Mms anti-crimine

Come se già la morbosità di chi si ferma a un incidente fotografando la scena col cellulare non fosse abbastanza, una società olandese specializzata in software wireless, Waleli, sta mettendo a punto un sistema per agevolare l’invio di immagini e video alla polizia da parte dei cittadini. Quale modo migliore di combattere il crimine se non quello di invitare le persone, armate di cellulare, a riprendere individui o attività sospette e a inviarle direttamente a un database della polizia? La quale potrà controllare l’immagine ricevuta, salvarla nel suo archivio ed eventualmente inviarla a sua volta ai Pda o ai telefonini degli agenti. Immagino quanti saranno i falsi positivi, con buona pace della privacy.

L’avvento delle tecnologie digitali ha permesso spesso ai cittadini di giocare un ruolo nella testimonianza di episodi di cronaca. Dagli attentati nella metropolitana di Londra allo smascheramento di alcuni tristi episodi di violenza compiuti dai poliziotti americani. Ma incoraggiare l’uso di massa, ossessivo e sicuritario degli apparecchi digitali per inviare allla polizia non si capisce bene cosa (chi posteggia in divieto di sosta? chi litiga con qualcuno? chi sta partecipando a una manifestazione?) mi sembra una strada destinata a non avere sbocchi. Almeno non per la tutela dei nostri diritti.

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Macchina della verità per i servizi sociali inglesi?

L’antica ossessione di riuscire a leggere nella mente altrui si è incarnata, tecnologicamente parlando, in vari tipi di meccanismi e di macchinari della verità. I film americani ci hanno spesso propinato questa sorta di rituale tecno-poliziesco, che ha inquietanti somiglianze con la sedia elettrica. Peccato che l’efficacia di un simile strumento (lasciando pure da parte le implicazioni etiche) sia sempre stata barcollante.

Ore leggo su Wired e ITWeek che il governo britannico vorrebbe utilizzare una sorta di “rilevatore di bugie” per stanare i parassiti da stato sociale: quelli che cercano di avere benefici anche quando non ne hanno diritto, magari mentendo sul proprio status.

Come applicare tuttavia una simile rilevazione? Attraverso un software che ascolta la telefonata di richiesta di beneficio fatta dal cittadino e individua – immagino attraverso un’analisi delle inflessioni della voce o del respiro – se il richiedente sta dicendo la verità o se invece sta mentendo.

Quindi, la bugia viene identificata attraverso la voce di una persona ascoltata attraverso un telefono e analizzata attraverso un software…. Nel caso in cui il programma ritenga di avere davanti (anzi, dall’altro capo del filo) un mentitore, scatta un’indagine più approfondita sul soggetto, e la richiesta avanzata rimane in attesa.

Mi sembra una soluzione davvero arzigogolata: non sarebbe meglio riempire i call center di parapiscologi? O distribuire i benefici con una lotteria?

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L’irresistibile ascesa del gossip

Una volta c’era il pettegolezzo tra amiche. “Quello? C’è uscita Sonia l’anno scorso, un deficiente”. E generalmente la questione lì finiva, con una delle due donne un po’ delusa e l’altra soddisfatta di aver assolto al proprio compito di informatrice. E’ vero che a volte qualched’una, cadendo nell’insano spirito di competizione femminile, era spinta a provarci da quegli stessi avvertimenti. Ma, nel caso, tanto meglio per il maschio di turno.
D’altro canto la calunnia, come sottospecie del gossip, è un “venticello/un’auretta assai gentile” che come ben sapeva Rossini spira dolcemente diffondendosi in un battibaleno. Ma che dire del pettegolezzo potenziato dagli strumenti di comunicazione di massa?

Don’t Date Him Girl, il sito in cui donne inviperite possono riversare la loro bile (e il cielo solo sa quanta a volte ce ne sia da riversare) sugli ex, svergognandoli pubblicamente e mettendo in piazza le loro malefatte difetti o mancanze, continua la sua marcia verso il successo. Né i tribunali sembrano in grado, finora, di riuscire ad arginarlo.
Ne parlo oggi anche qui.

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Hillary Clinton paladina della privacy

Una nuova carta dei diritti sulla privacy, che assicuri gli interessi dei consumatori, e che dia agli americani la possibilità di sapere cosa accade delle loro informazioni personali, garantendo un livello di controllo senza precedenti su come vengono usati i dati, oggi quasi tutti digitalizzati. Lo aveva annunciato, tempo fa, Hillary Clinton, che intanto è diventata la potenziale candidata presidenziale per i democratici, e dunque quel discorso passato allora quasi inosservato assume nuova luce. Almeno per Wired, che qualche giorno fa ha presentato l’ex-first lady più famosa e chiacchierata (non per colpa sua, per altro) d’America come una paladina dei libertari e dei difensori della riservatezza. O quasi.

“La nostra economia è basata sempre più sui dati. (…) A tutti i livelli, le protezioni della privacy riguardanti i comuni cittadini sono inadeguate, vecchie o addirittura saltate del tutto”.

E ancora:
Oggi la nostra privacy entra in un conflitto ambiguo con le videocamere per la sicurezza, il data mining, gli hacker e i ladri di identità digitale. Siamo preoccupati non solo dell’azione del governo, ma anche della capacità del settore privato, fosse anche il nostro vicino, di abusare delle nostre informazioni personali, o di non proteggerle abbastanza”.

