa che intende raccogliere foto e video degli utenti, ridistribuendo i contributi migliori (in questo caso pagati sì ma poco) a migliaia di pubblicazioni online, di carta o televisive. Una mossa che provoca l’indignazione di vari osservatori, come Frank Beacham: “Chi pensano di prendere in giro? Stanno sfacciatamente provando a costruire un modello di informazione basato sui contenuti gratuiti degli utenti. Per dei truffatori si tratta di un invito alla frode. Per fotografi ed operatori professionisti è un insulto e un enorme gesto di disprezzo per il loro mestiere”.

Sebbene per ora sia ancora difficile immaginare un giornalismo privo di giornalisti e completamente rimpiazzato dai contributi dei lettori (anche se non lo è affatto pensare che questo mestiere possa diventare ancora più precario), l’ambiguità del crowdsourcing (in tutte le sue applicazioni) necessita di ulteriori analisi e non di ingenui entusiasmi per le meraviglie della intelligenza collettiva e della partecipazione fine a sé stessa.

Lo stesso vale per il citizen journalism, sebbene in questo caso esistano giù alcune esperienze che cercano di unire il meglio della professione e della partecipazione. Come l’ormai noto NewAssignment, il cui blog è però più ottimista sulle possibilità del crowdsouricng.

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