A chi (e a che) servono le colture GM?

L’agricoltura geneticamente modificata rimane, per ora, ancora limitata geograficamente. Il 70 per cento dei campi GM sono negli Stati Uniti e in Argentina, riferisce infatti un report di Friends of the Earth rilasciato ieri.

Ma il più grosso limite delle coltivazioni GM è quello relativo alla loro utilità. “Nessuna coltura GM oggi presente sul mercato offre benefici ai consumatori in termini di prezzi o di qualità, né finora queste colture hanno fatto nulla per alleviare la povertà o la fame in Africa o in altre parti del mondo” ha commentato il nigeriano Nnimmo Bassey, di FoE Africa.

Le varietà GM non aumentano le rese – specifica il rapporto intitolato Who Benefits From GE Crops? – né tantomeno migliorano la qualità del cibo: l’unico vantaggio è quello di ridurre il costo del lavoro perché è più facile controllare le erbacce attraverso il potente erbicida glifosato (cui gran parte della soia e mais GM sono resistenti). Un effetto che interessa più che altro le coltivazioni su scala industriale, e che non aiuta certo i contadini poveri.

Come se non bastasse, l’utilizzo ripetuto del glifosato sta creando delle super-erbacce resistenti al prodotto chimico. Scienziati americani hanno scoperto, l’anno scorso, che alcune varietà di piante infestanti dell’Indiana e dell’Ohio sono diventate immuni al glifosato. Diventano dunque sette, negli Usa, le malerbe che hanno sviluppato resistenza al più potente erbicida del mondo.

Ciò nonostante, ampie piantagioni di mais e soia GM sono coltivate negli Stati Uniti, in Argentina e in Uruguay: e comunque gran parte di questa produzione finisce in Nordamerica e in Europa come mangime per animali.

Nel caso stiate mangiando una bistecca… buon appetito.

technorati tags:,

Blogged with Flock

Annunci

Biotech, rivediamo la valutazione del rischio

Dobbiamo ripensare il modo in cui le biotecnologie arrivano sul mercato, poiché siamo ben lontani dal valutare appieno i loro rischi? Per Denise Caruso, pare proprio di sì.

E’ stato lanciato ieri negli Stati Uniti il libro Intervention: Confronting the Real Risks of Genetic Engineering and Life on a Biotech Planet (Hybrid Vigor Press, 2006) secondo il quale saremmo completamente impreparati a vivere in un mondo biotech.

La ragione di fondo è –  almeno secondo l’autrice Denise Caruso, veterana del giornalismo high-tech ed ex-firma del New York Times – che stiamo utilizzando metodi sbagliati e insufficienti per valutare il rischio dell’ingegneria genetica. Un vizio di fondo pericolosissimo che – combinato con gli interessi dell’industria e l’imperizia degli enti regolatori – porta sul mercato potenti prodotti biotech di cui non sono previsti i potenziali effetti collaterali.

Zanzare ingegnerizzate per essere reistenti alla malaria, microbi prodotti per ripulire sostanze inquinanti, pesci (come il salmone) con il gene dell’ormone della crescita sono tutte bombe ecologiche a orologeria dal momento che potrebbero facilmente diventare specie invasive minacciando altre piante, animali, insetti nonché l’equilibrio dell’ecosistema.

I temi tratttati nel libro di Caruso (oserei dire: il libro che avrei sempre voluto scrivere… mi mancano solo venti anni di carriera nel giornalismo tecnologico, cinque anni di New York Times e l’aver fondato un istituto no profit di ricerca sulle intersezioni tra scienza e società; dunque per ora mi limiterò a comprare e a leggere il suo) sono molti, ma questo interrogarsi sulla definizione del rischio è davvero importante: non basta dire che qualcosa è sicuro in base a quanto ne sappiamo, bisogna tenere in conto anche quanto ci è sconosciuto. E non c’è bisogno di essere scienziati per capire che l’ingegneria genetica presenta dei pericoli. Riappropriarsi della percezione del rischio mi sembra un primo passo nel dibattito sulle nuove tecnologie. Specie se in gioco c’è la materia base della vita.

technorati tags:, , , ,

Blogged with Flock

Lasciate stare quelle patate

Patate e biodiversità

Oggi può essere strano pensarlo, quando milioni di persone le conoscono soprattutto nella loro forma a fiammifero, e ben unta, ma al mondo esistono molte varietà di patate, e tutte originano dal Perù. Ovviamente, quindi, anche il vicino Cile è una terra che conosce questi tuberi da millenni, in particolare l’arcipelago di Chiloé, dove la coltivazione della patata è tramandata di generazione in generazione.

Come si fa dunque a produrre nella regione di Los Lagos, la stessa dell’arcipelago, dei semi di patata transgenica? E’ quello che si chiedono gli ambientalisti cileni, che ora vorrebbero far dichiarare le isole OGM-free, riconoscendole al contempo come luogo di nascita della patata insieme a Bolivia e Perù. La paura è che semi geneticamente modificati possano arrivare (per vie più o meno casuali) nel territorio insulare, contaminando le antiche varietà autoctone.

Onta (foolish), colorada (red), guapa (handsome), clavela blanca and azul (white or blue carnation), zapatona (big shoe), noventa días (90 days), cabeza de santo (head of a saint) and cachimba are some of the curious names of the local potato varieties. Some are used for food, while others are used as medicine, with potato-based recipes helping relieve problems related to the liver or gall bladder.

Ci sono così tanti tipi di patate, di forme, di colori, di gusti, dicono gli abitanti del luogo. Non solo il fiammifero fritto…

technorati tags:, ,

Blogged with Flock

India, morire di cotone

Continuano i suicidi dei contadini indiani. Nei campi di Vidarbha, la cintura del cotone nell’India centrale, dal giugno 2005 al 16 luglio di quest’anno se ne sono consumati 660, almeno secondo l’associazione Jan Andolan Samiti. E’ ormai una vera e propria crisi sociale (e agraria), dovuta in larga parte all’indebitamento dei piccoli coltivatori, che dipendono sempre più dalle costose sementi ibride delle multinazionali, da varietà che non possono neppure essere ripiantate (e abbisognano in compenso di tanti fertilizzanti e pesticidi). Sotto accusa in particolare il cotone BT geneticamente modificato della Monsanto (Bt). Ne parla in questo articolo la studiosa-attivista Vandana Shiva.