Qualche giorno fa su VisionBlog abbiamo iniziato a seguire le elezioni presidenziali americane e il loro rapporto con l’internet. Se è vero che finora tutti e tre i papabili democratici (Obama, Clinton ed Edwards) si sono dimostrati attenti alle esigenze della nuova comunicazione online, qui Clinton fa un passo ulteriore gettandosi nella mischia delle questioni di sostanza sollevate dall’era digitale: appunto, il diritto alla privacy.

E’ anche vero che la progressiva erosione della riservatezza, combinata con un sistema sanitario spudoratamente privato, può avere effetti dirompenti per una società. E forse anche di qui discende l’interesse della senatrice per un nuovo Privacy Bill of Rights.

Credo che con questa mossa Clinton superi per ora (e forse grazie ‘all’attenzione’ di Wired?) gli altri due concorrenti democratici sul terreno del digitale (inteso non solo come modalità comunicativa ma anche come un mondo di diritti, problemi e istanze).

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Registrati, immortalati e archiviati

“Guarda che ti mando in America!” grideranno un giorno le mamme ai propri figli adolescenti, gelosi della propria privacy, quando vorranno intimorirli. Eh sì, perché verrà il giorno in cui fare un viaggio negli Stati Uniti sarà un po’ come svendere la propria dignità, almeno in termini di diritto alla riservatezza.

Una volta imbarcati in aereo ogni nostra mossa, gesto, espressione facciale e parola verranno infatti registrati e analizzati al computer da un sistema antiterrorismo, progettato, a onor del vero, dall’Unione europea (scrive oggi il Corriere della Sera). Attivo anche quando andremo in bagno, ché, si sa, i gabinetti degli aerei sono lo spazio ideale per assemblare ordigni.

Dopo essere atterrati, invece, sarà bene che il nostro passaporto sia perfettamente in regola, perché se dovessimo essere scambiati per immigrati clandestini il nostro Dna verrebbe prelevato e archiviato dall’Fbi. Per sempre.

Infine, quando gireremo a testa in su per le strade di New York, dovremo sperare che un qualche nostro atteggiamento non venga interpretato, da un cittadino troppo zelante, come un atto criminale, perché il cittadino in questione avrebbe il diritto di fotografarci (o riprenderci con una videocamera) e di mandare direttamente il materiale alla polizia (varie fonti straniere, brillante come al solito il commento di TechDirt).

Ma in fondo si tratta solo di privacy, no? Chi la difende ormai fa la figura del luddista, o di quelli che ancora si aggrappavano al sistema tolemaico mentre scoppiava la rivoluzione copernicana.

Eppure, come dice lo slogan, “tutto gira intorno a te”. E ti fotografa…

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Se i nostri dati saranno in balia dei database

C’è una vecchia canzone dei Violent Femmes che a un certo punto dice, con voce minacciosa: “I hope you know this will go down on your permanent record“. Bene, questa consapevolezza è ormai essenziale nell’era digitale, quando su Google rimangono a lungo tracce della nostra identità che non sempre vorremmo ricordare. Da questo punto di vista, la security (o meglio ancora, la privacy) by oscurity appartiene al passato.

Ma la perdita del controllo sulle informazioni che ci riguardano è ancora più grave nel caso in cui coinvolga episodi o disavventure avute con la giustizia – e del tutto saldate – che invece, una volta riemerse, potrebbero farci perdere un’occasione di lavoro o un appartamento.

Ne parla questo articolo del New York Times, che tratteggia l’inquietante compravendita di dati personali della società americana. Succede pertanto che gli archivi dei tribunali siano digitalizzati e venduti ai database commerciali, i quali però spesso non si aggiornano, dimenticandosi di cancellare persone e episodi che avrebbero diritto (e sottolineo diritto), per il lasso di tempo trascorso o per la minore gravità delle offese, di cadere nel dimenticatoio. E soprattutto di non essere accessibili a datori di lavoro o padroni di casa.

La questione di fondo, ripresa ieri da TechDirt, è dunque: di chi sono i dati? E come fare per avere un controllo su quelli che ci riguardano? Una bella patata bollente dell’era digitale prossima ventura….

“In an electronic age, people should understand that once they have been convicted or arrested that will never go away.”

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Gli ultimi giorni del Condor

Proprio mentre Google lavora per la messa a punto, tra qualche anno, di una sorta di truth detector contro le bugie e le affermazioni infondate dei politici, ovvero di un software capace di controllare subito la veridicità (o forse dovremmo dire la verosimiglianza?) delle promesse elettorali – che sono un po’ come quelle da marinaio – ecco che viene annunciato un altro software a sfondo politico, messo a punto dalle università americane e dall’Homeland Security Department.

Si tratterebbe, in questo secondo caso, di un programma capace di setacciare tutte la stampa e le pubblicazioni estere, individuando critiche e sentimenti ostili nei confronti degli Stati Uniti. A parte il fatto che non deve essere facile insegnare a un software la capacità di distinguere e gerarchizzare opinioni politiche (come farà a individuare il sarcasmo?), quello che trovo aberrante è l’approccio da guerra fredda, e con l’aggravante dell’approssimazione, che sottende un simile progetto.

E infatti la stampa estera e le varie Cassandre fissate con privacy e libertà d’espressione sono piuttosto perplesse. Ma il governo americano (o la Cia o chi per essi) non hanno più soldi per pagarsi dei consulenti in carne e ossa? Oh, beati i tempi dei Joe Turner (Robert Redford) dei Tre giorni del condor…