Nexus One: Google accerchia l’internet mobile

Nexus One:  suona bene come film di fantascienza (ricordate Capricorn One?) e invece è il tanto atteso Gphonino.

Ne ho scritto su Corriere.it ma in modo più approfondito anche in un pezzo sul manifesto (che riporto qui sotto).

G-phone, il cellulare nella Rete

Ora qualcuno dirà che in fondo è solo un telefonino. Che il cambio di paradigma non c’è stato. Che assomiglia ad altri smartphone già in circolazione anche se quelli di Google hanno creato un’enfatica categoria per definirlo: «Superphone». E lo scettico di turno avrebbe pure ragione. Il fatto è che la differenza sta nella firma: un cellulare targato Google. È stato evocato per anni il G-phone, e alla fine lo spettro è arrivato: solo che si chiama Nexus One e ha tutta l’aria di essere appena un tassello – elegante e ben fatto – di un mosaico più grande.

D’altra parte neppure il suo prezzo è rivoluzionario: 529 dollari, che si riducono a 179 solo nel caso in cui l’apparecchio sia legato a un contratto di due anni con l’operatore Usa T-Mobile. In Europa arriverà in primavera e sarà commercializzato da Vodafone. Tuttavia, il telefonino è già ordinabile (al prezzo intero e dunque senza il sussidio da parte di alcun operatore) da chi abita in Gran Bretagna, Singapore e Hong Kong. Ed è proprio qui che la faccenda si fa più interessante: Google venderà il primo cellulare a suo marchio direttamente ai consumatori, non legandosi mani e piedi alle telecom.

Ma perché – si chiederanno in molti – questo balzo nell’hardware, proprio quando si fa un gran parlare di cloud computing, cioè di software e di servizi che stanno nelle nuvole di server lontani? Di sicuro non è un salto nel buio: l’attenzione di Google verso i cellulari parte da lontano e si è già concretizzata poco più di un anno fa, con il lancio di Android, il sistema operativo per telefonini basato su Linux, cioè open source. Da allora gli apparecchi che girano su questa piattaforma si sono moltiplicati: 20 dispositivi in 49 nazioni, ha comunicato ieri Google in conferenza stampa (anche in Italia: ricordiamo Htc Dream e Htc Magic, o il Samsung i7500 Galaxy).

Sono anche cresciute le applicazioni scaricabili sui cellulari Android attraverso l’apposito sito-vetrina, Android Market, che di apps a dicembre ne contava già 20mila. Certo, siamo ancora lontani dalle 100mila sfoggiate dalla Mela morsicata. Proprio ieri la Apple ha «casualmente» annunciato di aver superato la quota di 3 miliardi di applicazioni scaricate dall’App Store – il suo negozio di apps – dagli utenti di iPhone e iPod touch. «Il rivoluzionario App Store offre (…) un’esperienza diversa da quella disponibile su altri dispositivi mobili», ha dichiarato per l’occasione Steve Jobs.

La battaglia insomma è sempre più sulle applicazioni per cellulare e sulla navigazione mobile. Per Google, Nexus One è un modo per sperimentare direttamente le proprie potenzialità su un dispositivo.

Tra le potenzialità di un telefonino tutto Google va inserita anche la possibilità di vendere direttamente il prodotto attraverso un proprio canale web (www.google.com/phone), che metterà a disposizione alcuni dispositivi Android selezionati. Gli utenti potranno scegliere tra diversi piani tariffari, comparando le varie offerte con una semplicità d’uso che, nella speranza di Google, dovrebbe spingere gli operatori a una maggiore trasparenza. E forse, al di là di tutte le tecnologie, potrebbe essere questa la vera rivoluzione del Googlefonino.

Dopo il gendarme, si sdraia anche il cantante pop

Se le cunette stradali che rallentano l’andatura delle auto sono chiamate, da alcuni, il “gendarme sdraiato” (e sul tema rimando a un bellissimo articolo di Franco Carlini), come dovremo battezzare le vie musicali inventate da alcuni ingegneri giapponesi? Vi lascio il sollucchero di creare un’apposita locuzione. Ad ogni modo l’idea è la seguente: lungo la strada sono tracciati a distanze particolari alcuni canali, o incisioni che dir si voglia, che risuonano quando vengono attraversate dai veicoli. Pare che da qualche parte in quel paese delle meraviglie che deve essere il Giappone si possa ascoltare, con questo stratagemma e stando comodamente seduti nella propria macchina, meglio se con i finestrini chiusi, una canzone pop.

Va bene incorporare la norma o il divieto (nel caso del gendarme sdraiato quello di non andare troppo veloce in prossimità di centri abitati) nel paesaggio urbano, ma è proprio il caso di inserire ora anche l’intrattenimento? Non c’è, da qualche parte, un diritto al silenzio e alla quiete?

Blogger, dall’America con furore

“In questi giorni Washington DC assomiglia alla Silicon Valley del ’98, quando erano tutti intenti a spacciare l’ultima delle novità”. Così viene descritto l’interesse della politica per la comunicazione web da Mother Jones, che dedica uno speciale all’argomento (ormai diventato un tema ricorrente della stampa). Se il modo in cui funzionano la nostra economia e i nostri media è sempre più distribuito su diversi soggetti e diversi livelli, è sempre più open source, perché non dovrebbe accadere lo stesso con il Palazzo?

