In rete a caccia di intenzioni

Google non ci rende stupidi, anzi. Il motore di ricerca per antonomasia, nel quale, per molti utenti, sembra implodere la stessa internet, amplifica le nostre conoscenze e le nostre potenzialità. Erano le conclusioni di un importante rapporto sul futuro della rete redatto dal Pew Internet & American Life Project lo scorso febbraio, che a sua volta riprendeva una vecchia domanda-provocazione di Nicholas Carr: la Rete – si chiedeva il brillante polemista tecnologico – ci sta forse un po’ rincitrullendo?

Un’ipotesi smentita dagli esperti e dagli internauti intervistati dal Pew che, tra le altre cose, mostravano di nutrire una buona dose di fiducia nei risultati dei search engine e, per trasposizione, nella grande G. Il futuro della ricerca appare radioso, hanno titolato allora alcune webzine.

Ebbene, non è proprio così. Anche perché c’è una sola cosa peggiore del fatto che Google possa renderci stupidi: ed è il rischio che il suo motore non sia abbastanza intelligente. Per la maggior parte degli utenti – come emerso dalla stessa indagine di febbraio – l’accuratezza di un’informazione cercata in rete coincide con il suo elevato ranking, con il fatto cioè di comparire ai primi posti della gerarchia fissata dal motore. Principio apparentemente elementare, tendenzialmente democratico. E funzionale. Anzi, talmente efficace che grazie a quel principio – e agli algoritmi proprietari sottostanti – l’azienda californiana ha accumulato montagne di profitti.

Ma ora qualcosa è cambiato. Lo si è capito bene lo scorso 13 marzo, con il sorpasso di Facebook. Per una settimana negli Stati Uniti il social network ha superato per numero di visite il motore di ricerca. Internet sta entrando in una nuova fase, hanno commentato alcuni osservatori: gli utenti la utilizzano in maniera diversa; non cercano cose ma persone; non seguono la pista delle query ma quella delle relazioni.  La volontà generale, espressa dal ranking, sta perdendo di peso rispetto alle sollecitazioni che arrivano dal proprio clan. Come dire: dallo Stato-nazione si è passati a un nuovo tipo di feudalesimo.
In ogni caso, per la grande G e la sua supremazia tecnologica, si è trattato di un brutto colpo.

Gli addetti ai lavori, però, non si sono stupiti. Di certo non è rimasto sorpreso John Battelle,  tra i maggiori esperti mondiali di Google e del suo modello di business, autore nel 2005 del libro The Search, che all’epoca consacrò l’ascesa irresistibile dell’azienda di Mountain View.
“Certo che Google è molto preoccupata di Facebook. Si è fatta sfuggire la componente sociale nel gioco della ricerca e ora sta cercando di trovare un modo per riconquistare il primo posto”, ha commentato lo studioso di internet al manifesto.

Ma il problema di fondo è che la ricerca come l’abbiamo conosciuta sta mostrando la corda. Per dieci anni il modello Google ha funzionato così: ho una domanda, inserisco una-due parole chiave e ottengo la risposta. Oggi però gli utenti si presentano con richieste e bisogni molto più complicati. Inoltre non vogliono più essere sommersi da una valanga indistinta di risposte di ogni genere, ma desiderano dati strutturati. Un po’ come quando si va su Expedia, il sito per pianificare viaggi e prenotare voli, e in pochi minuti si ottengono le informazioni necessarie. Piattaforme di ricerca verticale, le chiamano.

