Gli schiavi dei biocarburanti

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I biocarburanti, specie quelli di prima generazione (ottenuti cioè da colture alimentari), più che la soluzione all’inquinamento da combustibili fossili e quindi al riscaldamento globale appaiono sempre più chiaramente come la continuazione del business con altri mezzi.

Lo sfruttamento del lavoro umano e delle popolazioni indigene per altro sembra restare immutato nei secoli.

Ne sono un esempio questa bell’inchiesta dello Spiegel (in inglese) sulle coltivazioni di canna da zucchero in Brasile, ormai usate anche per produrre bioetanolo in quantità. Come una volta in queste piantagioni ci lavoravano gli schiavi, tutt’ora lavoratori senza diritti si massacrano in nome del progresso e di una mistificatoria idea di sostenibilità ambientale.

Ma impressiona anche la distruzione della foresta pluviale e di contigue aree palustri che sta avvenendo in Indonesia, dove va forte la produzione di olio di palma, che oltre a essere un ingrediente del junk food viene usato come biodiesel. Anche qui, come mostra questo documentario su Joost,  i costi umani sono sostenuti dagli indigeni.

Nel tentativo di giustificare simili scempi ecologici è stato tirato fuori dal cilindro anche il concetto di ‘terra marginale‘: le piantagioni di biofuel – è la tesi – utilizzeranno terra incolta, inutilizzata, povera e in ultima analisi inutile.
Non vi ricorda forse la vecchia definizione di terra nullius?

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