Geoengineering: gli apprendisti stregoni del clima

(Ne ho scritto sul manifesto qualche giorno fa)

Apprendisti stregoni
Fino a qualche anno fa era considerato poco più di un gioco intellettuale per scienziati mattacchioni. Ora però il geoengineering – ovvero la manipolazione del clima su larga scala per contrastare gli effetti dell’anidride carbonica e del surriscaldamento globale – è diventata un’ipotesi di studio e lavoro. In alcuni casi si prospetta già come un catalizzatore di investimenti. Soprattutto viene presentata come la soluzione più brillante, estratta a mo’ di coniglio dal cappello dei ricercatori, per rispondere al dilemma del clima senza essere costretti a ridurre alla fonte la produzione di CO2.

A sdoganare il tema ci ha pensato a fine settembre un rapporto della Royal Society – la prestigiosa accademia britannica delle scienze – che pur ribadendo la necessità di ridurre le emissioni di Co2 considerava i progetti di geoengineering una sorta di ultima spiaggia. Lo studio divideva le tecniche di manipolazione del clima in due categorie. La prima include le soluzioni di riduzione delle radiazioni solari. La più nota prevede di sparare anidride solforosa nell’atmosfera, simulando un vulcano in attività per ottenere una riduzione della temperatura. Pare infatti che l’eruzione del Pinatubo avvenuta nel 1991 nelle Filippine abbia provocato l’anno seguente un raffreddamento di mezzo grado centigrado. Ma iniettare anidride solforosa nell’atmosfera potrebbe avere pesanti effetti collaterali, modificando il ciclo idrogeologico del pianeta. Senza contare che non affronterebbe il problema della acidificazione degli oceani, causato dall’eccessiva quantità di CO2.

La seconda tipologia di progetti si concentra sulla CO2 già nell’atmosfera e su come ridurla. Si va dalla riforestazione alla costruzione di impianti per la cattura del carbonio emesso dalle centrali, fino alla fertilizzazione degli oceani, che consiste nell’accrescere artificialmente la quantità di microalghe (che immagazzinano il carbonio) dopo l’immissione di ferro. Materia da apprendisti stregoni, direbbe qualcuno.

Ma intanto il dibattito sul geoengineering è cresciuto. A fine ottobre in un simposio al MIT, l’autorevole Massachusetts Institute of Technology, venivano riprese alcune proposte già avanzate un paio di mesi prima dai ricercatori del britannico Instiution of Mechanical Engineers. Si va dagli alberi artificiali – apparecchi in grado di assorbire la Co2 – all’idea di ricoprire i tetti con superfici riflettenti. In pochi mesi il geoengineering ha fatto tanta strada da essere discusso, a inizio novembre, in una commissione del Congresso Usa. Anche se il suo peso mediatico sembra maggiore dell’interesse suscitato nella comunità di climatologi. Pochi giorni fa un folto gruppo di scienziati indipendenti ha pubblicato un rapporto – The Copenaghen Diagnosis – che fa il punto sullo stato della ricerca scientifica riguardo il cambiamento climatico, ribadendo la necessità di agire quanto prima. Delle tecniche di manipolazione del clima non fa menzione.

«Il geoengineering presenta enormi problemi», ha commentato al «manifesto» Richard Somerville, climatologo tra i firmatari del rapporto e membro in passato dell’Ipcc, il pool Onu di ricercatori sul clima. «Alcuni sono tecnici, a partire dal rischio elevato di effetti collaterali non previsti. Poi ci sono i problemi legali ed etici: chi ha il diritto di intervenire in questo modo in nome dell’umanità? E chi pagherebbe per le conseguenze? Penso che fare ricerca sull’argomento vada bene, ma tentare di realizzare simili progetti sarebbe un tragico errore». Ma anche gli ambientalisti sono preoccupati: «Si tratta della risposta sbagliata», ha dichiarato Kathy Jo Wetter della Ong canadese ETC Group. «L’unico approccio valido è l’immediata, drastica riduzione delle emissioni di Co2».

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