I cani antipirateria convincono i malesi

Finalmente ho trovato un’attività in cui il mio completamente inutile cane (che non è neppure da compagnia, in quanto sono gli umani che devono intrattenerlo e non viceversa) possa rendersi utile.

Pare infatti che Lucky e Flo, due labrador allevati in Irlanda e assoldati dall’industria cinematografica americana per combattere la pirateria, abbiano spopolato in Malesia, convincendo la polizia locale a costituire una unità canina anti-taroccamento.

La coppia di animali in questione è già famosa da qualche tempo, quando era stata presentata come l’ultimo ritrovato degli studios hollywoodiani per arginare la duplicazione abusiva di Dvd. I due labrador sarebbero infatti capaci di scovare dischi pirata (o più probabilmente dischi nascosti, visto che non credo che le copie illegali di per sé puzzino, sebbene sicuramente un giorno la Mpaa proverà a farcelo credere).

Lucky e Flo, fa sapere un funzionario malesiano, hanno stanato più di 1,3 milioni di Dvd e Cd contraffatti, per un valore di 4,43 milioni di dollari, nel corso di pochi mesi.

Se tanto mi dà tanto, e considerando che il mio cane è sputato l’immagine di Lucky e Flo, ho al guinzaglio una miniera d’oro. Potrei provare a proporlo alla polizia malese. Tanto più che, oltre alla metà labrador, la mia amichetta a quattro zampe (sì, è una femmina) è per il cinquanta per cento pastore tedesco. Alla parte investigativa (lo sniffamento dei Dvd) potrebbe unire quella repressiva. Anche il nome del mio cane promette bene: Nanà.

Lucky, Flo e Nanà, ecco a voi il trio che sconfiggerà i pirati. Stasera inizio gli allenamenti.

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La multinazionale più odiata è…

La vincitrice di un curioso campionato, quello organizzato da The Consumerist, per decretare la multinazionale più odiata dai consumatori è…la Riaa.
Più della Halliburton (arrivata seconda), più di Wal-Mart (piazzatasi terza), più della Exxon (solo quarta), la Recording Industry Association of America, ovvero l’associazione commerciale che rappresenta le case discografiche statunitensi, raccoglie l’odio cordiale di circa 100 mila votanti.

Ci è voluto qualche anno di intensa attività, cause legali indirizzate a dodicenni e madri squattrinate, “pubblicità progresso” terrorizzanti, ma alla fine ci è riuscita. Non male come risultato di pr.

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Uno stop alla Monsanto e ai brevetti sulle piante

La brevettazione di piante da oggi è un po’ più difficile. E questo per uno schiaffo dato alla Monsanto dall’ufficio americano dei marchi e brevetti che ha respinto una patent chiave del suo portfoglio Roundup Ready.

Si tratta dell’esito dell’azione promossa dal gruppo no profit Public Patent Foundation (PPF) che ha chiesto all’ufficio americano di rivedere quattro brevetti (a protezione dei tratti genetici che rendono il cotone e la soia immuni al glifosato, potente erbicida prodotto dalla Monsanto col nome di Roundup) che a suo avviso erano stati concessi senza una valida motivazione. “Pensiamo che ci siano diversi problemi – ha dichiarato il direttore della PPF, Dan Ravicher – Il primo è che i brevetti in questione non meritano di esistere perché la Monsanto non ha prodotto qualcosa di nuovo o di non ovvio”. E poi, accusano quelli della fondazione, perché la multinazionale dell’agribusiness utilizza queste patents per “portare i contadini alla bancarotta”.

Ma l’obiettivo centrale è ripristinare la nozione che i viventi (e quindi anche le piante) non possano essere brevettati. Una strada, per gli oppositori dell’agricoltura GM, ancora tutta in salita. “La stessa possibilità per un’azienda di ottenere un brevetto di utilità su una pianta è una nozione nuova e controversa” ha dichiarato Bill Frese, del Center for Food Safety, un istituto pro-biologico. Questo perché una pianta, anche se modificata geneticamente, non dovrebbe essere considerata un’invenzione.

Gli interventi umani sulla natura ci sono sempre stati, ma l’assimilazione della natura a un prodotto tecnologico è un elemento nuovo e dirompente, le cui pericolose derive pratiche e filosofiche sono state ancora poco soppesate.

Ovviamente la Monsanto potrà appellarsi contro la decisione oppure “patteggiarla”…

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Non c’è un legame tra brevetti e innovazione

Non c’è alcuna relazione statistica tra brevetti e profitti, tra il numero di patents accumulate da un’azienda e la sua capacità di innovare. Anzi, spesso le cose più innovative non sono brevettate.
Considerazioni che emergono dalla lettura dello studio sui budget in ricerca e sviluppo stanziati dalle maggiori corporation globali. Ne parlano sia TechDirt che Against Monopoly, un blog a più voci schierato, come s’intuisce dal nome, su posizioni ostili alla proprietà intellettuale.
Insomma, sembra azzopparsi il cavallo di battaglia dei più rigidi difensori dell’IP: che i brevetti servano a rendere un’azienda più innovativa. E allora a che servono, e perché darsi tanta pena? Non saranno mica usati per frenare la creatività dei concorrenti?

