L’armata brancaleone della politica online

L’Economist scopre la politica alla YouTube e ripercorre i passaggi salienti di una campagna elettorale, quella americana, sempre più investita dall’onda d’urto del web. Difficile però giudicare, sottolinea il settimanale britannico, l’influenza effettiva che questa cascata di video, blogging, social networks e conversazioni digitali eserciterà in definitiva sull’elettorato, ovvero se sarà in grado di mobilitare le persone, di spingerle a uscire di casa e a votare per il candidato giusto. La mobilitazione non è una cosa che s’improvvisi, e lo sanno bene quei partiti nati dal nulla che con fatica e scorno si sono lanciati in manifestazioni di piazza.

Parrocchie, sezioni di partito, sindacati sono il mastice capace non solo di accorpare persone e comunità ma soprattutto di trascinarle in un sol blocco là dove devono essere, il seggio elettorale. Il web, sembra di capire dal pezzo dell’Economist, è molto più volatile. Inconsistente. Composto da un’armata brancaleone di giovani perditempo. Chi tiene famiglia e un lavoro (commentano alcuni) non sta certo a seguire l’ultimo spot in stile Sopranos di Hillary, o la parodia della pubblicità Apple pro-Obama.

Forse no. Ed è vero che riversare gli amici su MySpace o gli utenti YouTube di un candidato nel tritacarne della conta elettorale produce esiti incalcolabili. Uno, nessuno o centomila elettori? Impossibile a dirsi. Ma la storia che là, online, ci siano solo dei ragazzetti privi di un reale interesse politico e capaci soltanto di usare il mouse proprio non mi convince. Molti di questi click, a mio avviso, si tradurranno in voti. E le armate brancaleone potrebbero rivelarsi più adatte a vincere delle vecchie compatte falangi.

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3 thoughts on “L’armata brancaleone della politica online

  1. Alla fine il problema è che Internet è rappresentativo solo di una parte della popolazione, in questa fase almeno. E ch, a volte, i media non si rendono conto di questo e fanno la tragica equazione “successo su internet=successo elettorale”. Nel caso delle elezioni 2004 con Howard Dean fu un errorone di calcolo clamoroso, ora la rappresentatività del web è sicuramente cresciuta, ma è chiaro che non è l’unico termometro con cui misurare le intenzioni di voto.

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