Internet dipendenza: fuori dal tunnel… mediatico

(Ripubblico qui un mio pezzo uscito sabato scorso sul manifesto, pagine Chips&salsa, dentro il supplemento Alias)

L’originale, per una volta, si trova in Cina. E’ lì – oltre che a Taiwan e in Corea del Sud – che sono nate le prime cliniche per «malati» di internet. Nella Repubblica popolare ci sono 300 milioni di cybernauti e 200 organizzazioni specializzate nel trattamento della web dipendenza. Il problema è che il governo di Pechino, come è spesso accaduto nella sua storia, ha affrontato il fenomeno di petto, lanciando una campagna in grande stile. Col risultato di obbligare oltre 3mila giovani a sottoporsi a terapie d’urto che comprendevano scariche di elettroshock, confinamento in cliniche-caserma e sedute psicologiche più simili all’addestramento di un marine.

Tutto ciò ha sollevato un certo clamore sui media occidentali, e ora la Cina ha cominciato a fare retromarcia: l’elettroshock per trattare la dipendenza da internet è stato messo al bando, e così pure le punizioni corporali. Ma la stampa internazionale intanto ci aveva preso gusto, e da allora il tema «drogati di internet» è rimasto in cima all’hit parade delle notizie. Anche perché negli ultimi mesi è  stato tutto un fiorire di iniziative al riguardo.

Hanno iniziato gli Stati Uniti, dove a settembre ha aperto ReSTART, un centro di recupero per i tossici del web sorto nei boschi a 30 miglia da Seattle, cioè a un passo dal quartier generale di Microsoft: un’area che registra i più alti livelli di utilizzo della Rete del Paese e dove il 45% degli adulti gioca regolarmente coi videogame.

Qui siamo davvero agli antipodi della Cina: il centro – il primo negli Usa a trattare solamente la dipendenza da internet (Internet Addiction Disorder) – è una casetta nel verde, dove per circa 15mila dollari si può trascorrere 45 giorni inseriti in una calda vita famigliare. Oltre alla terapia tradizionale, il paziente (anzi, il cliente, come è definito dagli stessi dirigenti di ReSTART) viene coinvolto in attività estremamente pratiche e analogiche: tagliare la legna, accudire animali, cucinare, fare attività fisica all’aperto.
Da Grand Theft Auto i giovani cyber-dipendenti finiscono così nella Casa nella Prateria.

Poi è stata la volta dell’Italia. All’inizio di novembre ha aperto al Policlinico Gemelli di Roma un ambulatorio per «curare la dipendenza patologica da internet». Anche in questo caso, i media tradizionali ci sono andati a nozze: «boom di cyber-dipendenti», «adolescenti drogati di web», «a Roma si cura la Facebook-dipendenza», ecco «l’amico-dipendenza». Come se in Italia ci fosse un emergenza di sbornia da web quando la penetrazione della banda larga nel nostro Paese arriva a coprire solo il 56 per cento delle abitazioni (dati del Broadband Quality Index). Come se il problema per il futuro dei giovani italiani fosse il rischio di drogarsi di Rete e non piuttosto quello di trovarsi sul versante sbagliato del divario digitale.

Del resto la stessa  struttura ospedaliera si presenta sul suo sito web come «l’ambulatorio per liberare chi è intrappolato nella rete». E distingue 5 sottotipi di dipendenza: cyber-sexual addiction (sesso virtuale e pornografia); cyber-relational addiction (social network); net compulsivo (gioco d’azzardo, shopping e commercio online); information overload (ricerca ossessiva di informazioni); computer addiction (coinvolgimento ossessivo in giochi di ruolo o virtuali). Una classificazione sviluppata già da alcuni ricercatori internazionali, ma che può lasciare interdetti molti utenti della Rete: chi non rientra almeno in un paio di quelle categorie?
Di sicuro in questo caso il nostro Paese sembra ben inserito in una tendenza internazionale. In contemporanea al Policlinico Gemelli anche in Gran Bretagna, nel Somerset, veniva lanciata la prima unità di riabilitazione per dipendenti da videogiochi. Il programma, come nel caso di ReSTART, adotta il metodo dei 12 passi, più tutta una serie di attività pratiche e ricreative. Se infatti nel caso del Gemelli il protocollo d’intervento prevede una serie di incontri e l’inserimento in gruppi di riabilitazione, molti di questi centri usano l’approccio del «bagno di realtà». Un terreno che come sanno molti utenti della Rete può essere molto scivoloso.

«Se la nostra attività online ci gratifica, tenderemo a dedicare a essa una porzione maggiore del nostro tempo vitale», commenta al manifesto Giuseppe Granieri, esperto di culture digitali nonché autore di “Blog Generation”.  «Fin qui è tutto perfettamente naturale, considerando che le attività online non sono meno reali di quelle che compiamo ‘fisicamente’. Poi la reazione individuale è esterna al medium: se sono un individuo fragile e predisposto alla dipendenza, probabilmente finirò con l’avere un rapporto meno sano con lo strumento».
Il dibattito non è ozioso: in gioco c’è la decisione se includere o meno il «disordine da internet dipendenza» (Internet Addiction Disorder) nella prossima edizione del Dsm, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, la bibbia (americana e non solo) delle malattie mentali, prevista per il 2012 ma sulla quale si è già avviato il dibattito.
Per Hilarie Cash, cofondatrice di ReSTART, la strada è l’inclusione: «La prossima versione del DSM avrà una categoria per le dipendenze che non riguardano le sostanze (alcool, farmaci, droghe, etc) – ci scrive via mail – Questo perché ormai è stato stabilito che i comportamenti possono generare dipendenza, come l’ingestione di sostanze. Quali tipi di dipendenze comportamentali saranno incluse dipenderà dalla quantità di evidenza scientifica a disposizione. Personalmente ritengo che ce ne sia abbastanza per includere lo IAD, se non questa volta, la prossima».

Ma non tutti sono d’accordo. Per molti psicologi l’abuso di videogiochi o di internet non sono di per sé una dipendenza, ma il sintomo di altre, più profonde, problematiche, come la depressione o l’ansia.

La vera questione però è proprio la mancanza di ricerca scientifica al riguardo. Sebbene l’espressione «dipendenza da videogiochi» sia apparsa nella letteratura già nel 1983, e malgrado la definizione di IAD risalga al 1995, la scienza non ha progredito molto in questo settore. «Il problema centrale è l’assenza di una letteratura di ricerca su questo tema», ha dichiarato al Time Chrales O’Brien, che attualmente presiede il comitato per la revisione del DSM-V, aggiungendo che molto difficilmente lo IAD verrà inserito nel manuale.
E qualcuno si chiede intanto se ad avere un problema di dipendenza (dalla stessa internet addiction) non siano piuttosto i media. «Vorrei solo che malattie devastanti come la schizofrenia, la depressione grave e i disordini bipolari creassero un tale interesse nei media e nella consapevolezza del pubblico», scrive sul suo blog John Grohol, professore di psichiatria alla Tufts University School of Medicine, Boston. «In 30 anni sono stato contattato 4 o 5 volte dai giornali per discutere di questi seri disturbi; mentre negli ultimi 3 mesi ho ricevuto lo stesso numero di richieste per parlare di dipendenza da internet».
Anche perché non si può dimenticare che cosa è internet veramente. E questo lo sanno anche i medici che dirigono le cliniche riabilitative. E’ il caso di Brian Dudley, direttore del centro di recupero inglese Broadway Lodge: «Il fatto è che non si può semplicemente dire a un ragazzo di 23 anni: Tu non dovrai usare internet mai più!». Già, proprio non si può.

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