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La maca non è per pirati

Non sembrano intenzionati a compromessi, i contadini quechua del Perù. Non questa volta, non per la maca. Il tubero che regala energia e resistenza tanto all’escursionista quanto al latin lover è cosa loro. Loro che per primi ne hanno scoperto le proprietà, che la coltivano, che ne spremono le radici per ottenere una bevanda rinvigorente. Dono della natura, ai Quechua e al mondo.

Per questo il fatto che nel 2001 una azienda del New Jersey – la PureWorld –  ne abbia brevettato un estratto, sulla cui commercializzazione detiene l’esclusiva, li ha fatti infuriare. Casi di biopirateria – di appropriazione di piante medicinali usate da comunità indigene da parte di aziende che ne brevettano l’estrazione, spesso semplicissima, delle proprietà – sono ormai frequenti, ma il ‘furto’ della maca era troppo. Ecco perché i Quechua si stanno preparando a fronteggiare l’azienda detentrice del brevetto in tribunale, cercando di dimostrare che quella patent sulla radice peruviana non copre nulla di nuovo e di innovativo, e che in Perù esiste documentazione dell’uso della stessa (prior art, la chiamano in America).

Quelli di PureWorld (oggi parte di Naturex) stanno cercando ora un compromesso, riconoscendo non solo le conoscenze pregresse degli indigeni, ma – bontà loro – anche che questi sono liberi di coltivarla e usarla come hanno sempre fatto…

L’azienda precisa infine che il brevetto riguarderebbe solo l’estrazione e l’isolamento dell’ingrediente centrale della maca, operazione che è costata 1 milione di dollari e tre anni di ricerca. Costoso, in effetti, come frullato.

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Come curare il Sud del mondo

A Londra due scienziati stanno lavorando a un progetto che potrebbe fare impallidire big pharma, le multinazionali farmaceutiche. Sunil Shaunak (Imperial College) e Steve Brocchini (London School of Pharmacy) stanno infatti modificando medicine esistenti, protette da brevetti, in modo tale da migliorarle ma anche da riformularle come farmaci nuovi, e quindi non più soggetti alla protezione delle patents.

L’obiettivo è di creare in questo modo una serie di medicinali salva-vita a basso costo indirizzati specificamente ai Paesi in via di sviluppo. Farmaci etici, li chiamano Shaunak e Brocchini.

Lo hanno fatto per la cura dell’epatite C. Hanno preso il medicinale brevettato dalla Roche e lo hanno riprogettato, modificando la struttura dei suoi componenti chimici attivi. In pratica ne hanno spostato una molecola. Una mossa in stile cubo di Rubik, forse poco corretta? Loro sostengono di migliorare i farmaci su cui lavorano, ad esempio rendendoli più adatti per i climi caldi dei Paesi del Sud del mondo. In quanto all’idea si devono essere sicuramente ispirati alle stesse multinazionali farmaceutiche, che fanno dei piccoli aggiustamenti ai loro farmaci poco prima che ne scadano i relativi brevetti, in modo da prolungare la loro proprietà intellettuale sugli stessi.

I due scienziati hanno trovato appoggio nel governo indiano, che finanzierà i costosi test clinici per poter arrivare alla commercializzazione del loro farmaco per epatite. Nel frattempo, insieme a Medici Senza Frontiere, stanno lavorando alla riprogettazione di un’altra medicina che cura il kala-azar, ovvero la lesmaniosi viscerale, nota anche come febbre nera: una malattia la cui mortalità arriva fino al 75- 85%, ma per scendere al 5% se trattata adeguatamente. Solo che un ciclo di trattamento con l’Ambisome, il miglior farmaco a disposizione finora, di proprietà della Gilead, costa tra i 1500 e i 2400 dollari.

Qualcosa mi dice che i farmaci etici saranno una bella spina nel fianco di big pharma. E sospetto che quest’ultima stia già preparando i suoi studi legali per contestare la validità di queste medicine ‘de-brevettate’.

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Contenuti e aggregazione: dove pende la bilancia

Raccogliere pubblicità attraverso il contenuto altrui è necessariamente un atto predatorio? Se pensiamo a Google si dovrebbe rispondere tutt’altro, dal momento che il servizio fornito non solo è utile per gli utenti, ma anche per gli stessi possessori dei contenuti originali. Pensiamo a Google News e alla visibilità (un vero e proprio valore aggiunto) che conferisce alle fonti citate (e linkate). 

Non tutti però la pensano in questo modo, come dimostra il caso degli editori belgi che hanno fatto causa al noto motore di ricerca. Ora la fobia verso l’aggregazione di dati altrui si sta espandendo ad altri ambiti. A scendere in campo è Jason Calacanis, fondatore di Weblogs (oggi assorbito da Aol), che tuona contro gli gli aggregatori Rss, in particolare contro quelli che piazzano pubblicità vicino ai feed del suo sito. La minaccia è di una pronta querela.

Ma se questo è il ragionamento, si chiedono allora quelli di TechDirt, non sarebbe un problema anche leggere questi feed attraverso Gmail o il browser Opera, visto che sfoggiano inserzioni pubblicitarie?

Perhaps it’s not that surprising, but it’s a bit upsetting to still see so many people having difficulty with the idea that having others increase the value of your content is a good thing.

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