Più in generale, la ricerca non coincide più solo col search engine. E’ frammentata e sparsa su una miriade di applicazioni. Proprio quei programmini che stanno esplodendo con gli smartphone e i tablet, trainati dall’iPhone e dall’iPad. Molte di queste apps sono un modo per organizzare e veicolare informazione. Che guarda caso è proprio la missione di Google. Se, ad esempio, il modo migliore per trovare un idraulico è scaricare un software per il telefonino che raccoglie i dati localizzati dei vari motori – Yahoo!, Google, Bing – oltre alle recensioni degli utenti sui siti specializzati  e ai commenti degli amici online, chi va più a cercarsi la home della grande G?
Il box di ricerca, piantato al centro di una pagina vuota, porta d’accesso privilegiata alle profondità della rete, “orifizio”, per dirla alla Steve Jobs, del Leviatano, è esploso in mille pezzi.
Mentre l’atto di cercare qualcosa è diventato implicito. C’è sempre meno bisogno di andare su un motore: tutto diventa fonte di una qualche informazione, dal telefonino a Facebook fino alla piattaforma che recensisce ristoranti.
Come ha dichiarato Stefan Weitz, direttore di Bing, il nuovo search engine targato Microsoft: “Non si tratta più di spiattellarti in faccia una serie di documenti che possono avere un PageRank alto; il web sta andando verso un altro modello: molto più dinamico, sociale, in tempo reale, e meno statico”.
Le aspettative sono tante insomma, e non è facile per la ricerca esserne all’altezza. Come districarsi ad esempio di fronte alle ambiguità e alle sfumature? Per Weitz, in tal caso, ci sono due parole d’ordine. La prima è ‘personalizzazione’: ovvero, dove sei e che ore sono mentre stai ponendo una domanda? E anche: che cosa hai chiesto in precedenza? La seconda è ‘grafo sociale’, cioè la rete di relazioni di un utente. E dunque: quali sono gli interessi e le attività del tuo più ristretto gruppo di amici nel momento in cui fai una ricerca? Ed è questo un aspetto cruciale su cui sta riflettendo anche John Battelle, al punto da fargli riformulare daccapo una delle sue idee più famose, il “database delle intenzioni”.

Era il 2003 quando il futuro autore di The Search formulò questo concetto per la prima volta. Ma di che si trattava ? Semplicemente, si riferiva ai “risultati aggregati di ogni ricerca mai immessa, di ogni lista di risultati mai presentata, e di ogni percorso imboccato come conseguenza”. Tutta questa informazione costituiva una sorta di ricettacolo delle intenzioni umane: un enorme archivio di desideri, bisogni, volontà che poteva essere scoperto, tracciato e sfruttato per i più diversi scopi. “Una bestia mai esistita prima nella storia della cultura”, scriveva Battelle. Che in testa aveva soprattutto Google.

Ma ora si è ricreduto: il search engine era solo uno dei campi del database. Altri ne vanno aggiunti. Innanzitutto, il grafo sociale. Che corrisponde alle domande (segnali, le chiama Battelle): “chi sono?” e “chi conosco?”. Un settore immenso trainato dal successo formidabile di Facebook.  Poi c’è l’aggiornamento di stato, ovvero: “costa sto facendo?” e “cosa sta succedendo?”. E qui invece l’innovatore è stato soprattutto Twitter, che ha spalancato le dighe del web in tempo reale, con i suoi flussi di informazioni istantanee. Per le quali la tradizionale regola della rilevanza (quella applicata appunto dai motori di ricerca) non ha più molto senso. Infine, c’è il check-in, che significa effettuare la registrazione, il check di un posto: marcare il territorio insomma. E che corrisponde alla domanda: “dove sono?”. E questo è il campo più recente ma anche quello che potrebbe riservare più sorprese.

Si tratta – come ha commentato Battelle al manifesto, “di un database di intenzioni estremamente più grande, complesso e potente di quello originariamente concepito. E ora la battaglia si concentra sul controllo di ognuno di questi campi”. In mezzo a questo scontro ci sono gli utenti. Che dovrebbero ricordarsi sempre di quel che scriveva Battelle nel 2003 sulla “bestia“: “Ci racconta cose straordinarie su chi siamo e su che cosa vogliamo come cultura. E nello stesso tempo può essere potenzialmente abusata in un modo altrettanto straordinario”.

(Articolo che ho pubblicato su Alias – supplemento al manifesto – del 1 maggio 2010)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...