Una moratoria sui monitor delle stazioni

Treno Genova-Treviso. Ovvero Genova-Milano, Milano-Mestre, Mestre-Treviso. Insomma, sei ore di viaggio e 4 stazioni ferroviarie.

Ma è nella tratta tra Milano e Mestre che ho percepito qualcosa di strano: una sorta di deja-vu, di ritornello, di mantra postmoderno che mi ha inseguito lungo i binari. Mi ci è voluto qualche secondo per realizzare a cosa era dovuto: le televisioni. O forse dovrei dire i monitor. Si inizia con la stazione di Milano Centrale. Lungo le banchine dei binari, nell’attesa annoiata del proprio treno, degli schermi piatti appesi sul nulla riproducono spot pubblicitari. Parole, frammenti di canzoni. In serie ciclica, come a sgranare un rosario. Sempre gli stessi, non saranno più di dieci. Il loro suono metallico aggiunge un che di spettrale e allucinato, un tocco alla Blade Runner, a una stazione già poco allegra.

Prendo il treno per Mestre, passano i campi e le fermate. A una di queste – forse Brescia – dalle porte aperte filtrano gli stessi suoni, le stesse parole, gli stessi moncherini di canzoni. Nello stesso identico ordine.

Il treno riparte e si arriva infine a Mestre. Mentre aspetto la coincidenza per Treviso ecco di nuovo i monitor, coi medesimi insopportabili spot. E’ impossibile sfuggirgli, dato che stanno a ridosso dei binari; impossibile ignorarli, dato che ripetono ossessivamente le stesse sequenze nonsense, che s’inchiodano nel cervello e restano come un triste presagio sul futuro della nostra società.

E allora anche questo blog, FreddyBlog, ha deciso di lanciare la sua personale richiesta di moratoria: una sospensione di queste pubblicità martellanti, invasive, inutili e alienanti. Già dobbiamo sopportare treni sporchi, coincidenze fortuite, servizi scadenti. Lasciateci almeno in pace quando stiamo sulle banchine.

Insomma, spegnete quei monitor!

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Donne, volete far politica? Andate in Pakistan

La partecipazione delle donne, ha scritto qualche giorno fa il Boston Globe, muove la democrazia. Dopodiché ha deciso di sottoporre ai suoi lettori un ameno seppur socialmente impegnato quiz: sapete dirmi – premetterebbe il buon Mike – quale di questi Paesi ha la percentuale più bassa di donne nei parlamenti nazionali?

tic, tac, tic, tac

Risposte:

A. Tunisia
B. Pakistan
C. Italia
D. Israele

Trovare il Bel Paese tra le opzioni suscita probabilmente un risolino amaro, e di sicuro ci deve essere lo zampino di qualche redattore del Globe che odia i Sopranos e si è visto soffiare la fidanzata dal cuginetto italoamericano.
Malgrado tali premesse, paventando il rischio che l’Italia potesse avere conquistato anche questo primato, mi sono precipitata a vedere i risultati e… sorpresa:
il Paese con meno donne (tra i 4 elencati) in parlamento è Israele (solo il 14 per cento): perfino Afganistan e Iraq hanno delle Camere più rosa.
Rivelato l’inglorioso vincitore, il Boston ci informa che per quanto riguarda invece la Tunisia e il Pakistan le percentuali sono rispettivamente del 23 e del 21.

E l’Italia? mi chiedo rileggendo le poche righe. Niente. Oltre ad averla messa nel test alla fine se la sono pure dimenticata.

Allora sono andata qui, e ho scoperto che lo Stivale si fregia del 17,3% di donne alla Camera e del 13,7% al Senato. Dunque peggio di Tunisia e Pakistan, e più precisamente in 64esima posizione nella classifica mondiale della partecipazione femminile alle assemblee legislative.
Come magra consolazione potremmo ricordare al redattore del Globe che al posto dell’Italia avrebbe potuto mettere tranquillamente il suo Paese: alla Camera dei rappresentanti a stelle e strisce le donne sono il 16 per cento.

E il parlamento mondiale più ricco di gentil sesso? Rwanda. Proprio così.

Obamiani? Clintoniani? Huckabeeti? Fate il test

Malgrado una tempesta mediatica (e precocissima) come forse non si era mai vista, malgrado i siti, i video, i giornali, i tg e gli speciali dedicati alle elezioni americane 2008, ancora non si è capito chi, dei candidati alle primarie democratiche negli Usa, sia più liberal, più moderato, più sinistro, più bianco, più nero, più donna, più testosteronico e, ad interesse esclusivo della classe politica italiana, più riformista.

Per fortuna arriva ora un test del Wall Street Journal, che non solo ci aiuta a capire come si posizionano i vari pretendenti alla Casa Bianca su una serie di temi (dalla politica estera alle questioni di bioetica), ma ci permette di vedere come ci piazziamo noi, singoli utenti, rispetto a questi stessi candidati. Siamo più vicini a Edwards o alla Clinton? Più a destra o a sinistra di Obama?

Naturalmente questa bussola elettorale include anche gli aspiranti presidenti del fronte repubblicano, e se vi sentite dei conservatori compassionevoli o dei liberisti della scuola di Chicago potete confrontare il vostro posizionamento con quello dei vari McCain, Romney e via dicendo.

Per la cronaca io sono finita (diciamo pure che ho sfondato il quadrante) sull’estremità di un angolo. Ma non vi dico quale.

Per fare il test (che significa rispondere velocemente a una serie di domande in inglese) ecco qui la bussola elettorale del Wall Street.

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