Mother Jones cerca di rispondere alla domanda intervistando fior di esperti 2.0: da David Weinberger a Jimmy Wales, da Mica Sifry a Howard Dean, da Lawrence Lessig a Phil de Vellis, quest’ultimo divenuto famoso in quanto creatore dello spot pro-Obama “Hillary 1984”.

Ma l’aspetto più interessante dello speciale è probabilmente un altro interrogativo sviscerato da MJ: quanto la blogosfera, ma soprattutto i top blogger, si stanno trasformando, da distruttori dell’ordine mediatico costituito, in nuovi guardiani della legittima conversazione? Con tanto di desuete tattiche di difesa corporativa, come quelle evidenziate dal pezzo Meet the New Bosses?
“I politici corteggiano i grossi blogger. Li invitano a cena, a pranzo” commenta un giornalista citato da MJ che però, è questa è la notizia di tutto lo speciale, preferisce rimanere anonimo per timore delle ritorsioni (anzi, del furore, wrath, alla Steinbeck) dei blogger. Chissà se sarà così anche per l’Italia….

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I cani antipirateria convincono i malesi

Finalmente ho trovato un’attività in cui il mio completamente inutile cane (che non è neppure da compagnia, in quanto sono gli umani che devono intrattenerlo e non viceversa) possa rendersi utile.

Pare infatti che Lucky e Flo, due labrador allevati in Irlanda e assoldati dall’industria cinematografica americana per combattere la pirateria, abbiano spopolato in Malesia, convincendo la polizia locale a costituire una unità canina anti-taroccamento.

La coppia di animali in questione è già famosa da qualche tempo, quando era stata presentata come l’ultimo ritrovato degli studios hollywoodiani per arginare la duplicazione abusiva di Dvd. I due labrador sarebbero infatti capaci di scovare dischi pirata (o più probabilmente dischi nascosti, visto che non credo che le copie illegali di per sé puzzino, sebbene sicuramente un giorno la Mpaa proverà a farcelo credere).

Lucky e Flo, fa sapere un funzionario malesiano, hanno stanato più di 1,3 milioni di Dvd e Cd contraffatti, per un valore di 4,43 milioni di dollari, nel corso di pochi mesi.

Se tanto mi dà tanto, e considerando che il mio cane è sputato l’immagine di Lucky e Flo, ho al guinzaglio una miniera d’oro. Potrei provare a proporlo alla polizia malese. Tanto più che, oltre alla metà labrador, la mia amichetta a quattro zampe (sì, è una femmina) è per il cinquanta per cento pastore tedesco. Alla parte investigativa (lo sniffamento dei Dvd) potrebbe unire quella repressiva. Anche il nome del mio cane promette bene: Nanà.

Lucky, Flo e Nanà, ecco a voi il trio che sconfiggerà i pirati. Stasera inizio gli allenamenti.

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E il pranzo è servito…dal distributore automatico

Della caffetteria dell’università di Pittsburgh, dove ho soggiornato per un po’, non ricordo molto, a parte le luci basse; soprattutto non ricordo i menù, dei quali ho un’immagine indistinta di anemiche insalate e fette di formaggio plastificato. Ma sicuramente c’era anche qualche piatto caldo.
Molto più vividi nella mia memoria sono rimasti i distributori automatici: acqua, succhi e soprattutto confezioni di pretzel o simil-pretzel a gogò, all’epoca in cui non stavano ancora per diventare un’arma impropria al servizio dei nemici di Bush. C’erano però delle leggende, tra i transfughi italiani, che da qualche parte, nei meandri di downtown (il centro), si nascondessero delle mirabolanti macchinette capaci di sfornare spaghetti al ragù.

Ora leggo che in Florida alcune scuole superiori – spinte sia dall’emergenza obesità che da quella di contenimento dei costi – avrebbero adottato delle nuove speciali vending machines capaci di distribuire dei veri, o così supposti, pasti e di vigilare in qualche modo sulla scelta degli alunni. Un po’ distributori automatici, un po’ mensa, un po’ nutrizionisti. Le macchine infatti consiglierebbero ai ragazzi, che utilizzano un codice personale per accedere agli alimenti, gli abbinamenti più sani, e permetterebbero nello stesso tempo ai genitori, attraverso la registrazione delle scelte compiute, di tenere sotto controllo la dieta dei figli. Inoltre aiuterebbero a smaltire le lunghe code che si formano alle casse della mensa, dirottando parte dei ragazzi sull’opzione automatica.

Ma gli effetti speciali non finiscono qui: le macchinette funzionerebbero anche da poliziotto scolastico, arginando i fenomeni di bullismo (espressi sotto forma di furto o estorsione del codice, e quindi del pasto, altrui) con delle videocamere che riprendono la faccia del ragazzo intento ad acquistare qualche prelibatezza gastronomica.

Insomma, in un solo dispositivo queste scuole sono riuscite ad amalgamare il peggio della modernità: omologazione e impoverimento culinario, paternalismo ipocrita mediato dalla tecnologia, controllo sociale.
E poi, da quel che mi è parso di capire, non fa neppure gli spaghetti.

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