Se la memoria è 2.0

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Come evitare che biblioteche e archivi finiscano seppelliti da una spessa coltre di polvere analogica mentre il resto del mondo mette il turbo del digitale? Come sfuggire all’estinzione culturale e in che modo rilegittimare queste arche del sapere alla luce delle nuove tecnologie e soprattutto dei nuovi comportamenti?
Se ne è parlato a Genova in un bel convegno intitolato Archivi e biblioteche ai tempi del web 2.0, cui anch’io ho partecipato soprattutto per la parte 2.0. E tra le chicche emerse, oltre all’esistenza di bibliotecari e archivisti molto in gamba e aggiornati sul tema, vorrei segnalare il sito-progetto Moving here.

Il sito intende raccogliere e illustrare i percorsi materiali e simbolici degli immigati in Gran Bretagna negli ultimi due secoli: si può quindi raccontare la propria storia (e alcune di quelle già presenti sono emozionanti), corredarla di immagini, aggiungervi le foto storiche dell’archivio, inviare una e-postcard o tracciare le radici della propria famiglia.

Ho l’impressione che nel campo della memoria e della narrazione storica dal basso ci sarebbe tanto da divertirsi con il 2.0 e dintorni.

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Assalto ai sistemi di reputazione

Quanto sono manipolabili i servizi di raccomandazione e segnalazione online? Jacob Lodwick ha testato la comunità di del.icio.us – il sito in cui salvare e condividere i propri preferiti – con un’anomala lotteria: gli utenti che linkavano al sito di Lodwick avrebbero partecipato a un’estrazione di un premio da 100 dollari. Hanno risposto (e linkato) in 2700.

Dunque quanto ci si può fidare delle masse internet e della loro intelligenza collettiva? Ne sanno qualcosa quelli di Digg.com, il sito di notizie segnalate e votate dagli utenti, in cui arrivare in cima alla classifica significa avere un boom di accessi. Difficile che non faccia gola a scammer, truffatori e a chiunque abbia bisogno di tanti visitatori.

Ma lo stesso problema era già noto da tempo a eBay. Il web partecipativo è basato su vari sistemi di votazione, su graduatorie della reputazione i cui meccanismi non sono inespugnabili. Insieme alla wisdom of crowds, alla sapienza virtuosa delle masse, si sta consolidando il crowd-hacking.

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Come moltiplicare l’intelligenza collettiva

Dove andare a pescare l’intelligenza collettiva se non in un sito che l’ha già raccolta, anche se per altri scopi? E’ quanto deve aver pensato Roddy Richards, un programmatore di Chicago, nel momento in cui ha deciso di costruire un sito di social networking attingendo alle risorse umane di una comunità già esistente, quella raccolta attorno all’ormai famoso Digg.com.

Uniamoci e realizziamo un sito di relazioni sociali dieci volte migliore di MySpace e di Facebook, dice in sostanza Richards nel progetto provvisoriamente battezzato DuggSpace. Ci sono le competenze – perché Digg attira una discreta fauna di “smanettoni”; c’è il modello partecipativo, composto da votazioni, regole, comportamenti ormai assimilati dai frequentatori del sito; ci sono i numeri – ovvero un serbatoio di 600 mila utenti registrati.

Possibile che dalla combinazione di questi ingredienti non si riesca a produrre, con gli stessi metodi collaborativi, qualcosa di più che una semplice classifica di notizie?

Vedremo come reagirà la comunità spesso polemica e niente affatto monolitica di Digg. E’ chiaro comunque che l’idea di Richards, che ad alcuni può apparire balzana, mette in rilievo un aspetto sempre più importante dei social networks: il fatto che queste aggregazioni online, spesso incollate da interessi o da altre caratteristiche in comune, diventano di per se stesse una risorsa. Una nicchia di intelligenza collettiva. Che può essere utilizzata in modalità e per scopi ulteriori rispetto a quelli iniziali. Magari nemmeno previsti.

 

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Sapienza delle masse o dei pochi?

Ancora deve diventare un concetto di massa che la wisdom of crowds (l’intelligenza collettiva scaturita dallo sforzo cooperativo degli utenti internet) è messa in discussione da alcuni servizi web. Siti come PicksPal.com (ne parla oggi il Washington Post) cercano di creare una rete di esperti (in questo caso nel predire risultati sportivi) usando sì le folle internet, ma solo per avere un’ampia base per selezionare i migliori.

Una versione un po’ troppo aristocratica della wisdom of crowds, che anzi la snatura proprio, e giustamente Michael Arrington (TechCrunch) l’ha ribattezzata wisdom of few (intelligenza, o saggezza, dei pochi).

Insomma, il web e la partecipazione degli utenti sarebbero un’ottima risorsa per ‘distillare’ il meglio dei saperi e delle intuizioni dei singoli. Dimenticate l’idea che i piccoli pezzi di informazione e le prospettive individuali, una volta messe insieme, formino un puzzle più completo, annullando i reciproci errori. Tornano in auge le agenzie di reclutamento. Tornano i geni, setacciati come pepite nelle acque fangose del web. O no?

“If you figure out which ones
did the best and get rid of the ones who have no idea, you’d do even better. Distill it down to the people who really know,” Arrington said.

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Una Wikipedia aggiustata dai professori

Tutti conoscono Wikipedia. E molti, giustamente, la amano. Ma anche i più entusiasti sanno che quel modello ha comunque dei limiti e che a volte, su temi scottanti, s’incaglia in discussioni e rifacimenti senza fine, quando non è vittima di mani tendenziose e interessate, che aggiustano censurano ricamano le proprie biografie.

Ora qualcuno sta cercando di creare una nuova Wikipedia, che mantenga il suo inequivocabile punto di forza – la partecipazione delle masse – coniugandolo però con l’autorevolezza delle “vecchie” enciclopedie. La formula magica mette dunque assieme il popolo del web e i famosi e fantomatici esperti, caduti un po’ in disgrazia nell’era dell’intelligenza collettiva, ma ancora difficilmente rimpiazzabili da software e masse collaborative.

Il progetto in questione – Citizendium, per ora ancora a uno stadio larvale – duplicherà le attuali voci di Wikipedia, permettendo a un nuovo esercito di navigatori di editarle, sotto la guida “dolce” di una serie di esperti. Questi ultimi entreranno in scena soprattutto nel caso di controversie, e la loro, sembra di capire, sarà l’ultima parola.

Non so se l’idea avrà successo, e premetto che non amo il rigetto demagogico della cultura e del sapere strutturati e incarnati nell’accademia, ma mi chiedo: forse che gli esperti sono tutti della stessa opinione su temi controversi e per di più ravvicinati nel tempo, come quelli su cui si scannano alcuni wikipediani?

Francamente mi sembrerebbe più sensata una nuova Wikipedia tutta di professori, in cui questi siano costretti a collaborare nella redazione delle varie voci. Ecco una reale innovazione, vero mix di accademia e spirito wikipediano. In Citizendium invece mi pare che i professoroni restino professoroni e, quel che è peggio, gli utenti diventino scolaretti.